Archive for novembre 2006

Lover of life, singer of songs

24 novembre, 2006

 

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Farrokh Bulsara

24 novembre, 2006
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E’ stato certamente il frontman più eccentrico della storia.

L’uomo dalle calzamaglie improbabili.
Dalla dentatura immensamente irregolare.
Dalle movenze da diva, da “Regina” indiscussa.
Tanto sfrontato nella vita pubblica, quanto riservato nella vita privata.
Di una sensibilità palpabile.
L’uomo che al concerto di Budapest ha omaggiato il suo pubblico ungherese con una simpatica versione di “Tavaszi Szel Vizet Araszt”, buffamente canticchiata leggendo il testo scribacchiato sul palmo della sua mano.
L’uomo che guarniva pomposamente le sue entrate sul palco facendosi trasportare in groppa da Superman, Darth Vader o Babbo Natale.

Lui era l’uomo che con un vocalizzo soltanto riusciva a fare cantare migliaia di persone all’unisono, sotto l’effetto di qualche strana forma di incantesimo.

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Lui era l’uomo che, alle realizzazioni di video quali “We are the Champions”, “Radio Ga Ga” e “ Friends will be friends”, richiedeva la partecipazione del Fan club.Lui è stato l’uomo che, fino all’ultimo giorno, ha cantato per la sua gente, con una passione, se possibile, sempre più profonda e tangibile.
Che, pallido e smagrito, con l’ultimo refolo di vita ha bisbigliato “I still love you” ai suoi fan, nel suo ultimo video, tratto dal quell’ultimo incredibile album che preannunciava drastica la sua scomparsa.
L’uomo dal talento incommensurabile e dalla grinta sconcertante.

L’uomo che dal 24 novembre di ormai 15 anni fa è diventato un ufficialmente un mito.

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Queen

24 novembre, 2006

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…fairy tales of yesterday will grow but never die…


(le favole del passato cresceranno ma non moriranno mai)

Queen

24 novembre, 2006

20 gli anni di carriera artistica.

Più di 150.000.000, le copie vendute in tutto il mondo, da quello che rimarrà nella memoria di tutti come il gruppo storico del rock inglese.

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707 i concerti della loro carriera.

251.000 gli spettatori che, nell’81, riempirono lo stadio Morumbi di S.Paolo (Brasile), conquistando un record di affluenza a un concerto rock tuttora imbattuto.550 le settimane di permanenza nella classifica inglese del loro primo Greatest hits.queen_57.jpg

4 gli album che contemporaneamente hanno militato nella Top twenty inglese (Queen, Queen II, Sheer heart attack, A night at the Opera).3 le notti consecutive di permanenza nello stadio della medesima città (Buenos Aires) per accontentare la richiesta degli innumerevoli fans. 
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Oltre 1 anno, la permanenza del singolo “Love of my life” nella classifica argentina.Nelle 26 date del Magic Tour si sono contati 1.000.000 di spettatori.400.000 solo nelle 6 date inglesi.

15 gli anni trascorsi da quando la tragedia li ha trasformati in leggenda.

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Di oltre 1.000.000.000 di persone è stimata la platea televisiva che ha seguito, da 76 paesi nel mondo, il “Freddie Mercury’s tribute” del 20 aprile 1992 (Wembley Stadium, Londra) in occasione del quale, a sole 2 ore dall’apertura dei botteghini, erano già stati venduti 72.000 biglietti. 

Festività non festiva

22 novembre, 2006

Ieri ero a casa.
Ufficio chiuso in occasione del patrono della città.
Erano settimane che gongolavo al pensiero della giornatatuttarelax che mi sarei concessa.. inghiottita dai cuscini del divano, con tutto l’occorrente a distanza di braccio (telecomando e pacco Fonzies formato famiglia).
Giornata di solenne letargo, era deciso.
Vabbè, mi sono alzata al solito per la colazione con il piccolo T., che la mattina (se è possibile) è ancora più adorabile del solito, con quei suoi occhietti insonnoliti e il visino stropicciato dagli ultimi rimasugli di notte.
Poco dopo, un bacino al caffè e un arrivederci alla sera.
Tre, due, uno.. via verso il letto.
Ma aspetta, dai.
Già che sono in piedi, forse è opportuno che sistemi i piatti di ieri nella lavastoviglie.
Che ci vuole, poi torno a letto e chi mi schioda più.
Nel mentre, mi ricordo che il giorno prima ho pure avviato la lavatrice.
Dai, la stendo.
Poi torno a letto, giuro.
Cazzo, mica è andata via quella macchia.. (‘starda)
‘spetta che provo con il Vanish, dicono sia miracoloso.
Lascio in posa qualche manciata di minuti e adopero l’attesa per levare quelle quattro ragnatele lassù, che son proprio odiose.
Aspetta và, che già che ho la scopa, la passo in salotto, che ieri ho adocchiato un paio di gattini di polvere accoppiarsi impunemente sotto i miei piedi innocenti.
Cazzo.
Guarda lì: la cera delle candele di ieri sera è colata sul pavimento.. (‘starda)
Ci vorrebbe una passatina col mocio.
Sciacquo la roba nel lavandino e nel frattempo lascio che il secchio si riempia di acqua bella calda.
Allo scrosciare dell’acqua, penso che un bel bagno caldo potrebbe aiutarmi a rendere perfetta la mia giornata di relax e mi riprometto di riempire la vasca non appena finisco di passare il mocio in salotto.
Tanto, ci vuole un attimo.
Passo il mocio e non riesco a non guardare il terzo incomodo che, (‘stardo), da buoni 10 giorni, sta intromettendosi irriguardoso nella mia relazione con il piccolo T., minacciando la nostra intimità serale con la sua presenza scomoda, quanto imbarazzante: un cavallone di panni da stirare, alto supergiù quanto un ragazzotto di 12 anni, in evidente sovrappeso.
Dai, prima o poi io e te si doveva far i conti.
Prendo fuori dallo sgabuzzino asse e ferro da stiro e comincio lenta la mia crociata.
Presto si fa ora di pranzo e il mio stomaco comincia a lagnarsi.
Gli intimo di tacere, che se mi fermo ora che ho preso il ritmo, non mi ripiglio più.
Riesco a controllarlo forse un’ora poi, per non sprecare tempo ai fornelli, mi tuffo nella confezione giallo-rossa di cornetti di mais, compiacendomi di aver mantenuto fede ad almeno un proposito della mia giornata che, da poltroneria piena si è trasformata in lavorativa, che più lavorativa non si può.
Stufa e affamata, finisco di stirare (ho lasciato indietro solo le camicie, giustificata dal fatto che io e queste ci si odi visceralmente) e vedo che fuori comincia già a essere buio.
Butto un occhio sull’orologio.
Mi accorgo che sono quasi le 6.
Cazzo.
Dovrei uscire a fare un po’ di spesa.
Il frigo fa eco.
Oppure, vediamo, per cena si mangian.. sottilette e pasta d’acciughe.
Mmm.
Meglio che esca a fare un po’ di spesa.
Sistemo i capelli arruffati in un cappellino da baseball, infilo il giubbottino sopra la tuta casalinga, scarpe da ginnastica e via.
Compra che ti compra, alla fine rientro con 4 borse, una confezione di acque e una di birre, che mi sono valsi 4 viaggi a bicipiti tesi su e giù per le scale, che, per la cronaca, approsimativamente equivalgono a 320 scalini, fra andata e ritorno.
‘na faticaccia unica.
Giusto il tempo di una doccia rapida (addio bagno caldo con i dischetti frizzanti al gingseng), che poi si spignatta per la cena.
Mentre la carne rosola piano nella padella, approfitto per cambiare le lenzuola in camera, che manca poco si alzino e camminino di loro.
Processione fra una federa e l’altra, per verificare lo stadio di cottura del rancio.
Il timer del forno mi avvisa che il pane è caldo, preparo la tavola e mentre spillo solennemente una Moretti, a lavori conclusi, percepisco i passi del piccolo T. sulle scale esterne, verso di me.
Baci e sorrisi, quattro chiacchiere in compagnia del pollo al latte, quattro minuti di tv, quattro grattini e poi il cedimento strutturale.

Fatemi un favore: la prossima volta che decido di impegnare una mia giornata libera nell’utopica speranza di riuscire a poltrire, convincetemi ad uscire a far shopping con le amiche, piuttosto.
Meno faticoso e sicuramente più appagante. 

Io canto

17 novembre, 2006

C’è solo una cosa peggiore dello stare 4 ore filate faccia a faccia con la commercialista che ti srotola davanti la relazione conclusiva sul risultato economico dell’operato annuale e che di seguito ti snocciola la dettagliata, nonchè fiorente, situazione patrimoniale e finanziaria di un’impresa, per la quale lavori per pochi spiccioli al mese: stare 4 ore filate faccia a faccia con la commercialista che ti srotola davanti la relazione conclusiva sul risultato economico dell’operato annuale e che di seguito ti snocciola la dettagliata, nonchè fiorente, situazione patrimoniale e finanziaria di un’impresa, per la quale lavori per pochi spiccioli al mese, con a fianco la mamma del titolare.
Onnipresente alle riunioni di questo tipo per convinta indispensabilità.
Donna minuta quanto caustica, corredata da un capello corto da pazza, da una vocetta stridula e da unghie eternamente pennellate di amarena matura; tipico esemplare di persona che riesce a instillarmi infusi di insofferenza, nervosismo e acredine, in dosi massicce e pericolose, già in condizioni normali. 
Figuriamoci poi se l’esemplare in questione è la genitrice di quel nano bastardo che mi nutre a misere pagnotte azzime, ogni mese.
Per obbligarmi a non sentire il suo incessante tesser lodi a quell’omuncolo di suo figlio, per prevenire lo scoppio coronarico e preservare le mie facoltà mentali affinchè non mi risvegliassi, qualche giorno più tardi, abbracciata in un camice bianco con l’accusa di omicidio preterintenzionale, ho dovuto canticchiare fra me e me per quasi tutta la durata dell’incontro.
Contando le occhiatacce di smarrimento che ogni tanto riusciva a lanciarmi, temo seriamente che quella povera donna aldilà della scrivania abbia se non altro pensato di infliggerle le stesse mie spietate torture, in più di un’occasione.

Per dover di cronaca, sento di non potermi esentare dall’aggiungere che il motivetto che canticchiavo era, sì, “Io canto”, ma chiaramente nella versione originale di Cocciante.

Sia mai che cominci pure ad ascoltare la Pausini. 

Politically scorrect?

14 novembre, 2006

Ieri, ore 19 circa.
Stravaccata sul divano, rientrata di fresco da un’ennesima giornata lavorativa sopportata per pelo.
Patta dei jeans aperta, calzini in spugna grigi per aria e una mela verde che scrocchia a ogni morso.
Sono lì, con l’espressione assente, che rigiro nervosamente il torsolo tra i denti mentre aspetto l’esito, quando il piccolo T., ignaro della delicatezza del momento, urla con la testa nel frigo:
“ehi, buttiam su qualcosa per..”
“Shhhhhhhhttt!!!” – lo interrompo io, senza scollare gli occhi dalla tv e brandendo l’indice davanti alla bocca- “..aspetta, voglio sentire un attimo l’esito della sfida..”
Il piccolo T. si trascina fiacco verso la tv, poi si volta verso di me e, con l’aria più serena del mondo, mi fa:
“Mmm.. che han fatto a gara di panini, ’ste due?”

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Se non sto attenta a momenti mi strozzo con il frutto, a forza di ridere.

Ps. Il primo che fa allusioni sarcastiche sul fatto che io guardi “Amici”, lo esilio nella black list.

Nemesi

13 novembre, 2006

 

 

Pant! Pant! Pant!

11 novembre, 2006

Ho una tale mole di lavoro, muratami tutt’attorno sottoforma di carta scribacchiata, che, se mi soffermo per più di un paio di secondi a osservarla col naturale smarrimento che ne consegue, mi pizzica il naso, mi tremola il labbro inferiore della bocca e mi viene come un irrefrenabile impulso di piangere.
(e il peggio è che son seria)
E considerate che mi sto impegnando a non notare gli acciecanti post it appiccicati perfino sullo schermo del pc, che a stento vedo quel che scrivo.
Ve ne cito uno a caso, giusto per farvi capire il calibro dei consigli-suggerimenti-disposizioni di quello che definire “capo” sarebbe blasfemo quanto definire George Michael un eterosessuale.
“Sentire l’Agenzia delle Entrate per la questione Ducato.
Hai sentito l’Agenzia per quella questione?
Sentila.”
(e il peggio è che son seria)
Capite quanto ci sia da piangere, ora.
Come non bastasse, ho delle sbalorditive occhiaie grigio fumo di Londra, che abbinate al terrificante palloreziofester da “facciampureletreinfrasettimanalichetantosiègiovani” non posso escludere che, da un momento all’altro, qualcuno entri in ufficio e mi faccia, indicandomi il viso con aria seria:
– ehi, ti son rimaste tracce del trucco di Halloween..
– fanculo.
A coronare la lista delle lamentele, vi dirò di quelle punte di dolore lancinante che stan colpendo indelicate il mio basso ventre, che quasi rimpiango il mio essere donna e che mi fan ben sperare di rinascere pesce rosso della Fiera di S. Andrea, nella prossima vita, di quelli che han la memoria storica di massimo 7 secondi.
Che io li pure ho messi i Petalo blu con le ali, ma la voglia di piroettare con il paracadute mica mi è venuta.
O di ballare il tango con pantaloni aderenti di lino bianchi.
Ma stiamo andando fuori tema.
Il punto è che sto blaterando da tre ore per buttar giù ste due cazzo di righe.
Perché mi si interrompe di continuo.
E il telefono.
E la gente.
E il corriere.
E quello paga, quello vuol soldi, quel terzo mi pagherà.
E ogni volta che riclicco sull’icona del mio testo word, e mi si riapre la possibilità di rilassarmi un nanosecondo, estraniandomi quel misero attimo, ecco che risuona il telefono, o che entra un cliente, o che chiama il capo.. e insomma, cazzo, qua il tempo saetta e avrei bisogno della Delorain per riuscire a far tutto quel che devo.
In ogni caso, dopo un liberatorio gesto dell’ombrello indirizzato a orologi, persone e cartame vario, per trovar sollievo, seppur momentaneo, vado a curarmi con 185 kcal di cioccolaterapia meglio conosciuta come “Kinder Delice”.

Che tanto, le diete, si sa, si cominciano di lunedì.  

A pranzo con Elisa

6 novembre, 2006

Già.
Oggi sono stata a pranzo con
Lei.
Abbiamo chiacchierato amabilmente, beccottando patatine fritte e wurstel con la senape.
Prima del caffè, si è addirittura esibita in una versione a cappella del suo ultimo singolo, che è stata accolta da applausi e richieste di replica.
Gentile, sorridente, esile come la si percepisce in suono.

Mmm.. e va bene, dai, lo ammetto.
Non è che fossimo proprio allo stesso tavolo.

Anzi, a dirla tutta era pure abbastanza appartata.

No, nessuna esibizione improvvisa, né altro.

Vabbè, insomma, comunque l’ho vista.
Ecco.