Archive for giugno 2006

Bilanci

30 giugno, 2006

Ultimo giorno della settimana. 
Ultimo giorno del mese. 
Ultimo giorno del primo semestre.  
Se dovessi stilare un breve bilancio preventivo, non saprei da dove cominciare, per quanto tutto è passato in fretta, per quanto tutto si sia consumato rapidamente, che mi pare che la cena di Natale sia stata ieri e il pranzo di Pasquetta 5 minuti fa, che sento ancora il sapore di cioccolato.
(ma questo forse è perché mi sono appena sbafata una fiesta..)
Strano come il tempo ti sia sempre nemico. 
Quando brami per avere 18 anni, per diventare “grande”.. che tu la vuoi, la tua libertà, la patente.. no, lì il tempo non ti accontenta mai e sei costretta ad ingannarlo.
E allora menti sui tuoi anni, impiastricciandoti la faccia di trucco e ostentandoti donna, quando altro non sei che una bambina cresciuta. 
Una ragazzina, che passa le sue estati a dormire fino a mezzogiorno, a sprecarlo il suo tempo.
Poi un giorno lo stesso tempo non solo comincia a muoversi velocemente, ma nemmeno ti basta più. 
Poi, il tempo lo cominci a sentire davvero tuo, senti che ti sfiora la pelle col suo alito di vita, e allora ti piacerebbe gustartelo, lentamente, perchè ti accorgi che poi non torna più, che ti scivola tra le dita come la sabbia fine di una clessidra troppo severa, e ti lasci sconvolgere da quanto poco ti rimane in mano, di quella sabbia che fino a poco prima era la tua vita. 
Andata. 
Non torna più.  

Ditemelo voi che cazzo sto blaterando.
Questo fottuto ufficio mi sta fottendo il cervello. 
O è il caldo, che mi ha fuso i circuiti.  

Domani vado in agenzia a vedere per le ferie, che magari mi ripiglio.  

Giusto per la cronaca: stasera l’Italia vince 2-1 (Spero).

Il silenzio vale più di mille parole…

28 giugno, 2006

 

Proprio il caso di dire CHE CULO…

27 giugno, 2006


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Ventilatore vs Gingerina: 1-0

26 giugno, 2006

La mia tarda mattinata mi ha vista gravemente insofferente per questa caldana epica e, al limite della sopportazione strutturale, poco prima del temuto punto di non ritorno da liquefazione indotta, ho deciso di utilizzare quel vecchio ventilatore dimenticato in fondo alle scale del magazzino, oggetto martoriato da diversi, quasi sempre fortuiti, calcioni di percorso. 
Perché si sa, siamo una ditta seria e tecnologicamente avanzata, ma a pensare a un condizionatore (cos’è?) non se ne parla nemmeno. 
‘Lavorare soffrendo nobilita ancora di più’ sembra sia il motto storico dell’azienda. 
Ma comunque. 
Riesumato il ventilatore da morte apparente, ho perso l’ultima buona mezzora a deciderne la collocazione. 
Partendo dal presupposto che qui si suda come a far spinning, col keeway, nel Sahara, a ferragosto, (altro non mi veniva in mente, ma spero di aver reso l’idea) un getto d’aria troppo diretto causerebbe colpi della strega, torcicolli, otiti e, nel migliore dei casi, cacarella acuta, quindi lì è troppo vicino e non và bene. 
Continuando poi con la lista dei possibili alloggi per il ritrovato amico ventolino, ci sarebbe quel piano là di fronte, ma a pensarci, proprio davanti, c’è la scrivania del capo, occupata di rado, ma pur sempre la scrivania di un capo, che, temendo il boicottaggio premeditato, potrebbe decurtare gli stipendi per ammonimento. 
Di conseguenza, intelligentemente depennata anche questa sede. 
Perché non sistemarlo lì a terra?  
Mm… così arriva aria solo ai piedi, santoddio. 
E laggiù? 
Maddai, non ci sono prese di corrente. 
Ma, dopo minuti interminabili di struggimento di neuroni, eccolo, il giaciglio perfetto. 
Una minuscola ansa, fra il fax e la fotocopiatrice: perfetto. 
Dopo aver starnutito dieci minuti di fila, per la polvere secolare sprigionata dalle pale riattivate da quel rigenerante sangue elettrico, ho cominciato a studiare quale fosse la velocità adatta. 
1, no. 
Troppo debole, quasi del tutto impercettibile. 
2, …non apprezzabilmente percettibile. 
3, gradevolmente percettibile, purtroppo però anche da tutti i fogli, foglietti e fogliettini, che al primo alito di aria (calda) han cominciato a svolazzare impazziti per la stanza. 
E allora lì sopra una penna, lì la graffettatrice e “aspetta, mettici sopra il rotolino di scotch che non prenda il volo!” e insomma, che cazzo, il ventilatore ritonerà in fondo alle sue scale a prendere calcioni, che questa non è mica vita. 
E poi un metodo forse l’ho trovato. 

Domani vengo a lavorare nuda.  
Magari avrò caldo uguale, ma almeno non mi si appiccicano addosso i vestiti.
 

Pessimismo e fastidio

23 giugno, 2006

Ci sono giorni in cui odi tutto. 

Odi il capo, che rompe le balle fuori misura (che mi sa che la seconda non l’ha mica fatta ieri..) 
Odi il lavoro, che ti succhia fuori tutte le energie e che ti uccide, più lui che anni di ubriacature violente. 
Odi il tempo, che si ostina ad andare troppo veloce quando non serve, e ad ancorartisi addosso quando invece non ne puoi davvero più. 
Odi quel cielo maledetto, che splende di sole tutta la settimana, che tanto poi di sabato e domenica s’annuvola. 
Odi il telefono, che non fa altro che squillare. 
Odi la gente, che non fa altro che pretendere. 
Odi quest’afa improvvisa, che non fa altro che appiccicarti addosso la canottierina nuova di lycra. 
Che oggi non riesci proprio a non odiare.   

Insomma, oggi è uno di quei giorni.

Previsioni meteo per il pomeriggio: neve a volontà

22 giugno, 2006

Non ci posso credere. 

Il capo è appena rientrato dalla pausa pranzo esordendo con uno squillante: “Ragazzi, mettete in ordine quel paio di cose che avete sotto mano e tutti a casa a vedere l’Italia.. qui ci si vede domani” 
Non per fare invidia a nessuno, ma a qualcuno dovevo per forza dirlo. 

Ps- un sentito ringraziamento alla moglie del mio capo che, con tutta probabilità, con ’sto caldo, piuttosto che spignattare ai fornelli, ha deciso di porre fine all’astinenza sessuale impostagli nel lontano ‘76.

Un’estate al mare

21 giugno, 2006

Per le strade mercenarie del sesso
Che procurano fantastiche illusioni
Senti la mia pelle com’è vellutata
Ti farà cadere in tentazioni
Per regalo voglio un harmonizer
Con quel trucco che mi sdoppia la voce
Quest’estate ce ne andremo al mare per le vacanze
Un’estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un’estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente per paura di affogare

Sopra i ponti delle autostrade
C’è qualcuno fermo che ci saluta
Senti questa pelle com’è profumata
Mi ricorda l’olio di Tahiti
Nelle sere quando c’era freddo
Si bruciavano le gomme di automobili
Quest’estate voglio divertirmi per le vacanze
Un’estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un’estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente per paura di affogare
Quest’estate ce ne andremo al mare
Con la voglia pazza di remare
Fare un po’ di bagni al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un’estate al mare
Stile balneare
Toglimi il bikini

     ..mica me lo ricordavo che era così sconcia. 
Cioè.. in onore di questo tanto atteso inizio di estate, ho pensato di riproporre quella che, nella mia era di bambina, era l’inno di un’estate all’insegna della spensieratezza e dell’allegria, con quei gabbiani che garrivano in sottofondo e l’immagine degli ombrelloni-oni-oni in lontananza. 
Da bambini, si sa, si opacizza tutto con l’ingenuità. 
E invece, sta zozzona, andava a fare il bagno al largo per farsi togliere il bikini, mica cosa. 
Ma pensa tu. 
Tsè. 
Che poi.. quando faceva freddo, vi ricordate forse si bruciassero le gomme di automobili?! 
Moh. 
Nei bidoni, sotto a qualche ponte in attesa di clienti forse..magari in quelle stesse strade mercenarie del sesso. 
Mm.. mi puzza proprio di bruciato. 

Seriamente turbata, mi consolo con l’unica nota positiva.
In quel tempo, dai ponti delle autostrade, ti salutavano. 
Ora ti lanciano i sassi.

H(jf) Sounds good

19 giugno, 2006

Rieccomi qui, stanca ma inebriata da un’esperienza totalizzante. 
Prima di dedicarmi a questo mio (scoprirete conciso) post di rientro, ho fatto un giretto fra i blog nei quali vado a curiosare di solito e ho letto le recensioni di alcuni partecipanti all’HJF. 
Caspita! 
Forse sarebbe stato meglio se non l’avessi fatto perché devo ammettere che sono rimasta assolutamente colpita dalla dovizia di dettagli con i quali sono stati descritti i personaggi, i complessi e le varie scalette in programma. 
Io, invece, da buona superficialona, sono entrata in autodromo il venerdì appena verso le 19, dopo che avevo trascorso l’intera giornata al riparo dal sole (inevitabilmente spietato sull’asfalto della pista) fra i chioschi tutt’intorno a comprare magliette, a passeggiare a dita incrociate con il mio piccolo T. e bere birra, all’ombra di qualche ombrellone consunto o stesa su qualche fazzoletto d’erba chiazzato di fresco dalle fronde dei pioppi. 
E a bere birra. 
E a bere birra. 
E, poi, a bere birra. 
Solo una volta calata la temperatura torrida, siamo entrati. 
A bere birra. 

Dei Kill the young, dei Finley, dei Goldfrapp, degli Hard-Fi non so niente di più di prima.  
Cioè niente.  
(Ringrazio anzi il blog di Kaktus, che mi ha permesso di citarli, dal quale sono appena stata a scopiazzare questi nomi, del tutto sconosciuti finora e dinuovo sconosciuti, ottimisticamente fra 12 secondi) 
Beh, i Negramaro invece sono stati una piacevole sorpresa. 
Forse perché eravamo appena entrati e ci trovavamo a familiarizzare con un ambiente carico di energia, di aspettative e curiosità. 
Forse perché, appena hanno cominciato, io e il mio piccolo T. stavamo brindando, occhi febbricitanti in occhi febbricitanti, all’inizio di quella nostra esperienza. 
Forse perché ero eccitata di mio dell’evento in sé, che probabilmente anche Battiato mi avrebbe fatto lo stesso effetto. 
Fatto sta che stamattina, entrata in ufficio, mi sono ritrovata a sorridere, accarezzando pensieri recenti mentre la radio gridava
“e stringimi allora..tra nuvole e lenzuola.. non dire una parola..”
insomma, tanto basta per ringraziarli. 
Poi i Depeche Mode. 
Beh, che dire: una garanzia. 
Non sono una fan dei DM, ma il loro sound inconfondibile e l’energia che vedevo trasmessa nelle braccia adulanti della gente là sotto, beh, è stato un grande show. 
Enjoy the silence, I feel you e Personal Jesus (fantastica) fra le canzoni che riuscivo a canticchiare, fra un bacio e l’altro, stesa sulla collinetta a lato del palco, persa nel mio, di spettacolo, mentre il buio cominciava a stringere il mio piccolo T. e me in un abbraccio ancora più stretto, che, per decenza, non vi sto nemmeno a raccontare, che il punto è che il fulcro del momento estasiante eravamo proprio noi due, il resto era solo un contorno, più che piacevole, ma pur sempre contorno. 
Poi, sabato, il vero motivo del nostro viaggio. 
M E T A L L I C A . 
Dovrei fermarmi qui, poiché (per me) solo questa parola racchiude tutto. 
Perché non esistono, infondo, definizioni abbastanza capienti da contenerne il senso più sublime e ogni epiteto risulterebbe vacuo. 
Due ore abbondanti di fiato sospeso, di cuore impazzito e di uno stato di trance che mi teneva lì, in piedi, a volte completamente immobile, ipnotizzata da quel palco vibrante, dai giochi di luce e di fuochi che esplodevano, di tanto in tanto, a illuminare la miriade di teste avanti a me. 
La sensazione più incredibile, che spero in qualche modo di riuscire a trasmettere, è stato l’inizio. 
Devo premettere che il concerto è stato fatto slittare al termine della partita di un’Italia scialba e soporifera. 
Partendo dal fatto che tutti i presenti, pur non essendo profani, erano lì per un motivo ben diverso, l’evento non è stato accolto con esagerato entusiasmo, soprattutto da chi, immerso senza via di scampo nell’acquario tropicale subito antistante al palco, era già da diverse ore in agognante attesa, letteralmente boccheggiante, a naso all’insù, a bramare il cibo sonante che gli sarebbe stato distribuito. 
Che fosse poi una partita poco inebriante, (quante ante!) unitamente al fatto che l’asfalto ospitava, seppur non troppo benevolo, i nostri corpi spenti, emulando uno scaldasonno naturale, offrendoci una temperatura gradita in armonia al venticello fresco della sera, insomma.. di lì a poco potevamo essere facilmente essere scambiati per un bizzarro asilo nido in riposino pomeridiano. 
Con un occhio chiuso e uno aperto, con un cuscino di coscia del mio uomo, mentre scrosciavano cartellini rossi come birra e intravedendo corpi chinarsi come girasoli al cospetto della notte, beh, sono sprofondata nel mondo del sonno unitamente ad altre centinaia di persone. 
Ninna nanna, ninna oh. 
Poi, il sogno. 
La favola. 
Il risveglio più incredibilmente dolce che si possa immaginare. 
“L’estasi dell’oro”. 
Immancabile colloquio tra Metallica e Morricone, tradizionale apertura degli spettacoli di Hetfield e soci, vibrante crescendo di note maestose, che annunciano il loro imminente arrivo sul palcoscenico, inondato di fasci di luce impazziti. 
I miei sensi hanno cominciato a riprendere essenza, in modo rapido quanto delicato, quando anche la gente intorno a me si cominciava a guardare intorno un po’ stordita, stropicciandosi gli occhi, domandandosi – come me, come noi tutti – se fosse un sogno o fosse realtà e, adagio, ho percepito tutti i sensi accarezzati dal quel connubio di suoni, anime e colori.  
E ho goduto di un piacere immenso e unico. 
Di quella voce profonda e sensuale, di quei giri di chitarra da pelle d’oca, dell’energia di quei rocker, puri e crudi, a onore dei quali non ci sono agevolazioni di effetti da studio, di elettronica o altro.  
Grandiosi respiri del Rock. 
E grandiose anime, nel puntuale ricordo di Cliff Burton.   

God bless Metallica   

Altre nota di merito: l’atmosfera di un Heineken Jammin Festival, inteso come insieme di persone amalgamate da una passione comune, inteso come festoso, frenetico fragore delle notti del campeggio adiacente, inteso come forma di coronamento dell’amore per la musica.   

Note di demerito: 2.  
– Il costo oltremodo esagerato di qualsiasi cosa. 
Con i soldi spesi in questa due giorni, mi sarei potuta senz’altro mantenere volo in jet privato a/r e pernottamento in all inclusive in un 5 stelle di un qualsiasi altro angolo di pianeta, rischiando, in uno qualsiasi di questi angoli di pianeta, di trovare pure birra migliore, e senza grosse difficoltà. 

-The Darkness.   

-1 (finalmente)

15 giugno, 2006

E così (finalmente), dopo mesi di attesa, il mio amato biglietto scivolerà fuori da quell’angusto angolo di cassettino nel quale è stato riposto mesi fa. 
Tornerà alla luce di una giornata (finalmente) calda e soleggiata. 
Mi accompagnerà (finalmente) ai cancelli di uno degli eventi più attesi degli ultimi tempi. 
E, anche se oggi mi spetta doppio lavoro per rimediare al giorno di ferie in calendario per domani, sono (finalmente) gioiosa e pimpante. 
Domani, il mio piccolo T. e io, ci ritaglieremo un paio di giorni (finalmente) tutti per noi, senza orologi al polso.  
Due cuori, una moto e una tenda. 

Domani, Signori, si va all’Heineken Jammin Festival. (Finalmente!)

Che nottataccia!

14 giugno, 2006

 

Premetto che ho la (cattiva) abitudine di addormentarmi con la tv accesa, tradizione nata da quasi 5 anni di convivenza con Cleo (pesciolino rosso vinto alla fiera e unico fedele compagno di vita dell’epoca). 
Si capisce che, fra le quelle quattro mura, di compagnia ne avevo davvero pochina e allora, primissima cosa che facevo appena vi entravo era accendere la tv, per avere parvenza di vita in quella casa, altrimenti vuota e triste. 
Non farei difficoltà a credere che capiti un po’ a chiunque viva solo. 
Fatto sta che ora, pur avendo un meraviglioso ometto a ciabattarmi per casa con il boxerino attillato, la notte non riesco quasi mai a fare a meno della luce pallida di un televisore che lampeggiando sussurri quasi impercettibilmente la mia ninna nanna preferita. 
Dunque, ieri notte, trascinatici l’un l’altro fuori dallo scomodo incastro di un divano poco clemente e raggiunta la camera da letto, nell’infilarmi sotto le coperte, in quel delizioso mezzo stato di trance, ho azionato lo schermo in automatico. 
Fox trasmetteva i Simpson.  
Meglio di così non si poteva. 
4 secondi netti al cedimento strutturale, poi più nulla. 
Fino a che, a un’imprecisata ora della notte: un lamento. 
Prima da lontano, via avanti sempre più percettibile. 
Era un vero e proprio latrato di dolore, colorito da un’inquietante stridio di archi e violini. 
Ad accorgesene subito, nulla di che: una non precisata puntata di X-Files che ormai ha fatto tempo e che in qualsiasi altro momento mi sarebbe pure parsa noiosa. 
Invece, in quel contesto disarmato e facilmente attaccabile, ha farcito la mia fase rem di immagini angosciose e, pur avendo gettato solo una rapida occhiata allo schermo per vedere quale strano essere filaccioso avesse deciso di rompere il mio sonno così indelicatamente, questa è bastata a tenermi sveglia tutta la notte, agitata da incubi brevi e senza senso. 
Per evitare, stanotte metto in repeat il dvd di “Alla ricerca di Nemo”.
 
Non ridete che è vero.