Archivio per Febbraio 2009

Il viaggio è…

20 Febbraio, 2009

 

“Una foto, scintillante di sorrisi abbronzati e freschi Mohjto; una bottiglietta sazia di sassolini di quella spiaggia lontana; una saponetta infilata nel beauty; un biglietto della metro; un sottobicchiere della birra locale; un cappellino che grida “I love London”; un pezzo di memoria indelebile.”

 

 

Ho scoperto di avere serie difficoltà di sintesi, ma non costa nulla dunque perché non provarci.

(comunque, se doveste vincere grazie alla mia soffiata, sappiate che vi faccio un culo così)

 

18 Febbraio, 2009

 

Chi mi conosce sa bene che ho ormai irrimediabilmente perso tutta la tolleranza di cui disponevo per il posto in cui lavoro e che venderei un rene per cambiarlo quanto prima.

Questo mi porta da mesi a spedire curriculum edulcorati in ognidove, a fremere su ogni trillo di telefonino, a sperare in colloqui disparati, dove ovviamente divento, a seconda di, pluriesperta di marketing, di arte, di relazioni pubbliche.

L’altra sera, l’ennesimo colloquio.

L’agenzia del lavoro mi fissa l’appuntamento e mi informa stringatamente via mail:

“Axa Assicurazioni, Corso Italia n. 15, ore 18.45.”

Segno su un post-it, che infilo rapida nella plastichina del pacchetto di Chesterfield, accanto al mio pc.

Una ulteriore mail dell’agenzia di cui sopra, con oggetto la dicitura “civico sbagliato” mi avvisa, poco dopo, che il civico è appunto sbagliato: “non Corso Verdi 15, ma 115.”

Bene, correggo, arrivano le 17.30 e schizzo a casa.

 

Ho giusto il tempo di rinfrescarmi, di ravvivare il trucco e di disciplinare un po’ i capelli con la piastra.

Poi, abbino alla pudica camicetta bianca da scolaretta un maglione di lana grigia foffosa, di quelli a mezze maniche e con lo scollo bello ampio.

Infilo lo stivaletto stiloso sotto un jeans blu scuro e concludo con due doverose gocce di Bill Blas.

Sono troppo figa, mi domando come potrebbero non assumermi.

 

Scodinzolo verso la macchina in netto anticipo e mi reco in Corso; troverò parcheggio con calma e passeggerò alla ricerca del civico giusto.

In macchina Brian May fa correre rapide le sue dita sulla Red Special e io mi sento carica e motivata.

Ovviamente le assicurazioni sono il mio unico motivo di vita.

 

Arrivo all’altezza del Parco della Rimembranza e parcheggio.

Ticchetto lenta sul marciapiede e prima di raggiungere il civico che cerco, noto un’ampia scritta adesiva che spicca nel controluce di una parete interamente finestrata.

“Axa”.

Ok, ci siamo.

Cucco l’orologio.

Sono le 18.30.

Bene, giusto il tempo di una sigaretta.

Anzi no, meglio di no.

Metti che il tizio non fuma; se gli allungo la mano in saluto, inondandolo di nicotina e impregnandogli lo studio di fumo stantio, gli sto subito sul cazzo e sono fottuta.

E poi sono rilassata e tranquilla, non mi costa nulla aspettare, fumerò tra poco per festeggiare la vittoria.

Mancano 10 minuti, farò bene a salire e a presentarmi con un po’ di anticipo, che impegnerò fingendomi totalmente immersa nella lettura di un inserto del Corriere della Sera di settembre 2005.

Arrivo nell’atrio e la mia immagine si riflette sulla grande targa dorata dell’ufficio.

Sono sempre più figa.

 

Suono, entro, mi presento sfoderando il migliore sorriso che ho in serbo.

La tipa mi guarda un po’ così.

Quale colloquio, mi chiede.

Il mio sorriso perde un filo di smalto, ma rispiego cauta.

Sarà solo stordita.

Lei mi ripete, che no.

Non hanno fissato alcun colloquio.

Ma come, ribatto ancora, stringendo il sorriso in un morso e tirando a me le redini della pazienza, mi hanno detto di presentarmi alle Axa Assicurazioni di Corso Italia.

Capito il problema, mi dice con un sorrisone da presa peicculo.

Dice che c’è spesso questo fraintendimento che loro sono Axa Immobiliare di Corso Italia, mentre ciò che cerco io molto probabilmente sarà allora Axa Assicurazioni di Corso Verdi.

 

A questo punto ritengo opportuno rinfoderare il mio sorriso che aleggia ebete, spolverare il chilettino di merda che mi è appena arrivato dritto dritto sulle spalle e scendere le scale a passo deciso, bestemmiando sonoramente la povera mamma di nostro signore.

Arrivo giù, guardo l’orologio, 18.45.

I led rossi che corrono sopra al tabaccaio a fianco, avvisando la disponibilità di tabacchi 24 ore su 24, marinano il lavoro e scrivono d’un tratto: “attenzione: sei un pelo meno figa”.

 

Cosa faccio.

Vado, non vado, vado, non vado.

E’ tardi, occhei, ma non così tardi.

Potrei ancora farcela.

No, non ce la posso fare.

A quest’ora ci metto minimo venti minuti per attraversare la città e arrivare in Corso Verdi.

L’intera città pare riversa sulle strade all’unisono con un unico, clamoroso obiettivo: impedirmi di arrivare in tempo.

Non ce la farò mai.

Non ho il telefono, non ho modo di avvisare, cazzocazzocazzo.

Accendo una sigaretta, così penso meglio.

Ok.

Vado.

Perso per perso.

Vado.

Cazzomifrega.

 

Salgo in macchina e mi lancio nella missione impossibile, tentando (inutilmente) di intimorire il destino giocandomi l’intero bonus di bestemmie dell’anno.

Bestemmio aspramente anche contro tutti gli automobilisti impediti, contro tutti i ciclisti che traballano sui sampietrini in direzione del mio cofano, contro i vecchi bastardi che portano a spasso il cane col cappottino proprio ADESSO.

Parcheggio non so nemmeno dove, guardo l’orologio, quasi le 19.

Comincio a correre zigzagando omicida fra la gente che struscia svanita davanti alle vetrine del centro.

Guardo in alto in cerca di numeri.

90.

Bene, dai.

Corro oltre.

95.

101.

103.

111.

115.

Axa Assicurazioni. (Tua madre!)

 

Per anticipare i tempi non faccio le scale, che sono già senza fiato e pare brutto arrivare sulla porta e morire in preda a violentissimi spasmi polmonari.

Recupero il fiato in ascensore, premo 2 e guardo verso lo specchio interno.

Capelli in brutale stato anarchico, Bill Blas cancellato di netto dalla Cherstefield nevrotica dell’ultima corsa, velo di sudore sul labbro superiore, guance paonazze, affanno generale facilmente intuibile dal trucco un po’ sbavato e dalle labbra secche schiuse da un fiatone ancora ingestibile.

Davanti ai miei occhi sconsolati scorre ora la scritta: “Non sei figa manco per il cazzo”.

 

Arrivo alla porta a vetri.

19.00.

Bestemmio un’ultimissima volta fra i denti, poi entro.

Sfodero il sorriso di prima, che però calza un filo ridicolo, stavolta.

 

Un uomo sui cinquanta mi guarda con spiccato sdegno.

Io attacco subito a scusarmi per il ritardo, sciorinando simpaticamente l’avventura accorsami, ma lui mi tronca sul nascere, senza neppure guardarmi, con un “si, si, vabbè..” che non lascia spazio a interpretazione.

Mi odia.

Taccio, decidendo di limitare i danni, e lo seguo nel piccolo studio, ove lui mi chiede senza troppa gentilezza di accomodarmi.

“Mi ha portato un curriculum aggiornato?”

 

La sua inaspettata richiesta pone l’ultimo chiodo sulla bara della mia inadeguatezza.

“Ehm.. veramente.. ehm.. io ho spedito di recente un curriculum all’Agenzia che mi ha contattato in nome Vostro e io.. ehm.. non sono stata avvisata e credevo che.. ehm..”

“si, si, vabbè..” sguardo più penoso di prima, tono più asettico, odio ancora più leggibile, dietro a quei due vetrini graduati.

Immagino che potrebbe andare peggio solo nel caso decidessi di esibirmi in una sinfonia di scoregge con le ascelle.

 

Ma immagino anche di poter ancora recuperare, perdìo, posso almeno provarci! e, decidendo dunque di spiazzarlo con la mia personalità brillante, parto con una sparatoria random di pompose stronzate, toccando la mia intera storia vissuta, dal passato scolastico alle esperienze lavorative, colorando i toni dimostrandomi sicura, diplomatica, professionale e stando attenta ad azzeccare tutti i congiuntivi.

Il tizio mi getta ogni tanto sguardi compassionevoli, fingendo interesse e scarabocchiando la mia impiccagione su un notes che poggia sul ginocchio accavallato.

 

Scocciato, decide però, d’un tratto, di mettere fine a quel giochino noioso e, con una punta di scazzo appena percettibile, mi liquida con la frase di rito del “Le faremo sapere”; io annuso il bidone, sorrido a mia volta a cazzo e me ne vado, con la mia borsetta a tracolla zeppa di disillusioni.

 

 

Poco prima di scrivere questo (lunghissimo) post, mi arriva una mail dell’agenzia che mi comunica che è spiacente di informarmi che hanno provinato, e infine scelto, un’altra persona.

 

Mi domando come mai.

 

Andare a Roma

11 Febbraio, 2009

 

E vederla, stavolta.

Sotto a una fitta pioggia grigia, ma vederla.

E amarla.

Amarla totalmente.

Amare quel freddo freddissimo che ti permette di stringerti un po’ di più al braccio di chi ami.

Amare quel tripudio formicolante di genti che, in barba al tempo, scattano foto a tutta denti accanto a capolavori della storia, dell’architettura, al braccio di mendaci gladiatori dalle spade di plastica che in inglese maccheronico biascicano a nastro “where are you from?”; e tu senti le biondone di turno replicare gioiose “Wisconsin, Iuessèi” e, a quel punto, realizzi che l’Italia sarà pure malata per tanti, troppi, troppissimi versi, ma è in fondo un gran bel pezzo di creato, di tempo, di storia che ci fa dono degli occhi di tutto il mondo.

E sei felice, per un momento; sei orgoglioso, e la ami davvero.

La ami nonostante la sua imperfezione, nonostante il suo traffico isterico, nonostante la sua natura caciarona.

Perché in quell’attimo la senti tua e dunque ne accetti anche i difetti, che decidi, per quell’attimo, di non prendere in considerazione.

La ami, mentre respiri il passato di incalcolabili generazioni precedenti, impregnato nelle strade alberate, nelle piazze, in quel ricorrente capolavoro di equilibri architettonici.

La ami, quando, inaspettatamente, mentre mordi un trancio di pizza bianca, nell’ozio assoluto di un pomeriggio brizzolato di febbraio, il Sole sceglie di fare capolino tuffandosi in faccia al Colosseo, spruzzandolo di luce magica e colorandolo di magnificenza e importanza e leggendarietà.

La ami, nell’intimità di una camera d’albergo, mentre il tuo uomo ti accarezza i capelli e ti riscalda nell’abbraccio più confortante che ricordi; e Mtv complice fa passare in sottofondo “A te” e non serve altro.

La ami addirittura per il viaggio in treno che ti obbliga a fare e che ti vede schiacciata 9 ore di fila in un vagone scomodo, pieno di spifferi e di aglio (thanks Cingalia) e che ti riconduce dritto al lavoro senza pause, perché ti regala comunque il tempo e la pace di stare in silenzio con te stessa e di ripercorrere mentalmente quegli occhi, quelle emozioni, quel contatto incommensurabile e totalizzante.

La ami anche di più, quando, d’un tratto, una vibrazione del cellulare ti conferma che anche il tuo uomo sta godendo dello stesso regalo, dello stesso ricordo, della stessa emozione, della stessa estrema serenità.

E tu sorridi di cuore, mentre sollevi il cappuccio e lo stringhi forte al mento; infili l’hi-pod e, su una colonna sonora improvvisata da Bublè, scegli di mandare in onda ancora quei ricordi, ancora, e poi ancora, archiviandoli, non a caso, alla voce “amoR”.

 

Io speriamo che me la cavo.

6 Febbraio, 2009

 

Parto, vado, scendo.

Speriamo solo che vada meglio dell’ultima volta.

 

Donne…

4 Febbraio, 2009


Stanche del tran tran quotidiano, di un ufficio che stringe, di un capo che schiaccia, ci tuffiamo in uno scambio di mail consolatorie che, se dapprima ci fan meditare in direzione di una simulata malattia, alla fine ci trovano d’accordo su un movente dall’effetto più duraturo e senza dubbio più efficace: la maternità.

Di seguito, quindi, l’ultimo scambio epistolare che ci ha visto sorridere di cuore e alleggerire così questa giornata che ci appariva senza speranza.

(decido di non deturpare il messaggio, mantenendo il dialetto nostrano e confidando nella vostra versatilità di lettura)


***
“Sincronizzemo?
Ma si, dai.. mi digo de decider noi una data …tanto loro in quei momenti no i capise più un cazzo.
Poi.. sa che figo, se fasemo tutta la maternità insieme.
Vomitini a turno, in giro per i mercatini, infilade in orribili premaman, a bever tisane alla frutta come le vecie rincoionide, parlando de respirazion, de corsi in piscina e de olii alle mandorle da spalmar sul cul per evitar le emorroidi..
Ahh… fossi na figada.”

***
“Si si.. e poi, immagina:
A casa dal lavor senza sensi de colpa, magari coi pie gonfi come panettoni e senza poder magnar pan col salame per via della tocsoplasmosi…. ma libere dall’incubo ….
E con l’unica preoccupazion de: massagiarse la panza (come fa tipicamente tutte le puerpere); spalmarse la crema anti-smagliature ovunque, arredar camerette, magnar come un porco (perché tanto ormai son enorme e-chi-se-ne-frega,  e po devo magnar per due…); litigar col partner sul nome (per mi sarà Emma o Fabio – e no se discuti, decido mi!); comprar o farse regalar carrozzina, seggiolin auto,  lettin,  corredo …
…insomma tutto ben finchè no finisi la pacchia… lui nasi e a ti no te caga più nisun….
Ti:  stanca e sfatta dopo el parto, deformada nel fisico con profonda depressione ormonale in atto… e tutti quanti caga solo el picio!!! Ti ormai no te esisti più, te son solo una dispensatrice de latte (pezo che la Lola) e una raccoglitrice de pannolini sporchi….

 

E COSI’  SIA.”