Archive for agosto 2006

Pamela o Grattino?

31 agosto, 2006
Annunci

La partenza

30 agosto, 2006

Domenica 13 agosto 2006, giorno 1.  

Mattino presto.
Sveglia, colazione lenta, riepilogo mentale dei bagagli per accertarsi di non aver dimenticato nulla.
Tutto in ordine.
Certo, è stato utile chiudere un occhio sul cielo che, in  fervido subbuglio, sembrava parecchio indeciso fra il perseverare con la pioggia dispettosa, che aveva tenuto a braccetto tutto il sabato, e il concederci un po’ di tregua.
Ma, in fondo, ignorarlo sembrava l’unica valida alternativa ad esorcizzarlo, per cui, poco dopo le 10, il cancello di casa è rimasto immobile e osservare le nostre spalle allontanarsi, fino a sparire.
La giornata ci ha visto quasi interamente in sella, dal momento che ci eravamo prefissi, come prima meta dell’itinerario, Spalato, dalla quale avremmo traghettato il giorno dopo su qualche isoletta, puntata a occhi stretti sulla cartina.
Soste per il pieno di benzina, nelle quali si aprofittava per sgranchirsi le gambe, mangiare un boccone e controllare i bagni e, poi, via di nuovo.
A una trentina di km dalla destinazione, e quasi certi di averla scampata, il bicipite nuvoloso del cielo, riuscito ad aggiudicarsi la vittoria di quell’estenuante gara di braccio di ferro cominciata la mattina, si è scagliato furioso, rovesciando tutta la rabbia accumulata in quell’attesa, inzuppandoci in pochi minuti come non avremmo immaginato possibile.
Parlottando stupiti, sopra il rumore del ticchettio manesco dell’acqua sui caschi, e sfregando insistentemente il guanto sulle visiere, nel vano tentativo di vederci qualcosa, abbiamo concluso che fosse il caso di uscire dall’autostrada al primo casello e, allungando i colli, cogliere la prima insegna che reclamizzasse un hotel, una stanza, una stalla.
Qualsiasi cosa, insomma, purchè fosse asciutta.
Arrivati all’uscita autostradale, il piccolo T., accintosi a pagare, ha domandato al casellante, con il suo sloveno incerto, quale fosse il primo paese e quale direzione dovessimo seguire.
“Split”, la risposta.
Secco, così.
Il piccolo T. ha buttato lì di rimando un sorriso perplesso come a dire “forse mi sono spiegato male” e, sempre sforzando la lingua non sua, ha tentato di riportargli la domanda il più chiaramente possibile, aiutandosi anche a gesti.
“Si, si.. Split domani.Ma oggi? Qui. Vicino.”
“Split”, la risposta.
Con lo stesso sguardo inespressivo.
Con quello stesso tono fiacco di poco prima.
Dannazione, non poteva che sembrare una clamorosa presa per il culo.
Ma noi, ancora convinti che si stesse trattando di un’incomprensione, abbiamo ringraziato, buttando lì un sorriso umidiccio, e abbiamo proseguito.
Tanto lo troveremo un posticino, dai.
Seee.
Come no.
Aveva ragione, quel tizio.
Nulla, da lì a Spalato.
Ma nulla di nulla proprio, nel senso che non c’era nemmeno un cartello che ti indirizzasse da qualche cazzo di parte, o un riparo di qualsiasi genere che potesse concederci di buttare un occhio sulla cartina, senza che ci si sciogliesse fra le mani, per orientarci un minimo, perché vi ricordo che diluviava, e selvaggiamente, nel pieno centro del nulla di un nulla.
In parole povere, siamo usciti dall’autostrada per convinta convenienza e ora ci si trovava a dover pure allungare la strada, tra l’altro non senza l’incertezza del traguardo.
Situazione simpatica come un calcio in culo, per dire.
La fortuna è stata che, a un certo punto, abbiamo preso a ridere istericamente della sventura e, seguitando ormai senza neppure più stringersi nelle spalle dal freddo, che nel frattempo ci aveva completamente posseduto, abbiamo scorto in lontananza una specie di casa abbandonata, fatiscente, con le sole mura traballanti, senza né finestre né porte, come un bizzarro sorriso sdentato.
Accanto c’era una piccola tettoia, probabilmente un garage risalente ai primissimi secoli avanti Cristo.
Tant’è.
Freccia a sinistra (per chi?) e imboccata la salvezza.
Scesi dalla moto, abbiamo lasciato che quel frastuono continuasse a urlare rabbioso, là fuori, mentre ci scollavamo i primi fradici indumenti da dosso, in un silenzio incredulo, tutto sommato direi quasi divertito.
Mancava solamente il messicano dal sombrero variopinto che, in groppa al suo asinello stanco e piovigginante, sfilasse davanti a quella rimessa decrepita, (che qui ringrazio per aver deciso di non crollare proprio in quel giorno di pioggia torrenziale), ululandoci irrispettoso:“No Alpitour? Ahiiaiiaiiahiaiiiiiii!!!!!!”
Ma lo sconforto non ha certo avuto la meglio.
Anzi, carichi di un’energia inaspettata e di un’ilarità contagiosa, e concluso che Spalato fosse davvero la prima forma di vita del circondario, abbiamo deciso che rientrare in autostrada e proseguire moderati per quella ventina di km, fosse l’unica alternativa al piantar la tenda in quel bunker di fortuna.
Erano più o meno le sei, ma il cielo era talmente buio di nubi che pareva notte fonda.
Ci conveniva muoverci.
E così, svuotati e rimessi stivali e guanti, ci siamo ritrovati a mangiare cautamente quella manciata di km che ci separava dall’obiettivo, che, di lì a poco, abbiamo raggiunto, e non senza sollievo.
Vita.
Gente.
Auto.
Case.
Ma soprattutto: Hotel.
Bene.
Molto bene.
Infilata una viuzza e notato un alberghetto a 3 stelle che faceva proprio il caso nostro, abbiamo parcheggiato il mezzo, onorandolo a pacchette sul serbatoio per il lavoro ben svolto, e abbiamo gocciolato tutta la Hall sotto gli occhi un tantino sgranati del tizio in reception in cravatta, al fresco-secco del suo ufficio vetrato.
Camera 411.
4 piani di scale con le borse che seminavano silenziose gocce sulle lingue di moquette, poi la stanza.
Semplice, ma pulita.
Una piccola tv penzolava di fronte al letto matrimoniale composto, neanche a dirlo, da due materassi singoli accostati.
Due comodini, credo fosse ciliegio, ospitavano delle abat-jour dal cappellino di lino grezzo.
Le lenzuola erano di un bianco latte candido, di un tessuto molto inamidato, quasi legnoso, in stile ospedaliero, e i cuscini erano gonfi di piume.
La finestra, che dava sul piazzale interno, ci mostrava un cielo sulla via del rasserenamento, come se, non avendo potuto annegarci poco prima, avesse deciso di risparmiarsi per una prossima buona occasione.
Danno e beffa, insomma.
Una doccia calda era quel che ci voleva per lavare via quel gelidume fuori stagione e così non abbiamo esitato un istante a infilarci nel box, lasciandoci scivolare addosso il tepore di un lungo e rilassante getto caldo.
Al primo piano dell’albergo soggiornava luminoso un distributore automatico di schifezze e cibarie da ricreazione scolastica, così, a digiuno da diverse ore, e quindi addentati dai morsi della fame, ci siamo visti costretti a ripiegare su arachidi salate e qualche lattina di Lasko pivo (popolare birra slovena).
Alticci e contenti, con in sottofondo un improbabile doppiaggio in tedesco del cult movie Superman, dopo aver affollato la stanza di orgasmi ed effusioni, abbiamo trovato il culmine della pace, accoccolati a cucchiaino, in un sonno piacevole e morbido che ci ha accompagnato fino alla (soleggiatissima) mattina seguente…

Buona sera a tutti, miei cari.

27 agosto, 2006

Non lo so se sapete quanto è bello.
La situazione che ho intorno, intendo.
Riaprire la porta di casa e ritrovare il divano, che ha dormito in silenzio, tutto solo, per due settimane, con la copertina in pile malamente buttata, ancora da quell’ultima volta che si aveva fretta e che non s’era trovato il tempo di ripiegarla.
Scaricare le borse, in un silenzio rotto appena dal ronzio della prima lavatrice, già in funzione nella stanza accanto.
Riprendere contatto con i propri spazi, ritrovare le ciabatte accanto alla porta e ricordarsi della familiarità dimenticata, una volta indossate.
Aprire il frigo, fare a gara a chi per primo trova un alimento non scaduto e concludere con un buon cinese per asporto.
Sorridersi, tutti affaccendati, con quel pizzico di malinconia, tipica figlia di ricordi di un viaggio sul suo finire.
Sussurrarsi, a occhi levati, un primo rapido bilancio a giro concluso, con più di 2.300 km macinati, fra pioggia e sole, sorrisi e bronci, malumori passeggeri e squisita leggerezza; perché c’è stato di tutto, e fremo dal desiderio di raccontarvi.
E poi.
Accendere pigramente il pc, questo occhio su parte del mio mondo.. e ritrovarvi.
Non lo so, se potete comprendere quanto tutto questo sia bello.
Quanto mi abbia accarezzato il cuore pensare che domani, certo sarà la prima giornata di lavoro di rientro dalle ferie, ma sarà anche la prima giornata nella quale vi ritroverò, nei ritagli di tempo che non potrò non concedermi, fra le vostre pagine, anche se per un saluto soltanto. 
Perchè, infondo, mi siete mancati.
Perché, in fin dei conti, anche se domani si ritorna a quella noiosa scrivania, un piccolo sorriso mi scappa.

Grazie…

Dobrodoslj!

21 agosto, 2006

Un rapido salutino da quel di Dubrovnik

Sono in un internet point della cittá e, dal momento che ho un paio di ore prima del traghetto, ho deciso di passare a farvi un salutino.
A metá del mio viaggio, posso dirvi che ne sono successe di divertenti…
Gli aggiornamenti al piu’ presto…vostra, Ginger.
(il piccolo T. vi saluta)

(o sono le birre, o qua i tasti sono tutti mischiati a caso)

Ciao ragazzi, ciao.

11 agosto, 2006

 

Ebbene.
E’ arrivato.
L’ho tanto atteso, allungando il collo e stringendo gli occhi per cercare più lontano, e, finalmente, eccolo lì, alla mia porta.
Il Sig. Riposo.

Sorride, suadente, desideroso di accogliermi fra le sue braccia cullanti.
Non vedo orologi, ai suoi polsi, e i suoi palmi sono accoglienti, morbidi e curati, per cui vi posso assicurare che sono in buone mani.
Giaciglio davvero perfetto.
Ora basta fare un po’ di posto, che si và a prendere il piccolo T., e poi via. 

Noi ci si vede il 28.
Sarà un piacere ritrovarvi.
Davvero.
Senz’altro la cosa più positiva del mio rientro al lavoro.  

Vi abbraccio tutti.

S.P.Q.A.: Sono Pazzi Questi Americani.

11 agosto, 2006

 

a_borsa_atletica.jpg – Borsa atletica –

b_borsa_da_difesa.jpg -Borsa da difesa –

c_borsa_cannibale.jpg

– Borsa cannibale –

 

 

 

 

 

 

 

Fra le ultime fatture e qualche trillo di telefono, rischio di trovare il tempo per postare ancora un paio di queste cazzate, prima di lasciarvi per andarmene, finalmente, in ferie (fuoric’èilsolefuoric’èilsolefuoric’èilsole); quindi, se non avete il cuore abbastanza forte per sopportare simili scempi, non abbiatevene e sappiate che non troverete nulla di nemmeno lontanamente serio da qui al 28 agosto.

Incredible: “found water on mars”

10 agosto, 2006

water_on_mars.jpg

Vi avevo avvertiti di aver spedito i neuroni in ferie, che pretendete.

Bartleboom e Lei.

8 agosto, 2006

“Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta.

Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo.

Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali.

Aperte e senza indirizzo.

Ha 38 anni, Bartleboom.

Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna.

Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità.

Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e scrive.

Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare.

E a chi, se non a Lei?

Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle -Ti aspettavo.

Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni -i giorni, gli istanti- che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato.

O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo -Tu sei matto.

E per sempre lo amerà.”

LA VERA FOLLIA E’ CHE I NEGRAMARO ABBIANO TRADOTTO IL LORO ULTIMO SINGOLO IN SPAGNOLO, REMIXANDOLO (COME SE GIA’ NON BASTASSE) IN MODO ALQUANTO IMPROBABILE. FATTO DOLOROSAMENTE SCOPERTO POCO FA, SUL QUALE NON VOGLIO PRONUNCIARMI.

4 agosto, 2006

La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei.

Dopo il caffè, la Follia propose: “Si gioca a nascondino?”.
“Nascondino? Che cos’è?” – domandò la Curiosità.
“Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare”.
Accettarono tutti, ad eccezione della Paura e della Pigrizia.
“1,2,3…” – la Follia cominciò a contare.
La Fretta si nascose per prima, dove le capitò.
La Timidezza, timorosa come sempre, si nascose in un gruppo d’alberi.
La Gioia corse pimpante in mezzo al giardino.
La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto a nascondersi.
L’Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un sasso.
La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano.
La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era già a novantanove.
“CENTO!” – gridò la Follia – “Comincerò a cercare”.
La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto.

Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto.

E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza.

Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò:
“Dov’è l’Amore?”.
Nessuno l’aveva visto.

La Follia cominciò a cercarlo.

Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi sotto le rocce.

Ma non trovò l’Amore.

Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno, per evitare di pungersi, e cominciò cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido.

Era l’Amore, che gridava perché una spina del ramo, mossa dal legno, gli aveva forato un occhio.

La Follia non sapeva che cosa fare.

Si scusò, implorò l’Amore per avere il suo perdono e arrivò perfino a promettergli di seguirlo per sempre.
L’Amore accettò le scuse.


Così si spiega perché l’Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

VI presento Gingerina

3 agosto, 2006

 

Conseguentemente al post precedente, ho deciso di svelarvi la mia identità e di postare una mia foto.

Qui ero sul bagnasciuga in quel di Sistiana, l’estate dello scorso anno.

Ai malpensanti comunico che ho buttato giù qualche chiletto da allora.

foca_1.jpg