Primo piano a destra – corridoio a sinistra – seconda porta a destra.
Picchietto leggera una nocca sulla porta socchiusa, due volte.
Dalla fessura, intravedo un uomo che dice ‘avanti’ in automatico, senza troppa convinzione.
Entro nella stanzina, lui non alza gli occhi nemmeno dopo il mio sonoro ‘buongiorno’.
Mi faccio dunque avanti lenta e in silenzio, poi aspetto e osservo.
Avrà 45 anni scarsi, tuttavia portati malissimo.
Ha gli occhiali in punta di naso, due rettangoli di moderna plastica colorata separati da un naso importante.
All’aspetto un pochino trasandato di un volto non sbarbato di fresco, si aggiunge un maglioncino infeltrito che mal mimetizza la sua pancetta rilassata.
I pochi capelli sale e pepe, lunghi dietro e radi in modo imbarazzate sulle tempie, completano l’immagine di un uomo non propriamente piacente.
Il surplus sta nel piccolo riporto che parte dall’orecchio destro e che semina fittiziamente il vasto deserto rosa del suo capo.
Il perché alcuni si accaniscono nel voler sembrare ciò che in realtà non potranno essere mai (più), camuffandosi dietro a un’immagine che solo loro stessi non percepiscono come goffa e ridicola, ho sempre fatto fatica a comprenderlo.
“Prego” dice, ad un tratto.
Così, senza guardarmi.
Mi faccio avanti e comincio a spiegare il motivo della mia visita; mi accomodo senza permesso esplicito su una grossa sedia di velluto verde e pilucco nella cartellina dei documenti.
“..deve fare un deposito di firma in bollo, allegando il documento del firmatario e presentando entro 10 giorni dal ricevimento dell’autorizzazione…”
Parla con tono scandito e con occhi inanimati e, mentre prendo rapidamente appunti, un trillo di telefono lo tronca, troncando parimenti la mia agile penna.
Si volta verso la finestra allargata su un grigio cielo invernale, specchiato da grigio cemento, acciuffa un’altra richiesta e prende a dondolare ritmico sulla sedia di finta pelle nera.
La stanza si riempie di moduli e numeri, di codici e direttive; io intanto temporeggio portando a pesca gli occhi nel piccolo ufficio.
Osservo la libreria alle sue spalle, osservo i vetri scorrevoli rivelare le dita unte abituate a maneggiarli, osservo quell’ultimo scaffale gremito di Matrioske.
Ne conto 43, disposte su due file.
Quasi un’ossessione.
Sparpaglio lo sguardo oltre e cado su una carta geografica che evidenzia l’Istria.
La testa di una freccia, scoccatagli nel cuore chissà da chi, chissà come, chissà per quale motivo.
Cado poi a random su un portaombrelli vuoto, su un portapenne misero e, infine, su una foto.
Una bambina; dieci, forse dodici anni.
Non è bellissima, se tralasciamo quegli occhi di cioccolato enormi dai quali pare assorbire golosa il suo mondo.
Volto lo sguardo verso di lui, sempre affaccendato da codici e procedure e direttive.
Guardo di nuovo dentro quella cornice in legno scuro.
Lui.
Lei.
Di nuovo lui.
Di nuovo lei.
Si, dev’essere la figlia.
C’è una qualche somiglianza, nel taglio del viso, nella curva del naso, nelle linee di una bocca lunga e sottile.
Quella vaga somiglianza che se stringi gli occhi la vedi meglio.
Ora butto l’attenzione alle sue mani.
Niente fede.
E allora prendo a immaginare la storia di quest’uomo separato, la sua sofferenza, la sua costrizione a quella scrivania, per permettersi gli alimenti a una figlia che vede il mercoledi, un paio d’ore al pomeriggio, e il fine settimana, uno su due.
Ma forse no, chissà.
E da un lato non importa nemmeno.
Non importa perché qualsiasi sia la storia che si cela dietro a quest’uomo, qualsiasi siano gli incastri che spiegano la sua passione per la Russia, per l’Istria, per questa ragazzina dagli occhi pieni, qualsiasi vita abbia al di fuori da questi 10 metri quadri scarsi, io riesco a vedere i suoi occhi vuoti e ad accorgermi che spiegano tutto, senza in realtà rivelare nulla.
Perchè, ad un tratto, è come se risentissi le parole dell’adulto di turno, ammonitegli 30 anni prima, “che devi studiare, devi costruirti un futuro solido, conquistarti una posizione sociale affermata”.
E lui, da bambino obbediente, ha studiato, si è laureato, ha scalato la vetta del successo ed è diventato un titolo su una targhetta dorata fuori da una porta come tante.
Perché gli raccontavano che quella era la felicità, la realizzazione, la posizione che gli avrebbe garantito tutto.
Quegli occhi assenti rivelano invece la terribile verità, la devastante presa di coscienza.
Di uomo imprigionato nel suo maglioncino infeltrito, nel suo sguardo disilluso, nei suoi ricordi, nei suoi rimpianti, nelle sue ossessioni, nei suoi errori, forse nei suoi sogni, mentre la frustrazione cola indisturbata lungo le pareti di cartongesso della sua amara conquista.
“..serviva altro?”
Mi strattona fuori dai miei pensieri, mentre appende la cornetta, ancora una volta senza né attenzione né intensità.
“No, la ringrazio.. Arrivederci”.
“ ’derci”.
