Notti fragili

15 aprile, 2010

E poi, invece, accade qualcosa che ti muove.
Ti sposta.
Contro ogni tua previsione, fuori da ogni tuo controllo.
E tutte le certezze che ti erigevano fiera, sembrano sbriciolarsi.
Forse non sei poi così determinata.
Così sicura.
Così certa, della tua posizione.
Non lo sai, il perché. Ma è proprio come se non fossi tu a deciderlo e, senza nè volerlo né accorgertene, stai sfogliando quelle foto così lontane, stai riguardando quei sorrisi così vicini.
Risenti quelle risate, rivedi quegli sguardi complici.
E ti domandi che fine hanno fatto.
Ti domandi cosa è stato a distanziarli così tanto. Fino a riuscire a disperderli.
Fino a non fartene sentire più il ricordo.
Quel ricordo che ti regalava quello spicchio di emozione negli occhi, che ora non hai più.
E lo senti, quel pizzico di nostalgia, che parte nel suo viaggio indossandoti un sorriso delicato e che finisce per infilzarti addosso un cipiglio colossale.
E pensi che nemmeno te lo ricordi, il motivo.
Pensi che, se non te lo ricordi, non può essere poi così grave.
D’altronde, “i conflitti si risolvono ricordando come si è diventati amici”.
Non sai dove l’hai sentito e, leggendolo a fondo suona quasi scontato, ma tu lo hai annotato.
Tu che ti appunti tutto quello che senti, e che ti piace, e che può essere un qualche spunto per una notte insonne come questa.
E poi, in una notte insonne come questa, sfogli delle foto dimenticate, ti siedi al pc carica di domande e, mentre il cursore lampeggia, senza che per contro nessuna risposta ti lampeggi nella mente, ti cade l’occhio su quel foglietto fra gli altri.
E nella confusione di una scrivania sepolta di appunti sparsi, nella confusione di quell’eco silenziosa che rimbomba nella tua memoria, vedi una penna rossa, guidata dalla tua mano frettolosa che, in tempi non sospetti, scriveva in obliquo:
“i conflitti si risolvono ricordando come si è diventati amici”.
E il cerchio si chiude.
Non può essere un caso.
Non deve esserlo.

Ma decidi che è tardi, vai a dormire, e fai in modo che lo sia.

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Beata gioventu’

19 novembre, 2009

Odi et Amo.

6 novembre, 2009


Adoro l’autunno.
Adoro i suoi colori strabilianti.
Adoro le incredibili variazioni di rossi, e di gialli – incredibili – che si spandono nei cieli bianchi di novembre.
Adoro la nuova aria, lievemente severa, che ti stringe il naso sotto a una tiepida pashmina colorata.
Adoro il familiare sfregolio del caminetto di casa, che colora le serate di tè caldo e divano.
Adoro la pioggia che, fuori, ticchetta romantica, che nella notte scandisce una ninna nanna sensuale.
Adoro i miei pigiamoni di flanella, che hanno spodestato le canottierine estive dal caotico regno del mio armadio.
Adoro il mio ampio maglione di lana scuro, che mi avvolge col suo abbraccio soffice e complice, celando quel “due etti” scomodo sul punto vita.
Adoro passeggiare fra le fiere di paese, dove castagne e ribolla acquistano un senso perfetto.
Dove i tazzoni di brulè fumano odorosi.
Dove la gente ride e le botte sulle spalle suonano sorde, attutite da guanti e giubbottoni invernali.
Adoro l’Autunno.
Adoro.
Detesto.
Detesto l’autunno.
Detesto le sue giornate cortissime, che alle quattro fa già buio.
Detesto la pioggia che, fuori, ti appanna il vetro della macchina.
Detesto quel coglione davanti a me che tiene il retronebbia acceso, e che mi acceca.
Perché la nebbia, no, non c’è.
Detesto accorgermi che la legna nella cassetta sta finendo, quando il divano è già comodo giaciglio.
E tu devi vestirti e scendere al gelo, su scale brine che tentano di ucciderti a ogni passo.
Detesto svegliarmi la mattina che è notte, e rincasare che è notte.
Detesto il grigiume diffuso, l’umidità che ti investe le ossa, quell’ampio, stupido maglione di lana scura che molla peli dappertutto.
Detesto l’autunno.
Detesto.

E poi ricomincio daccapo.


Per la legge di Murphy

8 ottobre, 2009


No, il peggio non è svegliarsi tardissimo dalla pennichella post prandiale.
Non è nemmeno precipitarsi in macchina ancora spettinata, con il prepotente segno del cuscino del divano inciso sulla faccia.
Non il lanciarsi in una folle corsa verso il rientro pomeridiano al lavoro nel vano tentativo di non arrivare tardi.
Non il bestemmiare a 800 decibel in aramaico antico.
No.
Il peggio, amici miei, è rimanere incastrati sulla lunghissima statale, a poco più di trenta all’ora, per poco meno di trenta chilometri.
Davanti una corriera di nani spensierati e raggianti che, paghi dell’ennesima fine di una giornata di scuola, dal grande vetro posteriore, ti fanno tutti ‘ciao’ con la manina.
Dietro una volante della polizia.

Approfondimenti

24 settembre, 2009

E’ un classico, ormai.
Il dvd è nel lettore in pianta stabile.
La notte, usciti dall’ingarbuglio di uno scomodo divano, ci si trascina semi-incoscienti in camera da letto e si fa partire il play.
E “Cars” obbedisce.
E ci accompagna al sonno; spesse volte solo pochi secondi di lavoro, ma, in ogni caso, lui scorre fino alla fine, ligio, pur senza l’attenzione di anima viva.
Capita poi, immancabilmente, che la schermata iniziale del dvd riprenda in automatico, in attesa di direttive di uno spettatore che lui non può immaginare rattrappito su se stesso, in braccio a un sonno catatonico.
“vuoi selezionare una scena?”
“vuoi cambiare la lingua?”
“vuoi vedere i contenuti speciali?”
No, il film è finito cazzo!, spegniti.
Ma niente da fare, nessuno gli dice un cazzo a sto povero cristo, e lui, che non sembra intuire, continua, ligio come sempre, ad aspettare.
Solo che mentre lui aspetta, canta.
E canta sempre quelle 4 fottute note.
Che diventano sveglia, più che ninna nanna, in quel ripetitivo riproporsi.
Stanotte, dopo uno scocciato risveglio, cerco confusamente il telecomando fra le pieghe delle lenzuola.
A tastoni, alla cieca, alla cazzo.
Niente, non lo trovo.
Mi tocca aprire gli occhi.
Vedo il telecomando poggiato comodamente sul comodino del piccolo T.
Gomitino.

Secondo gomitino.

Niente, ronfa che è una meraviglia.
Adotto l’ausilio vocale.
–         “Amore?”

–         “Amoreee????”

–         “Dai, tesoro, spegni la tv.. il telecomando è lì da te… dai..”
–       “All’arrembaggio”.
–         “…cosa?”
–       “Con furore”
–         “…scusa, cos’è che stai dicendo.. amore??”
–        “Ma sì, sì, con furore”
–         …

L’ho scavallato, ho impugnato lo scettro del potere e ho ordinato allo schermo di zittirsi.
E, nel buio di una stanza finalmente tranquilla, poi ci ho pensato.

E menomale che lui, i sogni assurdi, li sgama no?

Di primo mattino

15 settembre, 2009

Cronache del perduto amore.

4 settembre, 2009

Il professore di chimica.

26 agosto, 2009

Reparto medicina – 2° piano a destra

16 agosto, 2009

In ferie

10 agosto, 2009