Archive for giugno 2007

Divanodivanodivano

27 giugno, 2007

 

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Montmelò

26 giugno, 2007

Un’immagine del nostro sabato mattina da non poter omettere, è quella del piccolo T., in ginocchioni ai lati della strada e con la braccia imbrattate d’olio fino ai gomiti, che sostituisce la frizione della moto, sciolta nella psicosi cittadina
(ricordate? semafori? prima, brum, folle, fermi prima, brum, folle, fermiprima, brum, folle, fermi ?..Mica vi dico le cazzate quando dico che era stressante..)
Insomma, con il rischio che si affacciasse l’eventualità di dover tornare a casa in autostop, il piccolo T., con minuziosità chirurgica, ha preso tranquillo a cambiare i dischi della frizione, in pieno centro cittadino, fra la gente che passeggiava, guardandoci a dir poco stupita, e me che, dalla panchina di fronte, di tanto in tanto, sventolavo qualche cartolina reclamando suggerimenti sulle cagate da scriverci sopra.
Una mezzora insolita, qualche ‘Fresh and Clean’ e poi pronti di nuovo alla partenza.
Mc Giver, al piccolo T., gli fa una pippa.

Bagagli al loro posto, caschi allacciati, cartina allargata sulla schiena del piccolo T. e scambio di schiaffetto sulla coscia a dichiararsi pronti.
Via.
Mentre Barcellona si rimpiccioliva, dietro di noi, proiettavo già il pensiero a questo tanto atteso appuntamento e, di lì a poco, snocciolando quei pochi chilometri che ci separavano da questa prossima, attesissima meta, eccoci arrivati.
MONTMELO’, Circuito di Catalunya.

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Un delirio di ruggiti, di motori urlanti, agli angoli delle strade, di carene colorate e tubi di scarico incandescenti.
Branchi di uomini in pelle, accesi e trepidanti.
Chioschi di carne grigliata odorosa, a perdita d’occhio.
Fratellanza e complicità, che fossi giallo o arancione, rosso o azzurro.
Una mescolanza di genti di ogni tipo, tutte abbracciate incondizionatamente dalla stessa, straordinaria passione.
Montando la tenda, si sentivano i motori in prova tuonare all’interno della pista e il nostro fervore cresceva esponenziale.
In men che non si dica, ci siamo trovati in circuito a perderci fra chioschi rinfrescanti e brulichio di genti, fra magliette e gadget di ogni tipo, ciondolanti in stand coloratissimi dai quali, il piccolo T., sembrava letteralmente rapito.
Non ho ancora capito bene come mai.

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In ogni caso, dopo aver esaminato minuziosamente i settori e scelto accuratamente la zona del ‘pelouse’ sulla quale avremmo poggiato i nostri culi agitati il giorno successivo, frontinati da un cappellino nuovo di zecca, ci siamo tuffati nel centro città, gremito di moto, di odori, di suoni.
Di gente festosa e danzante, sulle note della musica dei chioschi mischiata alle stravaganti percussioni dei motori sparati a palla.
Dopo quache birra, qualche stuzzichino e qualche ora strusciata su e giù per questo bizzarro parco giochi, abbiamo osservato scendere la notte dall’alto di una collinetta, a lato del paesotto, con gli occhi che luccicavano di entusiasmo e soddisfazione.
Ad un’ora imprecisata, abbiamo raggiunto la tenda e una strana ninna nanna in lontananza ha rintoccato tutta la durata di quel breve sonno.
Ma all’alba eravamo già arzilli.
E, come da previsioni, alle 7 eravamo già a stuoino teso sul prato inclinato, ad aspettare quella che si sarebbe rivelata una gara mozzafiato, destinata a passare alla storia per l’incredibile spettacolo che ne è scaturito.

 

Fiato sospeso e occhi sgranati, e infine un lungo scrociante applauso per quello che si è rivelato un pilota di straordinaria determinazione e di classe innata.
Calza a pennello l’immagine che il piccolo T. mi ha suggerito su questo biondino australiano, che “è come se tracciasse le traiettorie a matita”, senza sbagliare mai, senza sbavatura alcuna, liscio e preciso.

Nulla da togliere al mio sempreverde Vale, ma una scheggia carminia mi si è come conficcata nel cuoricino gialloblù.

Soddisfatti e gioiosi, alla fine abbiamo seguito la folla che defluiva lenta alle uscite e, mentre tutti si adoperavano nei grandi preparativi per il rientro dal weekend, io e il piccolo T., abbracciati nel fiacco dondolìo dell’amaca, poco a poco siamo rimasti soli, in un ambiente ora silenzioso, surreale, direi quasi post-atomico, fino a quando, la mattina seguente, siamo ripartiti lungo la costa verso la nostra ultima tappa. 

 

Barcelona!

20 giugno, 2007
 

Erano le undici passate, lunedì, quando la casa ha cominciato a risvegliarsi, lenta.
Il weekend mondano appena trascorso poggiava ancora molesto sulle nostre spalle.
Sì, un’altra volta. (e non mi dilungo oltre)
Ma eravamo in ferie, non avevamo alcun vincolo e tanto bastava.
Mentre il forno a microonde riscaldava il latte, stropicciandomi un occhio, ho aperto il pc.
Appeso il cartellino verde “chiuso per ferie” al blog, prima di chiudere realmente, ho fatto una breve capatina su Google Earth, per stimare le lunghezze che ci aspettavano.
Partendo con clamoroso ritardo sulla prevista tabella di marcia, abbiamo infine concluso di poter arrivare fino a Ventimiglia, per la notte, per poi proseguire fino a Barcellona, il giorno dopo.
Caricata la moto di bagagli, di entusiasmo e di stanchezza, che, a mano a mano, avremmo sbriciolato fuori dalle tasche lungo la strada, siamo partiti che il sole era alto.
Dopo 1.500 km scivolati sotto il sellino, tra suggestivi scorci di paesaggi mozzafiato e crescente impazienza, un grande cartello blu sopra alle nostre teste ci ha, d’un tratto, annunciato Barcellona alle porte.
Io ho cominciato a sbatacchiare eccitata le gambe sui fianchi del piccolo T., lui, di rimando, ha preso a patpattarmi la coscia scalpitante.
Eravamo arrivati.

BARCELLONA.

Da turista a tutto tondo, ho cominciato a scattare foto a random, ancora a cavalcioni del mezzo, così, a cazzo, a destra e a manca.
A primissimo assaggio, devo ammettere che sono rimasta un attimino interdetta e se avessi, lì per lì, dovuto descrivere la città, mi sarebbero bastate due parole: impalcature e semafori.
Una città in eterna ristrutturazione con tanti, tanti, tanti semafori.
Ma uno ogni venti metri proprio, e, come se non fosse già abbastanza, lì sembravano non avere la più pallida idea di cosa sia l’onda verde.
Prima, brum, folle, fermi.
Prima, brum, folle, fermi.
Prima, brum, folle, fermi.
Un tormento incredibile.
Se poi sommate il fatto che le corsie erano minimo cinque e sulla strada non si intravedeva alcun turista impacciato in sella a una moto sovracarica, ma solo autobus, taxi e gente del posto, abituata a fagocitare quelle strade da sempre e che vanta la confidenza adatta a poter sfrecciare a destra e sinistra come se ci fossero i binari, non vi verrà difficile immaginarci come uniche, piccole caviette spaesate in un labirinto caotico.
Un enorme labirinto di sensi unici e di corsie preferenziali, di ambulanze sparate a bomba e di pedoni che ti si spargevano intorno a frotte, da tutti i versanti.
Abbiamo gironzolato storditi per una buona mezzora, tentando di orientarci, prima di scorgere una specie di edicola a portata di mano.
Convenendo per una sosta, per reperire una cartina del posto e studiare il dafarsi davanti a una birrozza rigenerante, sono scesa, lasciando che il piccolo T. parcheggiasse il mezzo in una piazzola poco distante.
Mi sono sgranchita le gambe indolenzite, ho stiracchiato la schiena e, nel togliermi il casco, mezza frastornata e mezza rantolante, con la coda dell’occhio, ho notato sciami di genti, appena più in là, sulla sinistra, tutti con il naso all’insù, immobili.
Ho gettato distrattamente lo sguardo verso l’alto, senza fermare la mia camminata, domandandomi precisamente (lo ricordo) “ma che cazzo stanno facendo tutti quei babbei??”
E, del tutto inaspettatamente, ho visto.
Investita in pieno dalla sindrome di Stendhal, ho avvertito un sensibile senso di vertigine, le ginocchia hanno preso a tremolarmi, il cuore ha accelerato i battiti e gli occhi quasi mi si sono appannati.
Babbea di colpo anch’io, immobile.
Subito ho cercato di mettere a fuoco il piccolo T. che, ancora ignaro, mi si stava dirigendo incontro e, con espressione totalmente disorientata e solo un filo di voce, ho sibilato, indicando quasi timidamente con il ditino: “La Sagrada Familiaaaaa”.
Il piccolo T., alzato lo sguardo, ha sorriso lento e il suo viso affaticato ha magicamente iniziato a distendersi.
Da lì a breve, immobile, babbeo pure lui.
Quella straordinaria e inattesa visione ci ha lenito ogni affanno e ci siamo sentiti subito ricarichi di energia.
Sorprendente.
Siamo rimasti qualche minuto senza parlare, l’uno a fianco dell’altro, con il naso buttato lassù nel cielo, paghi di quella conquista.

sagrada2.jpgFelici e babbei.
Sembrava subito più bella, questa Barcellona, e, una volta rinvenuti dallo stato confusionale, ci siamo affrettati a trovare un albergo.
Una doccia e una cenetta frugale avrebbero definitivamente perfezionato l’umore e la notte di riposo a venire avrebbe risvegliato occhi golosi e bocche sorridenti.
La nostra vacanza stava cominciando.
Sabato mattina saremmo ripartiti per proseguire con l’itinerario, ma per 4 giorni la città era nostra.
Troppo pochi per abituare gli occhi a quella meraviglia cosmopolita, ci saremmo accorti poi.
Al genio pazzo di Gaudì, quell’architetto funambolico di cui si rilevano impronte lungo tutta la metropoli.
A quell’eterogeneità di colori, di culture e di immagini, dove antico e moderno si fondono assieme, dove alle maggiori rappresentazioni storiche medievali si affiancano spettacolari espressioni del Modernismo, dove l’accostamento tra il Barrio gotico e il moderno Porto olimpico, battuto di pub, ristoranti e casinò, sfarzosi e colorati, aperti fino alle luci dell’alba, non sembra poi così bizzarro.

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Una città calorosa, sorridente e gioviale, che non ti fa mai sentire fuori posto e che ti abbraccia con capolavori artistici e architettonici incredibili.
Dalle stalagmiti imponenti e disarmanti della Sagrada Familia, che sembra modellata a mano, come fosse un gigantesco castello di sabbia, di linee morbide e sinuose.
Alle forme ondulate e sorprendenti della Pedrera (edificio che copre tre lati con una facciata soltanto) come fosse plasmata su pongo grigio, con le cancellate alle finestre in ferro nero lavorato e pieno.

 

casa_battlo280px-casabatllo_0170E poi.
Non si può non rimanere incantati da casa Batlò, da quei colori ipnotici della facciata luccicosa, dalle sue vetrate mosaicate.

O dalle forme tondeggianti e fiabesche delle casette ai lati dell’ingresso a Parc Guell, che sembrano in marzapane e fan molto “Hansel e Gretel”, al punto che ti viene voglia di provare a staccare un pezzettino di balcone e di saggiare a morsetti che non sia, in realtà, glassa zuccherata.

parcguell000003094925La lunga panchina del parco, ondulata e ampia come una gonna a ruota in girotondo, col suo orlo colorato di pezzetti di cocci, vetri e maioliche vivaci è, a dir poco, uno spettacolo unico, per lo scintillio dello scenario in cui ti avvolge e per il paesaggio che, dall’alto, ti si snoda sotto maestoso.

 

E poi.

Le ramblas, un’arteria che taglia per metà la città, un enorme corridoio brulicante di turisti, bottegai e artisti di strada strabilianti.

 

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Colorate di fiori odorosi meravigliosi, di uccelli fringuellanti di tutte le sfumature pensabili e animaletti di ogni tipo.

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E, ad un tratto, lì a lato, la Boqueria.

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Un grandissimo, antico mercato coperto che è godimento per tutti i sensi, a cominciare dalla vista, che viene investita dai colori lucidi, intensi, quasi irreali, di ogni tipo di frutta, enorme e succosa, sistemata con ordine maniacale su banchi inclinati, come fossero gemme preziose, fino ad arrivare all’olfatto, che può godere di un’esuberante abbondanza di profumi, da quello zuccherino del sole, della frutta matura appena raccolta, a quello salino del mare, del pesce appena pescato.

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Un’opera d’arte che ci ha affascinato al punto di non riuscire a rinunciare a una tappa, seppure fossero appena le 10 di mattina, a un piccolo banchetto interno, fra i tanti presenti, dove potevi degustare assaggini di pesce grigliato freschissimo, sorseggiando ottima cervesa.
La capitale catalana è questo e molto altro.

Davvero troppo pochi 4 giorni, ma l’appuntamento successivo era inderogabile e non potevamo mancare.
Per questo, spuntati solo alcuni dei punti fondamentali della lista del vero turista, come la cena a base di Paella e Sangria in uno dei ristorantini che si srotolano sulla Barcelloneta, barcellona_acquario_32la visita all’acquario e le passeggiate serali, fra un bicchiere, un bacio e un souvenir, ci siamo visti arrivare il sabato in un batter di ciglia.

 

 

 

 

 

Respirando già una forte aria malinconica, prima ancora di lasciare che Barcellona si allontanasse alle nostre spalle, abbiamo stretto l’esplicito accordo di tornare, appena possibile, a gustare ancora questo mirabolante angolo di delizia. 

 

 

Squillino le trombe, trombino le squillo!

4 giugno, 2007
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Da queste parti ci si rivede intorno al 18 giugno…