Archivio per Agosto 2009

Il professore di chimica.

26 Agosto, 2009


Lo ricordo alto, un pochino gobbo, con i suoi pantaloni a coste di velluto verde.
Ricordo il suo viso bislungo, i suoi capelli sale e pepe, i suoi denti buttati in bocca a casaccio, le mentine che ingurgitava avido, durante le sue pesanti orazioni, senza che l’alito godesse del benchè minimo vantaggio.
Ricordo il suo incedere deciso attraverso l’aula, con la sua 24 ore in pugno e il registro sotto braccio.
Ricordo la sua ruvidissima erre moscia: il suo sadico “quattvo” riecheggerà per sempre nei meandri più remoti dei miei incubi.
Ricordo che correggeva i compiti, senza però corredare la correzione di alcun giudizio.
Niente voti, nè considerazioni.
Perchè lui amava arrivare in classe, distribuire lento i compiti di rosso cerchiati, fra il muto terrore di noialtri, e domandare secco:
- tu.. in base agli errori che hai fatto, quanto pensi di aver preso?
ed era statisticamente dimostrato che, seppure tu fossi umile nella risposta, rimanendo ben al di sotto delle tue reali aspettative, il voto stazionava sempre di almeno una lunghezza sotto la tua previsione.
Ricordo quei suoi dannati test a sorpresa, di quelli a risposta multipla.
Fila A, fila B, fila C.
Copiare: questa utopia.
Ricordo, poi, quella mattina.
Incitata dalla sconsiderata spavalderia dei miei sedici anni, e incazzata per il sentore dell’ennesimo piccone, mi ero lanciata in un dribbling di crocette, senza nemmeno leggere le domande.
Per il calcolo delle probabilità, non poteva andarmi proprio così male.
E invece, alla consegna della verifica, le vedo cerchiate tutte.
Tutte quante sbagliate.
Più difficile di un terno al lotto, perdìo.

Ancora sconvolta da tale iperbolica sfiga, mentre lui slittava l’ordine alfabetico dando i numeri a destra e a manca, pensavo a quale razza di voto avrebbe potuto meritare un simile scempio.
E al mio turno, ricordo bene di avere abbozzato un flebile e imbarazzato: “bu.. non so.. zero?”, che avrebbe meritato, se non altro, un premio per la mortificazione alla quale mi stavo sottoponendo.
Lui, invece, con l’aplombe di un lord inglese, a quel punto si era alzato dalla cattedra e, raggiunta la lavagna e impugnato una scheggia di gesso dal cestellino di legno polveroso, aveva preso a disegnare.
Un cerchio, dapprima, che aveva poi diviso in quattro parti uguali, tracciando una croce al suo interno.
E poi, con calcolata precisione, aveva preso a riempire a serpentina una parte di questo cerchio.
Solo alla fine, soddisfatto del suo risultato, schiaffeggiandosi le mani bianche, se ne era tornato cauto alla cattedra, smanioso che qualcuno gli domandasse il significato di quell’uscita.
Ovviamente, quella domanda non tardò ad arrivare e ricordo che lui, fiero della sua posizione, disse solenne:
“quel compito merita tuttalpiù UN QUARTO DI ZERO”.

Come dire.. mi è un po’ rimasto, ’sto complessino.

Reparto medicina – 2° piano a destra

16 Agosto, 2009

 
Ho visto uomini curvi, duramente piegati sul loro destino.
Ho visto uomini ridotti a un mucchietto d’ossa piangere come bambini.
Li ho visti pregare i figli fra i singhiozzi, li ho sentiti implorarli, solo perché volevano tornarsene a casa.
Ho visto un orrore nei loro occhi che non avevo mai visto prima.
Un orrore misto alla spietata consapevolezza di essere in una devastante attesa, in quella che probabilmente riconoscono come anticamera della morte.
Li ho visti terrorizzarsi di fronte al fantasma del domani, improvvisamente incerto e fragile.
Ho visto la loro paura sgretolarli e poi diventare rabbia.
Ho visto questi uomini trasformarsi in bestie e agitarsi come forsennati, consumati da quell’accettazione che una mente lucida non ti concederà mai.
Li ho visti regredire, diventare capricciosi, ostinati, ridondanti.
Per poi perdersi nella follia, abbandonarsi e spegnersi, lentamente.
Li ho visti.
E mentre li vedevo, li immaginavo.
Nei loro anni d’oro.
Quando forti e spallati, lavoravano una terra che era vita.
Quando broccolavano la compagnetta di scuola alla festa estiva del paese, con le loro braghe alla zuava buone e le bretelle di cuoio.
Li ho visti ridere, prendere a calci un pallone, fare l’amore, sposarsi, gioire per il primo figlio maschio, al quale avrebbe insegnato ad andare in bicicletta, ad allacciarsi le scarpe, a vivere una vita piena e onesta.
Li ho immaginati rimproverare, in tono amorevole e insieme spazientito, quello stesso figlio che ora, con il medesimo tono, rimproverava severo lui, per un assurdo gioco del destino.
Un cerchio orribile, a pensarci bene.
Che ti soffoca, chiuso su se stesso.
Che ti riconduce a capo.
Nello stesso identico punto.
In un letto di ospedale, con un braccialetto di carta con il tuo nome, sdentato e con solo un pannolino addosso.
Stesso scenario, sì..
..solo che la vita, in questo caso, sta indietro.  

 

In ferie

10 Agosto, 2009

Sono nel piccolo bagno della camera.
Spalanco l’acqua del vano doccia e, mentre aspetto che si faccia calda, saggio visivamente, nel piccolo specchio rotondo, i segni della recente abbronzatura.
Nel lento scanner del mio sguardo, cado -d’un tratto- su un’enorme zanzara spiaccicata sullo stipite della porta.
Morta stecchita, con le alette stropicciate da uno schiaffone pesante e con il sangue del suo ultimo pasto a farle da macabra cornice.

- ..ma che schifo!
- Cosa amore?
- Come cosa? Hai ammazzato tu questa zanzara?
- Si.. e allora?
- Come allora! Ma, dico io, potevi almeno tirarla poi via dal muro…
- Scherzi? L’ho lasciata lì apposta che sia di esempio alle altre.. “punirne una, per educarne cento” ..no?
- …