Archive for settembre 2006

Senza parole…

28 settembre, 2006

..c’è forse bisogno di aggiungere altro?

 

Piccolo T. e Gingerina

Taranto, 23 agosto 2006

 

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E’ o non è un uomo fantastico?

27 settembre, 2006

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Un po’ di mesi fa mi è nato un figlio.

Ho notato che gli scrittori, quando gli nasce un figlio, poi se ne escono spesso con qualche libro in cui parlano della cosa, oppure addirittura parlano al figlio, e con quella scusa dicono la loro. A me per ora non è venuto in mente niente. Volevo scrivere L’Ulivo spiegato a mio figlio, ma, con l’ingresso dell’UDEUR di Mastella, la cosa è diventata impossibile: non son buono a scrivere libri surreali.

In compenso ho pensato di raccogliere in un manuale tutto quello che ho imparato dei bambini. In pratica, il manuale è costruito in due parti. La prima è costituita da una frase che mi ha detto Lella Costa quando mio figlio è nato e non la smetteva di piangere.

Lei mi disse: “Non preoccuparti: qualsiasi cosa facciano, non la fanno per molto”.

Fine della prima parte.

La seconda consiste in un breve saggio che pubblico per la prima volta in questo inizio d’anno.

Si intitola: Cose che accadono quando si cambia un pannolino.

Il fatto è che i bambini sono un mistero fantastico (come il calcio, del resto) e quindi questa è praticamente l’unica cosa su cui ho da dividere qualche spicciolo di sapere: come cambiare un pannolino. Potrei azzardare anche qualcosa su come parlano, ma lì già si fa difficile. Quindi mi scuso, e pubblico il saggio. Che si intitola, appunto
Cose che accadono quando si cambia un pannolino.

1. Il pannolino può essere cambiato per tre ragioni: a) perché lo dice la mamma; b) perché lo dice la suocera; c) perché il bimbo ha cagato.

Naturalmente il gesto perde, nei primi due casi, gran parte della sua drammaticità.

Il vero, autentico, cambio di pannolino prevede la presenza della merda.

Di solito accade così.

La mamma prende in braccio il bambino, lo annusa un po’ e dice, con voce gaia e piuttosto cretina: “E qui cosa abbiamo fatto, eh?, sento un certo odorino… cosa ha fatto l’angioletto?”.

Poi la mamma va di là e vomita.

A questo punto si riconosce il padre di sinistra dal padre di destra.

Il padre di destra dice: “Che schifo” e chiama la tata. Il padre di sinistra prende il bambino e lo va a cambiare.

2. Il pannolino si cambia, rigorosamente, sul fasciatoio.

Il fasciatoio è un mobile che quando lo vedi a casa tua capisci che un sacco di cose sono finite per sempre, tra le quali la giovinezza.

Comunque è studiato bene: ha dei cassettini vari e un piano su cui appoggiare il bambino.

Far star fermo un bambino su quel piano è come far stare una trota in bilico sul bordo del lavandino. È fondamentale non distrarsi mai.

Il neonato medio non è in grado quasi di girarsi sul fianco: ma è perfettamente in grado, appena ti volti, di buttarsi giù dal fasciatoio facendoti il gesto dell’ombrello: pare che si allenino nella placenta, in quei nove mesi che passano sott’acqua.

Dunque: tenere ben ferma la trota e sperare in bene.

3. Una volta spogliato il bambino, appare il pannolino contenente quello che Gadda chiamava “l’estruso”.

È il momento della verità.

Si staccano due pezzi di scotch ai lati e il pannolino si apre.

La zaffata è impressionante.

È singolare cosa riesca a produrre un intestino tutto sommato vergine: cose del genere te le aspetteresti dall’intestino di Bukowski, non di tuo figlio.

Ma tant’è: non c’è niente da fare.

O meglio: si inventano tecniche di sopravvivenza.

Io, ad esempio, mi son convinto che tutto sommato la merda dei bambini profuma di yogurt.

Fateci caso: se non guardate, potrebbe anche sembrare che vostro figlio si è seduto su una confezione famiglia di Yomo doppia panna.

Se guardate è più difficile.

Ma senza guardare… Io con questo sistema sono riuscito a ottenere ottimi risultati: adesso quando apro uno yogurt sento odor di merda.

4. Impugnare con la mano sinistra le caviglie del bambino e tirarlo su come una gallina.

Con la destra aprire la confezione di salviettine profumate e prenderne una.

Neanche il mago Silvan ci riuscirebbe: le salviettine vengono via solo a gruppi di ottanta.

Scuotete allora il blocchetto fino a rimanere con tra le dita un numero di salviettine inferiore a cinque.

A quel punto, di solito, la gallina-trota, stufa di stare appeso come un idiota, dà uno strattone: se non vi cade, riuscirà comunque a spargere un bel po’ di cacca in giro.

Tamponate ovunque con le salviettine profumate.

Ritirate su il pollo e con gesto rapinoso pulite il sedere del bambino.

Posate le salviettine usate nel pannolino, e chiudetelo.

A quel punto la vostra situazione è: nella mano sinistra, un pollo-trota coi lineamenti di vostro figlio. Nella mano destra, una bomba chimica.

5. NON andate a buttare la bomba chimica!

La trota scivolerebbe per terra.

Quindi posatela nei paraggi (la bomba, non la trota) registrando il curioso profumo di yogurt che si spande nell’aria.

Senza mollare la presa con la mano sinistra usate la destra per detergere a fondo e poi passate all’olio.

Ve ne versate alcune gocce sulla mano.

Esse scivoleranno immediatamente giù verso il polso, valicheranno il confine dei polsini e da lì spariranno nell’underground dei vostri vestiti: la sera ne troverete tracce nei calzini.

Completamente lubrificati, passate alla Pasta di Fissan, un singolare prodotto nato da un amplesso tra la maionese Calvè e del gesso liquido.

Ne riempite il sedere del pollo, e naturalmente ve ne distribuite variamente in giro per giacche, pantaloni ecc.

A quel punto avete praticamente finito.

A quel punto il bambino fa pipì.

6. Il bambino non fa pipì a caso.

La fa sul vostro maglione.

Voi fate un istintivo salto indietro.

Errore.

La trota, finalmente libera, si butta giù dal fasciatoio.

Ritirate su la trota e non raccontate mai alla mamma l’accaduto.

7. Prendere un pannolino nuovo.

Capire qual è il lato davanti (di solito c’è una greca colorata che aiuta, facendovi sentire imbecilli). Inserire il pannolino tra le gambe del bimbo e chiudere.

Il sistema è stato studiato bene: due specie di pezzi di scotch, basta una piccola pressione e il pannolino si chiude.

Sì, ma quanto si chiude?

Così è troppo stretto, così è troppo largo, così è troppo stretto, così è troppo largo.

Si può arrivare anche a una ventina di tentativi.

È in quel momento che il bambino inizia a intuire di avere un padre scemo: giustamente manifesta una certa delusione, cioè inizia a gridare come un martire.

Da qui in poi si fa tutto in apnea e in un bagno di sudore.

8. Nonostante i decibel espressi dal bambino, mantenere la calma e provare a rivestire il bambino.

È questo il momento dei poussoir.

Quando Dio cacciò gli uomini dal paradiso terrestre disse: partorirete con dolore e dovrete chiudere le tutine dei vostri figli coi poussoir.

Per chiudere un poussoir bisogna avere: grandissimo sangue freddo, mira eccezionale, culo della madonna.

Il numero di poussoir presenti in una tutina è sorprendente e, perfidamente, dispari.

9. Se, nonostante tutto, riuscite a rivestire il bambino, avete praticamente finito.

Vi ricordate che avete dimenticato il borotalco: il culetto si arrosserà.

Pensate ai bambini in Africa, e concludete: si arrosserà, e che sarà mai.

Quindi prendete il bambino e lo riconsegnate alla mamma.

Lei chiederà: “L’hai messo il borotalco?”.

Voi direte: “Sì”.

Con convinzione.

10. Ripercussioni fisiche e psichiche.

Fisicamente, cambiare un pannolino brucia le stesse calorie di una partita di tennis.

Psichicamente il padre post-pannolino tende a sentirsi spaventosamente buono e in pace con se stesso.

Per almeno tre ore è convinto di avere suppergiù la nobiltà d’animo di Madre Teresa di Calcutta. Quando l’effetto sparisce, subentra un irresistibile desiderio di essere single, giovane, cretino e un po’ di destra.

Alcuni si spingono fino a consultare il settore “Decapottabili” in Gente Motori.

Altri telefonano a una vecchia ex fidanzata e quando lei risponde tirano giù.

Pochi dicono che devono andare a comperare le sigarette, escono e poi, tragicamente, ritornano.

In casa li avvolge la sicurezza del focolare, il tepore di sentimenti sicuri, e un singolare, acutissimo profumo di yogurt.

Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: gennaio 2001

Fra Martino campanaro, dormi tu?

25 settembre, 2006

Questo weekend mi ero prescritta una ricetta a base di sonno e riposo, per recuperare, almeno in parte, le energie sperperate durante la lunga settimana appena trascorsa.
Per cui, organizzato il giro in moto per la domenica mattina, ho preferito rimanere a casa a godermi il lettone in tutte le direzioni.
L’idea era di raggiungere il piccolo T. e gli altri verso l’ora di pranzo, così avrei potuto ronfare anche fino alle 11, nel silenzio perfetto della casa indisturbata.
Fantastico, sì.
Peccato solo che il paese fosse in giubilante festeggiamento per l’arrivo del nuovo parroco di rione e che le campane abbiano suonato a festa, ininterrottamente (non scherzo), dalle nove a mezzogiorno inoltrato.
Per chi non riuscisse a comprendere la gravità della situazione, sappia che ho il campanile praticamente sul terrazzino di casa e che nutro simpatia per tali avvenimenti tanto quanto un dito nell’occhio. 
Conservo la medicina per domenica prossima, annotandomi di comprare una confezione famiglia di tappi per le orecchie.
Non si sa mai.
 

Piccole donne crescono…

20 settembre, 2006

La notte del 21 agosto abbiamo traghettato verso Bari.
Alle 22, mangiando un tramezzino confezionato e sorseggiando succo in cartoncino, abbiamo osservato le luci della nostra bella Dubrovnik allontanarsi, poi, sistemati i sacchi a pelo sul ponte e rinunciato alla lettura del naufragio di ‘Oceano Mare’ (abbiamo valutato che non fosse il caso..), ci siamo fatti dondolare piano in un sonno cullato dal ronzio atono dei motori e dagli impalpabili spruzzi d’acqua salata che ci bagnavano il viso.
Poco prima dello sbarco, un’alba lucente è esplosa carica e ha lentamente risvegliato tutti, in un misto di silenzio e meraviglia, rotto appena dagli scatti delle macchine fotografiche intorno.
La costa in lontananza, il sole di sbieco, gli occhi vivaci, quel raccimolare frettoloso, per scendere alla moto.
Con i piedi a terra, si era d’accordo, avrei chiamato lei: Angela.
Angela è stata la mia compagna di banco delle superiori, fino a che, puntualmente non ci avevano separato perché si sghignazzava sempre troppo.
La mia amica del cuore.
L’amica con la quale ho trascorso i miei pomeriggi a libro aperto sotto al naso a chiacchierare di avventure, di sogni, di emozioni, che tanto di studiare non se ne parlava mai.
Ci si chiudeva in camera sua e, a ruota libera, si parlava, si parlava e si parlava ancora.
A pensarci non so cosa avessimo tanto da dirci, ho però ben chiaro il ricordo in testa di quel giorno, quando con gli occhi un poco lucidi mi aveva annunciato che sarebbe partita con la sua famiglia, che si trasferiva a Bisceglie, per motivi di lavoro del padre.
Ricordo molto bene quello stato di incredulità e di rifiuto mentale.
Non poteva essere.
Una mattina di qualche tempo dopo, quando l’avevo vista allontanarsi all’interno di quella Tipo bianca, avevo realizzato.
E i giorni successivi, quando passavo di continuo sotto alle finestre sbarrate di quella che era stata la sua casa fino a poco prima, ci immaginavo, ancora lì nella sua camera, con i nostri chiacchiericci a far ancora da eco..
Ci siamo ripromesse di non dimenticarci l’una dell’altra, come se fosse stato possibile.
E così gli anni sono trascorsi, fra telefonate, messaggi di auguri, qualche cartolina e qualche visita, di tanto in tanto, quando d’estate capitava che venisse da queste parti a trovare qualche parente.
E poi gli infiniti: “eddai, vieni a trovarmi qualche volta.. organizza una vacanza da queste parti..” insomma, stavolta c’eravamo sul serio.
Non abbiamo fatto nemmeno in tempo a scendere dal traghetto e a sistemarci in un localino per un caffè e una lavata di faccia, che il telefono mi è squillato.
“Dove sei?”
“Eheh, sono in porto..”
“Bene! Ti aspetto qua, prendi quella strada lì, ci vediamo là.. ok?”
“Ok, dai che tra qualche minuto ti abbraccio..”
“Non vedo l’ora”
E infatti, di lì a poco, l’ho vista, da lontano, mentre si sbracciava verso di noi, inequivocabili turisti a cavalcioni di un motarmadio.
Sempre la stessa, ma Donna.
Il suo viso era graziosamente incorniciato da lunghi capelli castani e illuminato da un ampio sorriso, bianco e regolare, regalo sofferto di quell’infernale macchinetta metallica che aveva imprigionato la sua dentatura negli anni dell’adolescenza.
La gonnellina sportiva scopriva le sue gambe abbronzatissime e indossava Rayban semicoprenti, identici ai miei.
Il nostro abbraccio è durato tre giorni, nei quali ho rivisto la sua deliziosa famiglia, ho conosciuto il suo simpaticissimo compagno, ho visto i suoi posti, la sua casa, la sua vita.
E’ stato davvero emozionante e divertente.
Abbiamo ricordato i tempi della scuola, ridendo come ragazzine ricordandoci di quel professore assurdo o di quel compagno di classe particolarmente sfigato che ci vendeva i fogli protocollo per i compiti in classe, segnandosi il credito di 100 Lire a foglio perché “dai Fabris, non li ho adesso, te li porto, giuro”
Seee.
E lui giù a segnarsi sul diario la lista nera.
Abbiamo chiacchierato delle nostre vite, della strada che abbiamo fatto, delle scelte che ci hanno cresciuto.
Insomma tre giorni fantastici, di mare e risate, di serate al limoncello e karaoke sugli scogli.
Ci siamo salutate con la promessa di vederci di nuovo, presto. 
Certo non avrei creduto così presto.
Ieri, in occasione del suo compleanno, l’ho sentita per farle gli auguri e tra un “come và?” e un “novità?” mi ha candidamente annunciato che si sposa a settembre prossimo. 

Sono ancora indecisa se piangere di gioia o se rosicare di invidia. 

Estathè: fatti rapire dal gusto…

18 settembre, 2006

Il bottiglione di Estathè che torreggia da qualche giorno a lato della mia scrivania ha assunto un innaturale, e decisamente sgradevole, gusto frizzantino.
Avrei dovuto accorgermene da quello sfoggio di opacità poco affidabile, e dall’insolito sfiato gassoso all’apertura del tappo, e, in ogni caso, prima che mi gonfiassi le guance con una sorsata ingorda. 

Che sia il caso di svuotarlo nel lavandino del bagno nel fiducioso tentativo di distrarre i conati di vomito che stanno assalendomi? 

DUBROVNIK

12 settembre, 2006

L’alba era silenziosa.

Per non incrinare quel silenzio cristallino, ma anche giustificati dall’essere ancora leggermente indolenziti di sonno, abbiamo preparato i bagagli, fatto colazione e scambiato qualche sguardo sorridente, senza quasi proferire parola, con una stazione radio che sussurrava piano musica croata, miscelata ai primi brusii del paesino al risveglio.

Il traghetto ci avrebbe presentato a Dubrovnik due ore dopo e il nostro fervore era comune e crescente.

Dormicchiando sul ponte, avvolta nel telo da bagno per ripararmi dal venticello non propriamente docile del nostro mattino di fine agosto, ho sentito a un tratto la voce del piccolo T. sussurrarmi piano: “ Ehi?”

Aprendo gli occhi ricordo di aver pensato che non avevo mai visto nulla di più bello: il piccolo T., proteso verso di me, nell’accarezzarmi lieve una guancia, incorniciato dai suoi odorosi riccioli biondi e da una corona luminosa, dono di un sole morbido alle sue spalle, che mi sorrideva tenero: “..Siamo arrivati”.

Stropicciandomi gli occhi, mi sono affrettata alla balaustra e ho l’ho vista: Dubrovnik.

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Ho visto quel suo ponte sospeso, le sue case in controluce, spinte lungo tutta la costa, le imbarcazioni librarsi su quel verde smeraldo inimmaginabile, di un’acqua lucida, eterea, si sarebbe detto impalpabile, e le navi che, indaffarate, entravano e uscivano dal porto noncuranti di quell’abituale bellezza.

“Siamo arrivati!”, ho fatto eco io, con il bagliore negli occhi di una bambina arrivata all’ingresso di un luna park, dopo una lunghissima fila alle casse.

E così, sono cominciati gli ultimi nostri 3 giorni in terra croata.

Sbarcati e insellati un’altra volta, abbiamo gironzolato, trovando la stanza e il riposo per la moto, e, una volta sostituiti gli stivali con gli infradito, ci siamo lanciati nella passeggiata di conoscenza con la nostra nuova meta.

Abituati all’inerzia e alla quiete isolana, devo ammettere che il brulichio di genti è stato accolto da subito come favorevole.

Tra l’altro, ci saremmo accorti poi, pur essendoci una mescolanza notevole di facce di ogni colore e ogni credo, il tutto veniva percepito come un’unica lenta fiumana silenziosa, quasi fosse un’oasi di pace, davvero surreale.

C’era un mormorio composto e rispettoso in contrasto all’immagine di centinaia di persone, abbracciate tutte insieme da una muraglia imponente, simbolo di una città visibilmente toccata da una guerra non abbastanza distante.

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Il centro storico è infatti circoscritto da mura, intervallate da torri, forti e bastioni, completamente percorribili a piedi, altre fino a una trentina di metri.

La sua estesa via centrale, dove sono fioriti, ben stipati, negozietti, bar e gelaterie, si ramifica poi in emissari sottili, rampicati su scalinate ombreggiate, che offrono ripiani di sosta, utili per decidere se risalire il labirinto o scendere di nuovo.

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E di certo qui non mancano ristoranti e localini di ogni genere per pensarci senza fretta, ingollando vino dalmata e trangugiando qualsivoglia cibo, trovando occasione di salutare qualche amico e chiacchierando amabilmente.

Mi è difficile proseguire con il post, perché di quei giorni potrei davvero raccontarvi a ruota libera, tanto sono rimasta abbagliata da questa città, ma non voglio rischiare di essere inutilmente prolissa e facilmente noiosa.

Vi basti sapere che abbiamo fatto i turisti a tutto tondo, gozzovigliando pesce a ogni occasione e tappeggiando per i locali giovani fino allo sbadiglio contagioso.

Che abbiamo camminato e camminato tutt’occhi fino all’esaurimento delle energie

(non avrei potuto tenere il conto degli scalini che ho fatto, ma vi assicuro che i miei glutei hanno ringraziato caldamente).

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Che abbiamo sonnecchiato alle fronde degli alberi dopo i nostri pranzetti bucolici, comprato souvenir nell’attesa che il sole dell’una lasciasse il posto a quello meno intenso delle tre, riposato deliziandoci in riva a un mare energico nella lettura di libri zuppi di capelli gocciolanti.

Che abbiamo chiacchierato di passato, di presente e di futuro.

Che abbiamo oziato al fresco della camera condizionata, fra film in lingua originale, coccole e doposole.

Che abbiamo ammirato in silenzio le luci della notte e che ci siamo fermati ad applaudire gli artisti di strada.

Poi, vi chiedo ancora solo di immaginare il mare.dubrovnik_croatia_galleryfull.jpg

Spumeggiante e placido, lucido e accogliente, poggiato su un letto di sassolame variopinto, di blu, di rosso e arancio, di bianco.

Di pezzetti di vetro, di mattonelle, di ceramiche, mescolati ai sassolini biancogrigi naturali, tutti sbalorditivamente lisciati dall’instacabile lavoro dell’andirivieni complice dell’acqua, rotondeggiati per mostrarsi più affascinanti e per nascondere la loro probabile natura, quella di resto straziato di un paese svuotato delle sue macerie nel fondale marino, muto, cieco e senza memoria.

Anche se la cosa decisamente più toccante del paesaggio nella sua interezza sono le terracotte dei tetti, di un arancione nuovo di zecca.

Come vedere tanti anziani signori, segnati in volto dalle rughe di un passato incancellabile, tutti ornati da cappelli colorati, di ultima moda.

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Un inchino di ammirazione allo spirito di chi, rimboccatosi le maniche, ha saputo dare il nuovo volto sorridente ad una della perle più belle dell’Adriatico.

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Those who seek paradise on Earth should come to Dubrovnik and see Dubrovnik.

George Bernard Shaw – 1929

Tribute in light

11 settembre, 2006

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..l’orrore è entrato nel nostro cielo con quell’immagine indelebile: l’aereo che virava e s’infilava nella Torre Nord, spettacolare come in un film. L’incrocio più diabolico: gente pacifica trasformata in bersaglio di gente pacifica trasformata in arma. Morte che corre incontro alla morte. Vite ignote che si accartocciano l’una contro l’altra. Gli assassini correvano verso il loro paradiso insieme alle anime di impiegati, manager, inservienti, pompieri. Chi era nel cielo è morto, chi era dentro è morto, liquefatto insieme all’acciaio. Qualcuno ha scelto di lasciarsi andare: cento piani di vuoto pur di non bruciare. Il vuoto anche senza ali è comunque un volo. Meglio del fumo infiammato che scardina la carne fino alle ossa come un acido. Morti e vivi hanno camminato accanto strizzati lungo le scale, lungo i corridoi, seguendo il torrente delle grida. Chi saliva, chi scendeva. E il destino intanto andava a mulinello: tu sommerso, tu salvato. Margaret Mazzantini

 

” ..Il weekend del [8-9 settembre 2001] fu staccata la corrente nella torre sud. A causa della mancanza di energia, non ci fu corrente elettrica per circa 36 ore dal 50° piano in su… Il motivo del distacco, secondo il WTC, era la manutenzione degli impianti di cablatura… Ovviamente senza corrente non erano attive le telecamere di sorveglianza nè le serrature di sicurezza, [mentre] molti, molti “ingegneri” entravano e uscivano dalla torre.

E’ in ogni caso possibile stabilire, oltre ogni ragionevole dubbio, una cosa molto importante: la distruzione del World Trade Center fu una operazione interna, orchestrata da terroristi “interni”. Terroristi stranieri non avrebbero potuto avere accesso agli edifici per piazzare le cariche esplosive. Probabilmente non avrebbero manifestato la cortesia di fare in modo che le torri crollassero in modo verticale, piuttosto che crollare sugli edifici circostanti. E non avrebbero potuto orchestrare un insabbiamento, dal rapido smaltimento dell’acciaio al rapporto della FEMA al rapporto della commissione sull’11 Settembre al rapporto del NIST. Tutte queste cose possono essere state orchestrate solo da forze interne al nostro governo

L’evidenza di questa conclusione è stata ignorata largamente dalla stampa mainstream, probabilmente celandosi dietro la maschera dell’obbedienza al consiglio del Presidente Bush di non tollerare le “scandalose teorie della cospirazione”. Abbiamo visto, comunque, che è la teoria della cospirazione del Presidente Bush ad essere scandalosa, poiché è contraddetta enormemente da numerosi fatti, incluse le basilari leggi della fisica…”

David Ray Griffin.

Mljet

7 settembre, 2006

 

Mercoledi 16 agosto, giorno 3.

Giovedi 17 agosto, giorno 4.

Ancora percettibilmente sconvolti dal Grizly, la mattina del mercoledì, di buon’ora, abbiamo attraversato tutta l’isola di Hvar per scendere poi sul tratto costiero della Croazia e prendere il traghetto che ci avrebbe portato su un’altra isoletta per un paio di giorni.

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Condenserò due giornate in un breve racconto soltanto.

Anche perché, di un isolotto lungo 37 km, largo solo 3 e perlopiù quasi completamente ricoperto da superficie boschiva, (detiene il record in tal senso sulle isole dell’Adriatico), non è che ci sia poi molto da raccontare.

Attaccandoci ai suggerimenti di corridoio (ho sentito addirittura qualcuno definirla l’isola più bella del Mediterraneo, probabilmente un povero cieco) abbiamo optato per questa tappa, nella quale, devo confessarvi, ho raggiunto il picco massimo di disperazione da turista disilluso.

Già leggermente disincantata da Hvar che, non che non fosse carina, tutt’altro, ma aveva davvero poco da offrire al turista, qui mi sono trovata ad apprendere il reale significato della parola NULLA.

Se non fosse stato per quella linguetta di asfalto liso che la attraversava, per i cumuli di sporcizia disseminati a casaccio e per le carcasse di automobili e di camion abbandonate nei fossi, in certi punti si sarebbe tranquillamente detto che era ancora del tutto inesplorata.

Certo, sapevo di non dovermi aspettare i frenetici locali stipati di Ibiza, o i colori e il fervore del Carnevale di Rio.

D’accordo anche al ramadam di vita notturna e di divertimenti artefatti e non puramente genuini.. ma, insomma, un minimarket dove poter comprare un litro di latte per la colazione, quello -eccheccazzo- sì.

Vabbè dai c’era il parco nazionale.

(Embè, direte)

Un parco, per accedere al quale bisogna versare il simpatico contributo di 90 kune a testa (circa 13 euro) dove poter ammirare quattordici milioni abbondanti di ettari di bosco.

Di bosco.

E ancora bosco.

Infestato da una varietà e una vastità tale di insetti, dei quali, solo per non rispolverare il drammatico ricordo, voglio risparmiarvi la penosa descrizione.

Certo c’era un’acqua cristallina a 28 gradi.

Invasa dalle meduse.

Beh, però, pensandoci, c’era un sentiero che percorreva suggestivamente tutta la costa.

Da fare rigorosamente a piedi, su un saliscendi sconnesso, in piena battuta di sole.

Insomma, uno strazio.

Il nostro alloggio era un simpatico garage, senza finestra alcuna, ristrutturato a mò di appartamentino, sulla costa sud-est, a Saplunara, nel quale siamo riusciti a trovare sollievo, ripiegando su un sesso spietato e liberatorio.

Una delle cose carine del posto (eddai, poi mi vengono in testa anche le altre) erano le mitiche Fiat 126, con il tetto flexato, che pascolavano a noleggio.

Alcune ricoperte in pelo, con il muso di gatto e la coda penzolante, altre ridisegnate a zebra, a pois, mimetiche, a fiori..

Un tocco di colore in un ambiente monocromatico.

E così, per non precipitare in depressione, ci siamo tolti lo sfizio della Mini-brum, optando per quella in versione leopardata.

Un azzardo, l’associazione, è da dire, ma tutto sommato un bello spasso.

Gironzolando allegramente tutto il secondo giorno in cerca di smentite – non trovate – abbiamo poi raggiunto il nostro accogliente garage, poco prima del tramonto e, sorseggiando Karlovacko pivo con i “moderatamentesimpatici” locatori del bunker,(quello croato, mi soffermerò poi, è un popolo molto freddo e guardingo) ho scoperto infine una chicca che non posso assolutamente non riportare:

La popolarità della mangusta grigia.

Tenetevi forte.

Introdotta sull’isola all’inizio del secolo scorso, per porre freno al proliferare delle vipere, è adesso bersaglio di caccia grossa, non solo perché ha proliferato disumanamente lei stessa (facendo peraltro impallidire i meriti del famigerato coniglietto da monta), ma perché, una volta esaurita la scorta del rettilame disponibile, questa ha cominciato a cibarsi di faine, gatti, tartarughe, volatili e probabilmente qualsiasi cosa di parvenza vivente, minacciando lo sterminio della fauna nella sua interezza.

Decisi a non tollerare nemmeno una parola di più, alle 6.00 del mattino seguente avremmo preso il traghetto per Dubrovnik.

Hvar

5 settembre, 2006

Martedi 15 agosto, giorno 3.

Prima di srotolarvi giù le vicende del mio ferragosto, devo tornare un po’ indietro e raccontarvi della nostra notte tormentata.

Devo oltretutto farvi una premessa importante, ovvero che ho la sfacciata fortuna di riuscire a dormire in qualsiasi angolo mi si incastri, in qualsiasi condizione e soprattutto a qualsiasi livello di decibel di rumore.

Vi basti sapere che, nel periodo nel quale il piccolo T. ed io ristrutturavamo casa, sono riuscita a farmi una dormitona galattica, con tanto di sogni cosmici, nel bel mentre del solenne taglio dei battiscopa, con quello strumento diabolicamente stridulo che ha la lama rotante, a due centimentri due da me, fra la polvere che questo sprigionava e il piccolo T. divertito dal fatto che più cercasse di disturbarmi e più io sbavottavo sul cuscino.

Ma tant’è.

Quella notte, coccolati soavemente da Scott Stapp (che, pur potendo facilmente cadere in equivoco, non è un detersivo ai carboni attivi di ultima generazione ma il (fu) cantante dei Creed) siamo scivolati nel sonno, confinati ognuno sul suo materassino ma con le mani intrecciate e i visi uno contro l’altro, a respirarci i sogni e a sfiorarci di labbra fino a che la musica è diventata lieve, ancora più lieve, sempre più…

Silenzio.

Sarebbe stato tutto perfetto se, a un certo punto della notte, il piccolo T. non mi avesse preso a spintarelle, borbottando infastidito qualcosa tipo:

“Ehi, amore, stai russando.. girati su un fianco..”

Eseguito l’ordine d’istinto, senza discutere tanto, ho realizzato però che non è mia abitudine russare.

E poi, caspita, lo sentivo anch’io.

Ma non era un russare umano, quello, ve lo giuro.

Era quanto di più terribile avessi mai sentito.

Assai peggio di una seghettatrice elettrica enorme.

Parecchio più irritante dell’aspirapolvere mattutino di una mamma che ti entra in camera di domenica, alle 8, in gennaio, aspirando proprio sotto al tuo letto e spalancandoti pure le finestre. (a chi non è capitato..)

Insomma, un frastuono e un tormento indicibile.

Pareva davvero di averlo lì, in tenda, in mezzo a noi.

Il piccolo T., svegliatosi ben bene e accortosi del malinteso, mi sgranava gli occhi incredulo.

“Mai. Nemmeno sotto militare, ho mai sentito nulla di vagamente simile”, continuava a dirmi.. e così, fra bestemmie soffocate e sonnellini brevi e distrurbati, si è fatta l’alba, con questo accompagnamento davvero indelicato.

Mica è finita.

Infatti, tra le 6 e le 6.30, proprio sul sorgere del sole, abbiamo dovuto appurare che non solo l’isola di Hvar è nota per le sue odorosissime piantagioni di lavanda, ma dovrebbe anche esserlo per la sovrabbondante popolazione di grilli, cicale e quanto di più frinente del mondo animale.

E così, unito al mostro sacro del bailamme, abbiamo omaggiato del trillo monocorda, simile a una sveglia instancabile, di dieci, mille, diecimila, un milione di cicale in festante giubilo per il nuovo giorno.

Insomma, nottataccia.

Prima delle 8 eravamo già seduti fuori dalla tenda, assieme ad un’altra manciata di disgraziati come noi, tutti con la stessa faccia stravolta.

Eravamo già decisi a smontare la tenda e a volare via da quel posto in tempo zero quando, proprio mentre abbracciavo convulsamente i materassini per sgonfiarli e riporli nel bauletto, il piccolo T. ha avuto la reminescenza che, durante il pranzo alcoolico del giorno prima, aveva vaneggiato qualcosa sul noleggiare una barca e visitare le isolette che, proprio sotto a Hvar si sparpagliavano in un’acqua limpida e celeste.

Alla sua proposta l’ho guardato un tantino accigliata, come intomorita dal fatto di dover passare un’altra notte in bianco (toglietemi tutto ma non il mio sonno).

“Ma si, dai.. andiamo a fare un giretto in barca e poi quando rientriamo decidiamo il dafarsi..”hvar1.jpg

Aveva il faccione come quello di un bambino davanti a uno scaffale di giocattoli colorati. Come potergli dire no.

E allora, ributtati i materassi sgonfi in tenda, scivolati accanto la tenda ancora russante del vicino inumano, e sperando, tra l’altro, in un’implosione spontanea della stessa, abbiamo raggiunto il porticciolo di buon’ora, noleggiando una barchetta che ci avrebbe scorazzato (ehm.. al picco massimo, in scia e con vento a favore, di circa 3.8 km/h) in giro tutto il giorno.

A parte il tempo, sul principio leggermente avverso (che ci ha addirittura inumiditi di pioggia per qualche tratto), verso metà mattina il sole è esploso con tutta la sua esuberanza e ci arrostito per bene fino al nostro rientro, verso le 19.

Mentre mi preparavo per la sera, a capo chino sotto un getto d’acqua caldo, ho ripensato spesso a quella nostra giornata, cercando di fissare a fondo le fotografie mentali di quel mare lucido, di quel ridere leggero, di quel benessere infuso nello spirito.

Il locale, che ci ha accolto per la cena, era quanto di più bello ricordo del viaggio nella sua interezza.

Arroccato sugli scogli, costruito a secco in pietra grezza, adornato da reti da pesca e ninnoli marini, cosparso di candele tremolanti e di luci morbide.

Carinissimo il servizio, carinissimo il proprietario-cameriere-factotum, carinissima la vista di barche ondeggianti che, illuminate, disegnavano serpentine d’oro sul nero di un’acqua placida e innocua.

Peccato che il tempo sia volato e che avremmo dovuto presto sbattere il naso sul fatto che, troppo tardi ormai per rimettersi in viaggio, avremmo dovuto di nuovo dormire vicino alla falegnameria in pieno lavoro, con la prospettiva di un milione di sveglie puntate all’unisono poco prima della prossima alba.

Quella notte però, tutti più in confidenza con il mostro della tenda grigia (di “lui” non si conosce nulla, se non le sue scarpe da ginnastica fuori dalla tenda, nessuno, infatti, lo ha mai visto di persona..) c’era chi urlava sguaiato, dall’interno dalla propria tenda, grida di suppliche o bestemmie, o chi addirittura scorreva la zip e si prodigava a scuotere violentemente il suo telo, facendolo smettere per qualche minuto prima di ricominciare addirittura più violento.

Chi, come noi, aveva sperato in una sbornia clamorosa la sera prima, e l’aveva quasi perdonato per empatia, aveva dovuto ammettere che questo era davvero un habituè del crivellaggio e aveva cominciato a odiare questo essere invisibile tanto che, la mattina seguente, di nuovo con le facce stravolte, nel sussurrarci frasette laconiche di solidarietà, ci siamo trovati tutti a spicchettare le tende e ad abbandonare quel luogo oscuro, che la notte assumeva forme davvero abominevoli.

Il grizly si sarebbe svegliato solo con le sue amiche cicale.

HVAR

4 settembre, 2006

 

Lunedi 14 agosto, giorno 2.

Era mattina presto quando ho schiuso gli occhi, pizzicata da un fascio di luce caldo che, luccicante di impalpabili granelli di polvere, filtrava dalla tenda socchiusa.

Madre Natura stava sorridendo.

Euforici per la giornata a venire, rifocillati da una colazione abbondante e rimpacchettati i bagagli, ancora umidi, ci siamo diretti al porto con una meta toccata a caso sulla cartina affissa all’entrata dell’albergo: Hvar.

croaziamappa.jpg

L’imbarco, previsto di lì a poco, ci ha impedito di dedicarci, anche solo un minuto di più, alla città che ci aveva ospitato per la notte; per questo non potrò dirvi molto a testimonianza di quella terra, tanto che il ricordo più nitido che ho al riguardo, è quella sua facciata in cemento grigio, di palazzi e palazzi, che si allontanava lenta dai nostri visi curiosi.

Due ore, trascorse sul ponte ventoso, con il sole in faccia e un entusiasmo crescente, poi lo sbarco a Starigrad.

Dopo un breve giro in moto per orientarci, abbiamo scelto un piccolo golfo nel quale piantare la tenda, seguendo l’indicazione di un camping che ci ha guidato dritti dritti al nido che ci avrebbe accuditi per il paio di giorni successivi.

Un omino simpatico di nome Bob, biascicando un italiano divertente, ci ha presentato brevemente il campeggio, (lì i bagni, lì il ristorante, lì il baretto), indicandoci poi il punto dove poter picchettare la nostra villetta blu e arancione.

Così, dopo un’oretta piena dal nostro arrivo, la tenda era bella e sistemata, sotto l’ombra di uno dei numerossissimi alberi che popolavano quel luogo e circondata da elastici agganciati ai rami intorno, che ospitavano, non senza mostrare segni di sforzo, tutti i panni stesi, nel tentativo di dimenticare tutta l’acqua assorbita il giorno prima.

I nostri pancini rintoccavano l’ora di pranzo e così, in sella al nostro fedele compagno di viaggio, abbiamo gironzolato in cerca di ristoro, trovando un delizioso posticino proprio affacciato al mare dove ci siamo saziati a calamari ai ferri e spaghetti al sugo.

Nel prendercela estemamente comoda, abbiamo pasteggiato chiacchierando a lungo e sorseggiando birra fino a che l’abbiocco post pranzo non ha preso a braccetto il torpore dell’alcool, facendoci crollare all’ombra di un alberello mosso appena da un venticello morbido.

Il rumore dell’acqua rotta dagli scogli ci faceva da lieve ninna nanna e il sole che filtrava timido fra le fronde fluttuanti ci coccolava amorevole.

Un adorabile toccasana.

Solo verso le cinque, abbracciati da un sole meno aggressivo, ci siamo stesi alla luce, giocherellando con i piedi nell’acqua, a penzoloni dal pontile, leggendo stralci di Baricco e sonnecchiando, anche stavolta, sopra il vociare misto dei bagnanti intorno.

Non vi so spiegare la serenità che mi infonde il pensiero di quel pomeriggio, trascorso nella perfetta sintonia tra pace e riposo, e con lo zuccherino dell’idea di essere solo all’inizio di un viaggio che avrebbe tenuto il piccolo T. e me abbracciati due settimane senza sosta.

Il tramonto, gustato in riva al mare nel silenzio perfetto di quell’acqua limpida e immobile, è esploso in tutta la sua bellezza per poi calare percettibilmente dietro le montagnole boscose, là in fondo.

Una cenetta sobria a base di branzino ai ferri, verdure grigliate e vino bianco frizzantino, poi la notte.

Prima di ritornare alla tenda abbiamo optato per una sosta nella spiaggetta appena più sotto, per gustarci un cielo carico di stelle e una mezza luna che brillava pacifica, illuminandoci di un bluastro tenue.

Poi, dondolati da dei dolcissimi Creed in sottofondo, nel lettore portatile, abbiamo raggiunto il mondo dei sogni con un credito di energie in sensibile aumento.

Peccato solo che, avremmo scoperto poi, dormire era un lusso che non ci sarebbe stato permesso e che ci avrebbe fatto pensare che abbandonare quell’isola a gambe lavate, la mattina seguente, era l’unica cosa possibile…