Il treno per WordPress

(Dalla morente piattaforma Bloggers, allo scintillante mondo di WordPress.
Cronaca di un doloroso trasloco.
-gennaio 2007-)

Cammino, nel silenzio ottuso di questa città, ormai deserta.
Il sole sta tramontando, infuocando orizzonte ed anima.
Penso a casa mia.
Non riesco a deviare il pensiero da quelle stanze così conosciute, da quella familiarità spezzata, da quella consapevolezza del non ritorno.
Mi domando, di continuo, se ho chiuso bene le finestre, se ho staccato il gas, se ho preso tutto ciò che mi serve.
Sorrido nostalgica scuotendo la testa e mi dico di non pensarci più.
Poi, ricomincio.
Cammino lenta senza una destinazione precisa e butto gli occhi un po’ in giro.
Silenzio, desolazione, vuoto.
Case, dagli arredamenti ancora intatti, abbandonate, incustodite.
Ma, aspetta.
Avverto delle luci tremolanti, in quell’appartamento lassù.
Forse candele.
E musica, sì, un tango, che aleggia morbido fino alle mie orecchie.
Cammino con il naso per aria e, senza che me l’aspetti,
la vedo
.
Sfila davanti alla finestra con noncuranza, senza sospettare di essere osservata.
Ha un asciugamano bianco fasciato intorno al corpo e una cascata di riccioli di cioccolata sulle spalle.
Cammino oltre e il mio sguardo si appoggia sulla parete opposta, su un appendiabiti in metallo satinato stipato di lingerie abbagliante.
Noto una guepière e un corsetto nero lucido, proprio in primo piano.
Riabbasso gli occhi e sorrido e, fantasticando sui pensieri di questa donna, proseguo fino a che la musica, lentamente, svanisce.
C’è solo il rumore dei miei passi, quando decido di chiedere a una Lucky di farmi compagnia.
Mi fermo giusto il tempo di frugare nella borsa in cerca dell’accendino.Maledetto, dove ti sei infilato.Ogni volta la stessa storia.
Con la sigaretta a penzoloni e la testa bassa sento un ticchettio di piedi.
D’istinto, sollevo lo sguardo.
Stivali Prada, pantalone trendy, forse D&G, e uno strepitoso Moncler corto, rosa cipria, semiaperto su un maglioncino di chachemire Kiu-Jo dal quale spunta una camicetta Fred Perry.
La sua andatura è elegante e pulita e il suo viso pare un po’ assente e malinconico.
Butto l’occhio al suo avambraccio e inquadro un bauletto Fendi a completare un’immagine di
lei
, sofisticata ma naturale nel contempo.
Mi è quasi arrivata di fronte.
Io continuo a rimanere con mezzo braccio infilato nel borsotto quando mi si affaccia l’idea di domandarle d’accendere.
“oh, mi spiace, io non fumo” replica lei gentile, poi attraversa la strada e sale su una Y10, lasciando che, allontanandosi, il rumore si disperda, riportando tutto alla staticità di prima.
Mi consolo comunque, almeno c’è ancora qualcuno da queste parti.
Ah, eccolo!
Ti ho trovato, finalmente.
Menomale.
Posso non fumare per giorni, ma se mi metto in testa che è un bisogno di quel momento preciso, non riesco posticipare nemmeno di un minuto.
Che poi, chissà fra quanto incrocerò di nuovo anima viva.
Ammesso che ne incroci ancora qualcuna.
Avanzo piano con il mio trolley zeppo di parole e di ricordi, sotto a un cielo che, ora color cenere, pare mimetizzarsi splendidamente con il mio umore.
Ah, ecco la stazione.
Spalanco le porte di vetro sull’ampio ingresso e ascolto i miei passi amplificarsi a quello statico nulla.
Attraverso la zona piastrellata e sbuco sui binari, proprio davanti a questo immobile serpente di metallo.
Chissà che sia il mio.
“mi scusi, sa se questo treno porta a WordPress?” sussurro.
E’ un
uomo
distinto.
Porta scarpe nere bombate, stile british.
Dal pantalone di velluto blu sbucano a tradimento i calzettoni di lana coi rombi e, sotto alla giacca verde in lana cotta, con l’imbottitura amaranto e i bottoni dorati, si intravede un cardigan con i treccioni dall’aspetto morbido.
Il tizio pare non darmi ascolto, rimane seduto sulla panchina con l’ultimo della Rowling aperto sulle ginocchia a ipnotizzarlo.
“Um-mh”, mi schiarisco la voce.
Ancora nulla.
Sembra completamente immerso nella lettura e in quell’odorosa nube di fumo che espira lento dopo le boccate distratte a una pipa che impugna con grazia.
Mi chino verso di lui con l’intenzione di farmi vedere.
Mi vede.
“oh, scusi”, sorride sfilandosi l’mp3 dalle orecchie.
(…Two hearts are beating together

I’m in love, woo! I’m in love, woo!…)

“no, scusi lei se la disturbo”, rilancio capendo l’involontarietà del silenzio di poco prima “è che volevo domandarle se, per caso, ha idea se questo treno porta a WordPress..”
“oh, signorina, mi dispiace ma non saprei proprio.. sono qui in visita e sto aspettando il mio treno per rientrare a Splinder”
“capisco..”
Mi sento smarrita e scoraggiata e sparpaglio lo sguardo alla ricerca di qualche altra ancora di salvezza.
“Signorina?”
Rimbalzo gli occhi ancora verso quell’uomo che ha aperto una valigia, ora, e mi sta invitando ad avvicinarmi.
Esito un secondo, poi spio nel bagaglio.
Cd, libri, qualche latta di Mac baren, calamite da frigo e tanti, tanti ciondolini.
“Tenga” bisbiglia allungandomi la mano.
Io lo guardo un attimo perplessa, lui mi sorride.
“Sappia che il termine tecnico è gashapon” conclude.
Mentre gli sorrido confusa, si reinfila gli auricolari e riabbassa la testa, ciondolando felice.
Mi incammino oltre e guardo nel mio pugno.
Un ninnolo a forma di minipinta di Guinness.
“Ginger!”
Un grido a troncare il mio pensiero.
Cerco a raggio finchè non vedo un tizio che si sbraccia, dal binario più in là.
Strizzo gli occhi per arrivarci, inutilmente.
Avanzo delineando sempre più la sagoma che, a sua volta, avanza verso di me.
E’ un
ragazzo
, giovane.
Ha i scuri capelli spettinati.
Indossa una maglietta biancazzurra, forse di qualche squadra di calcio, e dei jeans chiari.
Non si sgancia da dosso un attimo quel suo ampio sorriso e, arrivatomi a un palmo dal naso, spalanca un “ciaooo” così carico di allegrezza che quasi basta da solo a rassicurarmi.
“ciao” ribatto esile.
“scusami, sono qui di sfuggita.. sai, approfitto dell’assenza di traffico per sbrigare un po’ di commissioni.. lo sai, il mio capo no?”
La sua voce si fonde al rombo sordo di un motore acceso.
“sì.. ho lasciato il camion in moto”
Annuisco.
“Ecco, tieni, queste sono le tue nuove chiavi di casa, ho tentato di arredarla al meglio, vedrai che ti ci trovi bene.
Tra qualche giorno passo a vedere se hai bisogno di qualcosa, così ti spiego l’uso della caldaia e dell’impianto elettrico”.
Annuisco.
“eddai, vedrai che ti troverai bene! Non temere!”
Annuisco.
“Ok, ora mi sa che devo proprio andare”
Ecco, lo sapevo.
Di nuovo sola.
Annuisco, stavolta con fare un pochino meno credibile.
“Ah” fa da lontano, voltandosi di scatto “ti saluta il
Dappe
, ci teneva un sacco a venire a salutarti, che poi, lo sai, qualche bel mattoncino l’ha messo pure lui, di là da te.., ma poi non so che tatuaggio gli è saltato in testa di timbrarsi e lui lo sai com’è, no?” chiude strizzandomi l’occhio.
Annuisco.
Di nuovo sola.
Con una chiave in mano.
La chiave della mia futura casa.
Dai, coraggio.
Riprendo il manico del trolley e avanzo ancora.
Mi volto a osservare la panchina del tizio di prima, giusto per riconfermare a me stessa che non sono sola, ma mi accorgo che non c’è più.
Al suo posto c’è una coppia.
Ridono e si abbracciano.
Lei 
ha un sorriso incredibile, di quelli a tutta faccia.
E’ seduta a cavalcioni su di
lui
che la bacia teneramente sulla guancia scostandole i capelli d’oro e sciogliendosi nei suoi occhi, dimentico della sigaretta che corre sola, sul posacenere a colonna accanto.
Rubo un po’ del loro amore per ricolmarmi un po’ il cuore; ricambio offrendo intimità e voltandomi di nuovo sulla mia strada.
Procedo ancora di qualche passo, poi decido di salire sul treno, ancorato ai binari da prima.
Troverò qualcuno che mi sappia dire dove porta.Faccio i tre scalini del vagone trascinando sù a scatti lo zaino a rotelle.
“Ehi, tu devi essere Ginger!”
“mh, si”
“vino?”
“mh, perché no”
Chissà che non sia proprio quello che mi ci vuole per sciogliere un po’ i nervi.
La vedo
solo a mezzo busto, essendo nascosta per metà dal bancone di legno e specchi, ma il suo sguardo è confortante e il suo fare amichevole.
“Poi si mangia” prosegue infilando il cavatappi nel sughero molle.

Ernest & Julio Gallo. Zinfandel della California.’

Fidati è ottimo!” mi suggerisce annusando il tappo e versando orgogliosa una buona sorsata nel calice panciuto.
Ha ragione, è ottimo.
Beviamo entrambe in silenzio, completamente rapite dal profumo fruttato.
Esamino, poi, nei paraggi e noto due, tre persone sedute in silenzio, in ordine sparso.
C’è un
tipo, proprio vicino a me, con un portatile sulle cosce che ticchetta assorto sulla tastiera.
Jeans nuovi, in quella tinta volutamente scolorita, tipo quella che avevano solo quei vecchi jeans stravissuti di un tempo, abbinata a una camicia bianco candido, un po’ sciancrata, con il colletto alto.
Una giacca scura ordinatamente appoggiata sul sedile a fianco del suo.
Uno sguardo serio e pensieroso.
Sbircio sullo schermo.
Matematica, astronomia, fisica.
Analisi, teoria dei numeri.
Basta.
Non ci sto capendo niente.
Vado sulla seconda figura.
Poco più in là.
Una
donna
.
Ha le gambe accavallate e sta ciondolando distrattamente un tacco fuori da un jeans a sigaretta blu scuro.
Giocherella con una ciocca di capelli, di un nocciola brillante, mentre sta parlando al telefonino.
Sembra una telefonata di lavoro, dall’energia che ci mette, come se stesse dando direttive o spiegando un qualcosa.
Acuisco l’orecchio e colgo mezzi discorsi su partecipazioni, bomboniere, abiti da sposa.
Ah.
Vediamo che offre l’ultimo; mi volto e
lo vedo
.
Sta guardando nella mia direzione.
Con la testa inclinata, poggiata sul finestrino.
Ha gli occhi sottili e luminosi, e quell’aria di averne appena combinata una.
Sta croccandosi lento una mela, lucida e invitante.
Sento i suoi occhi audaci scivolarmi nella scollatura e vedo il pollice della sua mano sfiorare le sue labbra, notando come se annuisse tra sé e sé.
“Vuoi accomodarti? La partenza è prevista fra poco..”
Mi risveglio dal quel gioco di occhi e silenzi e mi rivolgo di nuovo a lei, che ha riempito il calice di nuovo e che sorride.
“Scusami, ero un attimo assorta” arrossisco giocherellando con la collana lunga, attorcigliandola sulle dita.
“Veramente non saprei nemmeno se questo è il mio treno” sorrido impacciata ingollando un sorso prepotente di vino, nella speranza di sciacquare l’imbarazzo, “io devo andare a WordPress”.
“Sei nel posto giusto allora, cara, accomodati”.
“Quanto ti devo?” ringrazio sollevata.
“Nulla, offro io”.
Alza le spalle come a dire ‘bene così’ e mi fa cenno verso il sedile vuoto appena dietro alle porte del vagone.
“Grazie” e siedo.
Il tale è giusto il posto davanti al mio, di schiena.
Posso vedere solo la sua nuca inclinata, immobile.
E sentire i suoi morsi.
Laggiù il tizio continua a ticchettare indaffarato.
La ragazza ride a fior di labbra scrivendosi qualcosa su un’agenda, con espressione totalmente sognante.
Io caccio fuori lo sguardo e vedo.
Mamma santa, da dove è sbucata fuori tutta questa gente?
Dieci, forse quindici persone con il fazzoletto, sventolato in segno di saluto.
Roba da scoppiare in lacrime.
Intravedo
lei
fare capolino dalla Wilma, affollata di note dei Negramaro.
Sorride con un broncetto artefatto come a dire ‘ma lo sai che spavento ci hai fatto prendere, che si pensava te ne andassi per sempre?’.
Lui
, a cavalcioni del potente mezzo a due ruote, mi saluta mostrandomi una ‘v’ con due dita e, da sotto il casco, posso solo intravedere il suo sguardo, dichiaratamente sorridente.
E poi
lei
, che corre verso il mio finestrino sollevando il palmo della mano e offrendomi una collanina ‘handmade’ dalla pietrine colorate.
Ma poi ancora
lui, lei, poi un altro lui e un’altra lei
.
Lei, lei, loro
.
Tutti a donarmi un graditissimo saluto, un pensiero, un sorriso.
Che tanto si sa che ci rivediamo.
Che si saluta casa, non gli amici.
E, con quel lieve timore, alleviato da tanto conforto, chiudo gli occhi lucidi e mi lascio trasportare lontano da qui.
Lontano da questa casa che mi ha accolto per tanto tempo e, che, seppure ultimamente si scrostasse degli intonaci e traballasse di fondamenta, ho amato profondamente e ho sentito davvero mia.
Via, nel buio.
Lontano da questi colori, da queste finestre, da questa intimità.
Mi domando quale odore mi entrerà nelle narici, appena varcherò la nuova soglia.
Mi domando quale sarà l’effetto degli stessi mobili di prima, ma in un altro ambiente.
Mi domando quali le reazioni, quali le nostalgie.
Chiudo gli occhi e mi addormento con la testa fitta di domande.
Il viaggio finisce che il sole sta riaffiorando lento dalle tenebre, mentre l’altoparlante della radio urla “Sveeegliaaaaaa” e io quella voce
la riconosco
.
Mi stiracchio e raccolgo le mie cose, scendo dalla carrozza e ascolto questa voce sorridente augurarmi una buona giornata, un buon inizio, un buon proseguimento.
Il sole scintilla e il clima è gentile.
La canzone che passa la sento mia, di quel preciso momento, come facesse da colonna sonora conclusiva a questo bellissimo, banale, straziante, noioso, simpatico film che è stata la mia vita in questi ultimi due anni. 

Grazie a tutti.

(per cortesia non lasciate in sala le ciotole del pop-corn)

Ah, da oggi in poi, qui.

 

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