Archive for maggio 2006

XXX

26 maggio, 2006

Come di consueto, il venerdi mi reco in banca per effettuare il versamento degli incassi settimanali. 
Come di consueto, parcheggio nella piazzola antistante la banca, saluto con un cenno il poliziotto che vigila la porta ed entro. 
Come di consueto, soffoco un’imprecazione nel notare che l’infernale aggeggio eliminacode mi sputa fuori un bigliettino con un numero distante almeno di 8 lunghezze da quello che spicca a led rossi appena sopra alla mia testa. 
Sgrunt. 
Mi faccio spazio fra la gente a sorrisini tirati e mi siedo accanto a un signore che puzza terribilmente di sudore. 
Santoddio, penso. 
Percettibilmente scocciata, mi volto d’istinto per cercare aria respirabile sulla sinistra quando noto qualcosa che mi lascerà pensierosa per il resto della giornata. 
Una mamma, seduta su una poltroncina più in là, con un ragazzino sui 13 anni, forse già 14, in braccio. 
Da autentica stronza che sono, sento distintamente la mia mente esordire con un “ma non è un tantinello cresciuto per stare ancora in braccio alla mamma?” 
Rimango a osservare un attimo indiscreta, prima di capire. 
Come uno scanner, dopo essere scivolata sulla scarpa da tennis bianca che ciondola, sul calzino in spugna con la bandiera dell’Italia, su verso il pantalancino a tre quarti e infine sulla polo verde pistacchio, arrivo ai tratti del suo viso: è un bambino down. 
Mi si inceppa di colpo il meccanismo di scannerizzazione distratta e inquisitoria e la mia superficialità di giudizio mi ripiomba come un secchio d’acqua gelata sulla testa. 
E’ appoggiato con il mento sulla spalla della mamma, che gli sussurra qualcosa all’orecchio con un’espressione complice e amorevole. 
Lui sorride e non smette un attimo di stringerla nell’abbraccio più generoso che i miei occhi abbiano mai visto e di baciarla a ripetizione sulle guance con un affetto e un amore eccezionalmente palpabili. 
Si leggono, in quell’intensità, la genuinità dei gesti che esprime, la totale assenza di pregiudizi, di qualsiasi tipo di vergogna o di compostezza imposta.  
A rischio di sembrare terribilmente invadente, non mollo un attimo lo sguardo da quella splendida dichiarazione d’amore e forse comprendo il significato del termine “diversamente abile”. 
La sua abilità, così diversa dalla mia, nel dimostrare i propri sentimenti mi ha frastornato e mi ha insegnato un qualcosa, che fatico ancora a comprendere. 

Musica musica musica della madonna

19 maggio, 2006

Sono lì, con il mento appoggiato sul palmo della mano a farmi distrattamente l’elenco mentale delle cose da fare oggi in ufficio, con gli occhi mezzi chiusi che bruciano ancora di sonno, tra uno sbadiglio e un’occhiatina alla posta elettronica aziendale, quando la radio urla: 
“Simone è tornato!”- e giù a sponsorizzare il magnifico ritorno di questo ineccepibile Artista, mentre in sottofondo echeggia: “Sono fuori fuori fuori fuori, sono fuori come un balcone”
Alchè mi domando se non mi abbia fatto male quell’etto e mezzo di pasta con la panna, la cipolla e la salsiccia, ieri sera. 
Mi dico che può essere un’allucinazione sonora dovuta a una reazione alimentare.  
Me lo ripeto sempre che i carboidrati la sera non sono salutari, dovrò impararlo, prima o poi.  
Adesso.
Io non vorrei mancar di rispetto a nessuno degli – immagino – innumerabili fans di questo personaggio, ma vorrei poter azzardare una domanda senza sembrare insensibile.  
Ma ‘sto Simone..  MACCHIMMINCHIAÉ? 
Non per altro, ma vorrei mettermi al passo con l’attuale panorama musicale perché dopo L’aura che gnaula in qualche strana lingua morta e Povia che vorrebbe avere il becco ed essere un piccione (che schifo, che tra tanti uccelli proprio il piccione),

(che poi, tra l’altro, ho fatto una capatina su Gugol per sperare di smentire la reminescenza che avesse pure vinto a Sanremo e invece ho dovuto piangere per questa conferma e che altro che pane gli tirerei addosso)

..insomma pensavo di aver visto di tutto e invece questa davvero mi mancava.  
Ma dove andremo a finire.   

Minuto di raccoglimento, plis.

..Metà uomo e metà zebra

17 maggio, 2006

Sabato notte ho assistito a quanto di più deprimente si possa immaginare. 
Peggio del pensiero di Stefania Nobile in esibizioni porno, dell’approccio dentale/labbiale dell’uomoDuplo, della Carlucci sui pattini, delle molteplici resurrezioni di Taylor di Beautiful, delle patatine di Rocco Siffredi, addirittura peggio della De Filippi in volo d’angelo. 
Ho assistito, tenetevi forte, a uno spogliarello maschile. 
Mi correggo: un terribile spogliarello maschile. 

Premetto che ero a un motoraduno e che il consumatore medio aveva un peso non al di sotto dei 100 chili, barba e baffi da vikingo e tasso alcolemico non inferiore ai 2.8 gpl. 
Il che è già un triste punto di partenza. 
E poi, d’accordo che si parla di parcondicio, ma vedere un uomo in perizoma è quanto di meno sexy io riesca ad immaginare. 
Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, non mi spiego perché la donzella (che è venuta poi a solleticare i sensi degli omaccioni sbronzi) si sia denudata completamente, anguillandosi sul palco per 40 e passa minuti, quando il nostro ridicolo ometto in 10 minuti è arrivato al suddetto perizoma e si è defilato. 
Anche se, gingilli a parte, ripensandoci forse un debole presentimento riguardo a questa scelta l’ho avuto, che tutto sommato l’esperienza è stata già abbastanza infelice di suo. 
L’ominide in questione era infatti quanto di più avvilente si possa immaginare. 
Aveva lunghi capelli neri, stesi su tutta la schiena, lucidi di qualche prodotto che lì per lì definirei olioso; una prorompente chioma fluente, cascante di boccoli innaturali, che gonfiavano pomposamente il suo ego e che lui faceva roteare, nemmeno poi tanto eroticamente, svelando ogni tanto di sfuggita, toh, una bella zona (lucida di suo) tutta pelata al centro della testolina (presumibilmente vuota), stile frate francescano. 
Che tristezza. 
Per non parlare dell’abbigliamento interamente    z e b r a t o . 

No, non sto affatto scherzando: pantalone, sottopantalone (tipo pareo), perizoma, scaldamuscoli (sì, avete letto bene) e sedia, (ebbene sì.. addirittura la sedia). 
L’uomo della giungla in questione ha esibito poi qualcosa che poteva somigliare a un balletto classico, con tanto di saltelli sulle punte e braccia serpeggianti, sulle note di “Nothing else matters” dei Metallica. 
Sacrilegio nel sacrilegio. 
Non mi vergognavo così del genere umano da quella volta che vidi il cartomante Lorenzo ballare e cantare in playback, carico di convinzione, ”T’appartengo” di Ambra Angiolini. 
Ringrazio che James Hetfield sia vivo e vegeto, altrimenti si sarebbe certamente rivoltato nella tomba. 
E fosse finita qui. 
L’uomozebra, totalmente innamorato di se stesso, a un certo punto ha cominciato a palpeggiarsi e lanciare occhiatine languide fra il pubblico. 
Adesso, visto che il pubblico presente era appunto quasi interamente maschile, stipato di ormoni in attesa dell’ingresso della donzella, in programma immediatamente dopo, è già tanto che non abbia subìto un linciaggio in piena regola, preceduto da quanto più violento esista fra le tecniche di tortura cinese. 
Fortunatamente si sono tutti limitati a proseguire l’azione del momento; c’era chi tracannava birra, apparentemente indisturbato, chi ammazzava l’attesa con picchi di intelligenza, ruttando vigorosamente, chi se ne usciva con risate poderose, additandolo e sbeffeggiando noi poche donne presenti a quel penoso spettacolo. 
C’era da sperare che finisse in fretta, se non altro per la sua incolumità. 
Non sarebbe rimasto inviolato per molto, la pazienza dei vikinghi avrebbe presto avuto fine e per lui sarebbe stata morte certa. 
Ma attenzione. 
Ad un tratto, non contento, l’uomo della giungla, mascherato solo dal triangolino (ino) di zebra, si è sgraziatamente abbassato a raccogliere un cestello da spumante, uno di quei contenitori di acciaio che si colmano di ghiaccio per ospitare la bottiglia di frizzantino. 
Alchè abbiamo tutti pensato che avesse finalmente deciso di ubriacarsi, dal momento che l’unica cosa che era stato in grado di sollecitare era stata l’ilarità di un pubblico, ormai scalpitante e spazientito. 
Macchè. 
Il cestello, seppur contenesse diversi cubetti di ghiaccio, era sprovvisto di qualsiasi tipo di bevanda. 
No. 
Ti prego no. 
E invece.. Sì. 
Voltatosi di schiena, con queste ondeggianti chiappette lustre, le gambe divaricate con i muscoli dei polpacci tesi a esibire i miracoli della creatina, ha sollevato d’un tratto la coppa e se l’è riversata addosso, facendosi mitragliare da una serie di gelidi proiettili che, indelicati, hanno fatto spazio all’acqua (con tutta probabilità gelida anche lei) del fondo del secchiello. 
Colpita da pelle d’oca empatica, sotto al Dainese in Goretex, ho deciso che avevo visto abbastanza e che era arrivato il momento di scolarsi una birra per sciacquare via quel saporaccio di ridicolo. 

Devo dire che è stata la cosa più gratificante dell’esperienza.

Wish you were here

12 maggio, 2006

Evviva le nonne!

5 maggio, 2006

Ieri sera, una volta finito il lavoro d’ufficio, mi sono trovata un discreto elenco di cose da sbrigare, tanto da temere che il lavoro vero sarebbe appena cominciato. 
E così, studiatami un dettagliato programma dei lavori per ottimizzare il tempo a disposizione, avrei dovuto nell’ordine:
1) fare benzina nella mia Super Y, altrimenti non avrei potuto depennare i rimanenti punti della lista; 
2) reperire cibo per la dispensa, che piangeva sommessamente da diversi giorni; 
3) comprare detersivi e ammorbidenti in quantità industriale per porre fine alla ribellione di vestiti ammassati nel bagno, in ogni angolo riempibile; 
4) docciarmi, spalmarmi la mia nuovissima crema anticellulite su glutei e cosce e cominiciare il conto alla rovescia per la vista dei risultati; 
5) gettare i quattro piatti della sera prima in lavastoviglie, preparare la lavatrice con i colorati e buttar su qualcosa per la cena di stavolta.  
A velocità supersonica, sono approdata, con tanto di fiatone, alla cassa del mio supermercato di fiducia, e, gettando di tanto in tanto l’occhio, adesso sull’orologio adesso sulla cassiera stanca della vita, mi sono fermata ad aspettare il mio turno dietro a una simpatica nonna dal carrello strabordante. 
Era una donna sulla settantina, con il capello corto color cenere, dal ricciolo “casalingo” tipico di chi si punta i capelli con i bigodini e gli stuzzicadenti e che se li lega poi con quelle retine impalpabili facendo un nodino sulla nuca, aspettando la piega impastando il preparato per gli gnocchi. 
Gli occhialini tondi dalla bordatura oro la facevano graziosa, nel suo aspetto minuto ma corposo. 
Le sue mani segnate, da un tempo che probabilmente l’ha costretta a lavorare duro, esibivano, tra le rughette delle dita, un abbagliante anello nunziale vecchio stile, tipo 3 etti abbondanti di oro giallo. 
Ho cominciato a osservarla sempre più teneramente, mentre posizionava con meticoloso ordine la sua spesa sul “tapis roulant”, e non ho potuto non soffermarmi a riflettere su quante buone abitudini vadano perse, di giorno in giorno, vuoi perché la donna di oggi è inghiottita da impegni di lavoro, vuoi perché la Findus & Co ha imparato a viziarci con piatti completi in 6 minuti. 
Mica cazzate.  
Nella mia bighellonante attesa, ho preso a osservarle gli acquisti e a notare le differenze tra il mio carrello e il suo.  

Lei: un bel sacco di patate, da pelare, lavare e cuocere. 
Io: le “Patate saporite” di 4 Salti in Padella.  

Lei: tre o quattro confezioni di carne macinata fresca e qualche bottiglia di passata di pomodoro. 
Io: ragù pronto della Barilla, vasetto di pesto Star e salsa a i 4 formaggi della Buitoni.  

Lei: una testa di insalata, una di cappuccio e un sacchetto con carote scelte. 
Io: insalata confezionata, già lavata e pronta da condire, e carote confezionate già a listarelle.  

Lei: fustino di detersivo in polvere e Coccolino. 
Io: Bolt e Acchiappacolori.  

Lei: carni fresche, rosse e bianche. 
Io: Cordon bleu Arena e Sofficini Findus.   

Lei: una fornita scorta di acqua Uliveto. 
Io: Coca-Cola a go-go, qualche lattina di Guinness e cartone da 24 di birra Moretti.  

Lei: sfogliatine con la marmellata e una confezione di biscotti secchi. 
Io: Flauti al cioccolato, Kinder Delice, Tegolini, Fiesta e Orociok. (che poi si capisce perché la crema anticellulite non fa effetto…)  

Lei: borse in tela, rigorosamente portate da casa, sfilate dalla borsetta. 
Io: 4 sacchetti di nylon, sfilati da sotto la cassa.   

E poi alcune cose delle quali non conosco assolutamente l’uso: cipolle intere, acqua demineralizzata e candeggina.

Mentre sono lì a sorridere della genuinità e della semplicità delle cose belle, ricordo affettuosamente la mia nonna e mi riprometto di passare a trovarla stasera, che magari ci scappa un dolcetto appena sfornato.  
Intanto, proiettata al futuro, mi vedo nonna allo stile “McFly”, dove la anziana Loren, del secondo episodio dell’avvincente saga di Zemeckis, “idratava la pizza” in meno di 4 secondi, che, a detta del nipotino affettuoso, come lei, non lo sapeva fare nessuno.