Ricordo il suo viso bislungo, i suoi capelli sale e pepe, i suoi denti buttati in bocca a casaccio, le mentine che ingurgitava avido, durante le sue pesanti orazioni, senza che l’alito godesse del benchè minimo vantaggio.
Ricordo il suo incedere deciso attraverso l’aula, con la sua 24 ore in pugno e il registro sotto braccio.
Ricordo la sua ruvidissima erre moscia: il suo sadico “quattvo” riecheggerà per sempre nei meandri più remoti dei miei incubi.
Ricordo che correggeva i compiti, senza però corredare la correzione di alcun giudizio.
Niente voti, nè considerazioni.
Perchè lui amava arrivare in classe, distribuire lento i compiti di rosso cerchiati, fra il muto terrore di noialtri, e domandare secco:
- tu.. in base agli errori che hai fatto, quanto pensi di aver preso?
ed era statisticamente dimostrato che, seppure tu fossi umile nella risposta, rimanendo ben al di sotto delle tue reali aspettative, il voto stazionava sempre di almeno una lunghezza sotto la tua previsione.
Ricordo quei suoi dannati test a sorpresa, di quelli a risposta multipla.
Fila A, fila B, fila C.
Copiare: questa utopia.
Ricordo, poi, quella mattina.
Incitata dalla sconsiderata spavalderia dei miei sedici anni, e incazzata per il sentore dell’ennesimo piccone, mi ero lanciata in un dribbling di crocette, senza nemmeno leggere le domande.
Per il calcolo delle probabilità, non poteva andarmi proprio così male.
E invece, alla consegna della verifica, le vedo cerchiate tutte.
Tutte quante sbagliate.
Più difficile di un terno al lotto, perdìo.
Ancora sconvolta da tale iperbolica sfiga, mentre lui slittava l’ordine alfabetico dando i numeri a destra e a manca, pensavo a quale razza di voto avrebbe potuto meritare un simile scempio.
E al mio turno, ricordo bene di avere abbozzato un flebile e imbarazzato: “bu.. non so.. zero?”, che avrebbe meritato, se non altro, un premio per la mortificazione alla quale mi stavo sottoponendo.
Lui, invece, con l’aplombe di un lord inglese, a quel punto si era alzato dalla cattedra e, raggiunta la lavagna e impugnato una scheggia di gesso dal cestellino di legno polveroso, aveva preso a disegnare.
Un cerchio, dapprima, che aveva poi diviso in quattro parti uguali, tracciando una croce al suo interno.
E poi, con calcolata precisione, aveva preso a riempire a serpentina una parte di questo cerchio.
Solo alla fine, soddisfatto del suo risultato, schiaffeggiandosi le mani bianche, se ne era tornato cauto alla cattedra, smanioso che qualcuno gli domandasse il significato di quell’uscita.
Ovviamente, quella domanda non tardò ad arrivare e ricordo che lui, fiero della sua posizione, disse solenne:
“quel compito merita tuttalpiù UN QUARTO DI ZERO”.
Come dire.. mi è un po’ rimasto, ’sto complessino.
