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Viva gli sposi!

29 luglio, 2009

No, non è un’allucinazione.
Sono tornata.
E se avete finito di stropicciarvi gli occhi increduli, io magari comincerei.
Infondo tre mesi di assenza non si raccontano in due minuti.
Soprattutto se sono stati tre mesi belli carichi come questi che ho appena passato.
Di gioie immense e di gravi tormenti, di lacrime silenziose (ora di allegria, ora di sconforto) e di denudanti prese di coscienza.
Non so davvero da dove cominciare, ma per anticonformismo comincio dalla fine, dall’evento temporale più recente, che mi ha riempito di emozioni inspiegabili, di energie insperate, di ricordi che conserverò fino a che la fortuna mi regalerà memoria.

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Ovviamente questa non sono io.
(vi pare che io sia così magra, dannazione?)

Se continuate a far fatica a ricordare, date una spolveratina ai vostri ricordi rugginosi qui.

Ebbene, un altro ‘Sì’ giurato al cielo, un’altra french manicure che scorre dentro un cerchietto di oro inciso, un altro impacciato sorriso che esplode dopo il primo bacio legittimato, un altro scroscio di applausi, fra nasi che soffiano e rimmel che colano.
A vederli così, calati nei loro abiti perfetti, con i loro sorrisoni smarriti e quel due paio d’occhi lucidi ed emozionati, non si può dire altro che erano bellissimi.

Bellissima lei, sparsa nel morbido tulle del romantico velo, bellissimo lui, impettito da un abito importante con un sorriso plastico che era di una dolcezza indicibile, bellissimo il concertino di nasi allo scambio delle promesse, bellissima la faccia del padre di lei rigata dai lacrimoni, bellissimo l’impercettibile tremolio delle voci che si giuravano eterna fedeltà.

Ma passiamo alle cose serie.
E fatemi le congratulazioni che pure io sono stata bravissima.

Come perchè.

Anzitutto ho evitato che il prete si liquefacesse alla sola stretta di mano, in quello angusto  stanzino dove ci siamo intrattenuti per il colloquio di rito qualche giorno prima della cerimonia (ad averlo saputo prima, che mi sarei dovuta confessare, mi sarei data per morta salvo poi ricomparire al lancio del riso tra lo stupore degli astanti).
Edulcorando fatti e misfatti dei miei trascorsi, mentendo come possibile quando necessario e cavandomela con un calzantissimo e veritiero “dico qualche bugia ogni tanto” alla fine, posso dire di essermi comportata magistralmente.
Passato questo, il resto non poteva che essere in discesa.

Bastava sorridere e fare, cauta, sì con la testa un po’ di lato per accondiscendere il prete.

Devo ammettere che ho anche temuto per un attimo che la chiesa incenerisse per autocombustione al mio avvicinamento all’altare ma, seppure si sia registrato un vorticoso incremento della temperatura nei pressi degli scalini vellutati, si è potuto agevolmente imputare l’evento al caldo luglio in corso, che avido abbracciava la chiesetta sul mare.
Salva anche qui.

Io nel frattempo, per ingannare la santa inquisizione, ho finto esagerato trasporto e viscerale partecipazione durante tutta l’omelia, le letture del Vangelo e la predica.
La difficoltà  è intervenuta alla recita cantata del Padre Nostro.
No, non posso chiedervi di immaginarmi sull’altare, a manina con sposi e testimoni, mentre fingo un labiale pietoso all’inizio, per poi abbandonarmi a una paresi mandibolare imbarazzante, mentre preghiere in sordina scorrono rapide nella mia mente affinchè lo strazio finisca quanto prima.

Ma sì dai, immaginatelo.

Sacrilegio massimo, temperatura in dirittura di fissione nucleare, acquasantiere in vistoso stato di ebollizione.
Ma ce l’ho fatta.
Come ce l’ho fatta anche a non cadere dai tacchi.
Riuscendo, nel contempo, a non rendere grazie a Dio con percettibile scazzo ogniqualvolta il prete chinava la testa per farci accomodare, permettendo così ai miei poveri piedi di penzolare senza né gravità né carichi.


Beh.. perchè vogliamo forse dimenticare il fatto che sia riuscita a
deglutire la particola senza rischiare soffocamenti?
Un plauso va, altresì, alla mia fermezza nel decidere di non raschiare il pane molle dal palato con l’unghia affrescata di fucsia, cosa che si sarebbe altrimenti notata fino alla bancata spinta sulla porta, dove notoriamente si piazzano i miscredenti/impiccioni che, per ammazzare il tempo, osservano quello davanti con il riporto, quello a lato con il calzino bianco, quello laggiù che si scaccola annoiato.

(come dite..? come faccio a saperlo io? …)

Tutto liscio, in sintesi, se non calcoliamo il nubifragio della notte precedente, il freddo-di-merda-che-il-vento-lo-disperda della nottata a seguire, l’orrore, al ritiro delle fedi, nell’accorgermi che la data incisa non era quella giusta.

-oddio, la data è sbagliata.
-ehehhe, si si.
-no no giuro
-dai.. ehhee
-ma davvero, cazzo
-hehe, che simpaticona
-…
e così fino a notte inoltrata, quando sono riuscita a convincere il gioielliere che la mia non era una burla ma che ci stava per davvero un cazzo di 8 inciso al posto del 7.
Ad ogni modo.
Cerimonia perfetta e ricevimento in grande stile.

Il resort sontuoso e principesco ci ha accompagnati in un mondo dove favola e realtà danzavano cheek to cheek.
Sotto un cielo spazzolato di blu che lasciava presagire profondi orizzonti dai contrasti mozzafiato.

Peccato solo che fra i 180 invitati alla festa, io abbia (malauguratamente) scelto di salire in macchina della sorella della sposa (ciao Rossana), ignara del fatto che sarebbe dovuta passare prima da casa per “scendere il cane” (ciao Asia).
Persa la carovana, mi sono lasciata (erroneamente) consolare dal fatto che lei sapesse la strada e che nessuno si sarebbe accorto del ritardo sugli altri.
Ovvio che mai avrei voluto sentirmi dire: “Ero davvero sicura che la strada fosse questa” per poi sorbirmi il susseguirsi di curve inghiottite dal buio, avanti e indietro.
Poi torna indietro, poi di nuovo avanti.

Fame pantagruelica, stizzo, sconforto ed emicrania monumentale.
A momenti arriviamo al taglio della torta, persi fra gli ulivi di Corato.
Ma -anche qui- ce l’abbiamo fatta.

E infine il cibo ha sedato la fame, il vino l’emicrania, il sorrisi, che aleggiavano abbondanti, lo sconforto.

Ma a riempirmi, più di qualsiasi cosa e oltre ad ogni sincera previsione, quegli sguardi fugaci con Lei, sbrilluccicante di emozioni.
Bastava un sorriso complice, scoccato da una parte all’altra della sala, a catapultarmi nel bel mezzo dei miei quindicianni e a dare un senso perfetto a tutto.

Senza bisogno di parole, nè altro.

21 luglio, 2009

Mettiamo, ora, che abbia impellenza di raccontarvi..

C’è ancora qualche anima in questi luoghi perduti?