Archivio per Gennaio 2009

30 Gennaio, 2009

 

Primo piano a destra – corridoio a sinistra – seconda porta a destra.

Picchietto leggera una nocca sulla porta socchiusa, due volte.

Dalla fessura, intravedo un uomo che dice ‘avanti’ in automatico, senza troppa convinzione.

Entro nella stanzina, lui non alza gli occhi nemmeno dopo il mio sonoro ‘buongiorno’.

Mi faccio dunque avanti lenta e in silenzio, poi aspetto e osservo.

Avrà 45 anni scarsi, tuttavia portati malissimo.

Ha gli occhiali in punta di naso, due rettangoli di moderna plastica colorata separati da un naso importante.

All’aspetto un pochino trasandato di un volto non sbarbato di fresco, si aggiunge un maglioncino infeltrito che mal mimetizza la sua pancetta rilassata.

I pochi capelli sale e pepe, lunghi dietro e radi in modo imbarazzate sulle tempie, completano l’immagine di un uomo non propriamente piacente.

Il surplus sta nel piccolo riporto che parte dall’orecchio destro e che semina fittiziamente il vasto deserto rosa del suo capo.

Il perché alcuni si accaniscono nel voler sembrare ciò che in realtà non potranno essere mai (più), camuffandosi dietro a un’immagine che solo loro stessi non percepiscono come goffa e ridicola, ho sempre fatto fatica a comprenderlo.

 

“Prego” dice, ad un tratto.

Così, senza guardarmi.

Mi faccio avanti e comincio a spiegare il motivo della mia visita; mi accomodo senza permesso esplicito su una grossa sedia di velluto verde e pilucco nella cartellina dei documenti.

“..deve fare un deposito di firma in bollo, allegando il documento del firmatario e presentando entro 10 giorni dal ricevimento dell’autorizzazione…”

Parla con tono scandito e con occhi inanimati e, mentre prendo rapidamente appunti, un trillo di telefono lo tronca, troncando parimenti la mia agile penna.

Si volta verso la finestra allargata su un grigio cielo invernale, specchiato da grigio cemento, acciuffa un’altra richiesta e prende a dondolare ritmico sulla sedia di finta pelle nera.

La stanza si riempie di moduli e numeri, di codici e direttive; io intanto temporeggio portando a pesca gli occhi nel piccolo ufficio.

Osservo la libreria alle sue spalle, osservo i vetri scorrevoli rivelare le dita unte abituate a maneggiarli, osservo quell’ultimo scaffale gremito di Matrioske.

Ne conto 43, disposte su due file.

Quasi un’ossessione.

Sparpaglio lo sguardo oltre e cado su una carta geografica che evidenzia l’Istria.

La testa di una freccia, scoccatagli nel cuore chissà da chi, chissà come, chissà per quale motivo.

Cado poi a random su un portaombrelli vuoto, su un portapenne misero e, infine, su una foto.

Una bambina; dieci, forse dodici anni.

Non è bellissima, se tralasciamo quegli occhi di cioccolato enormi dai quali pare assorbire golosa il suo mondo.

Volto lo sguardo verso di lui, sempre affaccendato da codici e procedure e direttive.

Guardo di nuovo dentro quella cornice in legno scuro.

Lui.

Lei.

Di nuovo lui.

Di nuovo lei.

Si, dev’essere la figlia.

C’è una qualche somiglianza, nel taglio del viso, nella curva del naso, nelle linee di una bocca lunga e sottile.

Quella vaga somiglianza che se stringi gli occhi la vedi meglio.

Ora butto l’attenzione alle sue mani.

Niente fede.

E allora prendo a immaginare la storia di quest’uomo separato, la sua sofferenza, la sua costrizione a quella scrivania, per permettersi gli alimenti a una figlia che vede il mercoledi, un paio d’ore al pomeriggio, e il fine settimana, uno su due.

Ma forse no, chissà.

E da un lato non importa nemmeno.

Non importa perché qualsiasi sia la storia che si cela dietro a quest’uomo, qualsiasi siano gli incastri che spiegano la sua passione per la Russia, per l’Istria, per questa ragazzina dagli occhi pieni, qualsiasi vita abbia al di fuori da questi 10 metri quadri scarsi, io riesco a vedere i suoi occhi vuoti e ad accorgermi che spiegano tutto, senza in realtà rivelare nulla.

Perchè, ad un tratto, è come se risentissi le parole dell’adulto di turno, ammonitegli 30 anni prima, “che devi studiare, devi costruirti un futuro solido, conquistarti una posizione sociale affermata”.

E lui, da bambino obbediente, ha studiato, si è laureato, ha scalato la vetta del successo ed è diventato un titolo su una targhetta dorata fuori da una porta come tante.

Perché gli raccontavano che quella era la felicità, la realizzazione, la posizione che gli avrebbe garantito tutto.

Quegli occhi assenti rivelano invece la terribile verità, la devastante presa di coscienza.

Di uomo imprigionato nel suo maglioncino infeltrito, nel suo sguardo disilluso, nei suoi ricordi, nei suoi rimpianti, nelle sue ossessioni, nei suoi errori, forse nei suoi sogni, mentre la frustrazione cola indisturbata lungo le pareti di cartongesso della sua amara conquista.

 

“..serviva altro?”

Mi strattona fuori dai miei pensieri, mentre appende la cornetta, ancora una volta senza né attenzione né intensità.

“No, la ringrazio.. Arrivederci”.

“ ’derci”.

 

In attesa alle Poste.

22 Gennaio, 2009

 

Lei – ma ciaooo!

Io – hey, ciao..

- come stai?

- mah.. insomma… se posso permettermi una confidenza non è che questo periodino sia proprio questa gran meraviglia.. tu?

- uh, io bene, tra l’altro è un paio di mesi che frequento un corso di comunicazione che credo che mi abbia cambiato la vita..

- ma dai..

- si si, è incredibile. Ti insegnano praticamente a saper comprendere a fondo l’interlocutore, i suoi bisogni, la sua psiche. Ho imparato ad usare proprio alcuni strumenti di psicologia per codificare gli stati d’animo altrui e cercare di capire i comportamenti quotidiani, ho imparato a interpretare il linguaggio non verbale, ma soprattutto ho imparato a saper ascoltare, a immedesimarmi, ad accrescere il concetto di empatia, per non concentrare le conversazioni solo su me stessa e per dare realmente importanza all’interazione, come concetto di azione bidirezionale, proprio per il fatto che il principio di comunicazione stesso comporta la presenza di una attività che presuppone un certo grado di cooperazione, mi segui?, il processo comunicativo ha una intrinseca natura bidirezionale e quindi è ovvio che la comunicazione non può essere tale se è pura e semplice trasmissione di immagini, di dati o concetti, la comunicazione non può essere unidirezionale, senza possibilità di replica, capisci?, tra l’altro “comunicare” in latino significa propriamente “condividere”, “mettere qualcosa in comune con gli altri”, quindi è stato incredibile comprendere i miei limiti e superarli perchè adesso riesco a relazionarmi come mai nella mia vita, proprio perché ho scoperto che prima non sapevo inserirmi in modo costruttivo in un dialogo, non sapevo ascoltare, non sapevo leggere il linguaggio del corpo, e non sapevo che l’immedesimarsi nel proprio interlocutore fosse così determinante per capire in fondo anche se stessi… perché è questo che è fondamentale, alla fine di tutto, perché la comunicazione diventi efficace, perchè diventi condivisione profonda, dicevo è fondamentale sapere calarsi nei panni dell’altro, mettersi davvero a un livello di comprensione totale, assoluta, come se noi in quel momento non fossimo più noi, ma l’altro, capisci?, per creare appunto quell’equilibrio emozionale perfetto…  ma piuttosto, dai, dimmi, tu come stai?

-…

 

16 Gennaio, 2009

 

Esco dalla doccia e, tutta ignuda e pelledocata, saltello verso la camera tuffandomi nel sovrano caos del mio armadio.

M’infilo un collaudato paio di jeans e una magliettina, poi mi siedo sul bordo del letto e faccio per mettere i calzini.

Alzo il piedino verso le mie mani protese.

Uhm.
Non ci arrivo.

Mancano 5 centimetri buoni.

E allora arranco, nella speranza di farmi più vicina e di riuscire a infilzare il tubolare.

Ma pesco aria.

Ci provo due, tre volte.

Si sa, i jeans freschi di bucato sono sempre un po’ duretti.

Vado avanti, non demordo.

Quattro, cinque, sei.

Un rigolo di sudore mi graffia la faccia sforzata.

Il bottone della patta si trasforma in un proiettile, pronto a esplodere contro un inerme orsacchiotto di pezza, sul comò a zampe in alto.

Io, però, me ne accorgo, metto in salvo l’innocente, liberando quell’addome ingombrante e, già che ci sono, approfitto per respirare.

L’orso tace, ma mi guarda con occhi a palla.

La specchiera rimbalza occhiatacce di raccapriccio.

Il mio lato beffardo mi prende a parolacce.

Il mio lcd fa piagnucolare Giusy Ferreri.

 

Non mi rimane che precipitare nello sconforto.

 

A piedi scalzi e patta aperta.

 

9 Gennaio, 2009

 

 

-         Amore, quand’è che ritorni a casa?

-        Tesoro.. non so.. sono rientrato in caserma appena da un paio di giorni.. vedremo dai.

-         Ma dici che per il weekend del 24 gennaio ce la faresti a tornare?

-         Oh ma cucciola, cos’è.. ti manco già così tanto?

-        No, è che sto organizzando un pigiama party con le amiche Sexandthecity e mi serve la casa libera..

-