Archivio per Agosto 2008

Trenta e sentirli tutti

25 Agosto, 2008


Dal film Titanic:

“Ho l’impressione che finirà in prima pagina comunque, signor Ismay.”

***

Sabato ho compiuto trent’anni.


Ovviamente, decidi che non puoi fare affatto passare inosservata una data così importante, che sancisce la fine della naturale leggerezza degli  ’enti.
E allora organizzi una sagra in piena regola, invitando tutti quelli che ti passano a tiro.
Quale posto migliore della casa nuova, così si festeggia, due in uno.
Certo, la casa è tutta sbocconcellata dagli anni, ma hai un’estate a favore e un parco da far invidia a Tiger Woods che ti risolvono il problema.
E allora programmi la festa del secolo, con file e file di tavoloni e panche sul prato verde scintillante, lucine colorate a fluttuare sopra le teste, griglia odorosa di ogni tipo di carne e verdura, angurie in fresco, buonumore nell’aria.
E poi ottima birra spillata con pazienza, bacini, auguri, regali (ndr, tutti bellissimi).
Cominci a sentire un vecchio pezzo rock anni ’60, e intravedi i giovani ballare come imbecilli, i meno giovani sorridere persi nel ricordo, i bambini ignorare il tutto mentre prendono a calci un pallone.

Poi capita però che il sogno si oscuri un attimo, che perda definizione e che, infine, scemi del tutto.
Spezzato da un vento forza nove, lapidato da mandarini di grandine, frustato da secchiate d’acqua gelida.
E così butti la griglia sotto a una tettoia di fortuna e prendi a cucinare veloce, isterico, praticamente in apnea.
La casa immatura si stipa di gente.
A quel punto entri nel panico.
Somiglia tutto a un terribile incubo, dove le panche volano e le luci saltano.
E, nel buio pesto di un silenzio stupito, dichiari a te stessa che peggio di così non può andare.
Poi scopri da lontano che il black out è programmato, vedendo il sorriso del piccolo T. avvicinarsi dietro a una schiera di candeline.
E confermi a te stessa che il peggio è finito davvero.

Ricordi che hai degli amici violentemente temprati dall’Elefantentreffen, e ne osservi addirittura qualcuno in maniche corte non scomporsi minimamente.
Altri rincarano senza smarrimento le dosi di maglie, non perdendo affatto l’entusiasmo e anzi trovando un’ottima scusa per intervallare, al solito boccale di birra, cicchettini più forti, per spazzare via broncio e freddo.
Facciamo le foto che sembriamo a febbraio, solo un po’ più abbronzati.

E tiriamo lungo fino all’alba, alleggeriti da un temporale assopito e dal fatto che siamo ormai tutti ubriachi.
Spazientita dall’indelicatezza del cielo, e peraltro incoraggiata dal Montenegro, a un certo punto ho fatto un bel discorsetto al tizio lassù che ha scaricato tutta quella furia nella notte.

Temo di esserci andata pesante.
Dev’essersi cacato sotto perché son due giorni continui che fa sole da spaccar le pietre.
 
 

 

 

E fu tempo di esami..

19 Agosto, 2008

 

Operazione riuscita, si diceva.

Operazione riuscita una fava, vi dico invece.

 

La tregua, infatti, è durata poco più di niente.

Il mattino dopo, al banco del check-in del modesto aeroporto di Treviso, eccole di nuovo tutte in fila, lì, ad aspettarci.

Agitazione, Paura, Insofferenza.

Con quel sorriso un po’ beffardo a dire: “mica credevate davvero di averci seminato?”

Dopo la surreale quiete, ecco uno tsunami in piena regola a travolgere i sensi e a spazzare via quel po’ di buonumore e di rilassatezza conquistata.

E di nuovo, in men che non si dica, nervi appallottolati, umore sbrindellato, fegato rosicchiato.

 

Dopo un breve volo, arriviamo a Roma.

La sistemazione prevista non aiuta a sentirci meglio, devo dire.

Non tanto per l’albergo, pulito e ben servito, quanto per la zona di estrema periferia, orfana di buonsenso e di eleganza.

Ci si aspetta il trambusto cittadino e una forte aria di quotidianità romana.

E ci si para invece davanti un deserto di steppa, fitto di raggelanti fiori mortali di plastica infetta, infilzati nei parchi abbandonati, immondizia e caos sovrani.

Residui di macchine abbandonate a se stesse, ai lati di strade ammucchiate di sporcizia, di cumuli gialli di vecchi aghi di pino, addirittura carcasse di animali divorati dal tempo.

Stento a crederci pure io, ma quello che incrociano i miei occhi, totalmente increduli, è davvero quel che rimane di un gatto.

Lo osservo scupolosa, come per comprendere tanta indifferenza.

Polvere di pelo muffito, cranio a cielo aperto, telaio d’ossa, banchetto vermicolante.

Ritengo sia di obbligatoria importanza tramandare l’immagine di tale disinteresse, ma, porcaputtana, non ho con me la macchinetta fotografica.
Ovviamente smadonno, il piccolo T. ride di me, mi dà della scema e mi trascina oltre, e subito dopo ci si affaccia un piccolo locale a sviare il pensiero.

 

Un minuto giardinetto in cemento, sul davanti, ombreggiato appena da un liso tendalino giallo.

Appena fuori della porta, penzola l’insegna scolorita e sbilenca di una sconosciuta marca di gelati spalmata, quasi per intero, da pennellate nere disordinate, a cancellare i gelati non disponibili.

Poco più in là, rare sedie di metallo intrecciato da grossi fili di morbida plastica colorata, tipiche figlie degli anni ’80, incastrate al culo di quattro vecchietti silenziosi e immobili, quasi facessero parte dell’antico mobilio.

Sul bancone di metallo poggiano zuccheriere aperte, trafitte da piccole palette d’argento lavorato; nell’aria aleggia un forte odore di candeggina di uno scovolone, nato dal connubio di una vecchia scopa e un grosso straccio grigio a nido d’ape, e un vecchio dietro al banco sta passando uno straccio nei bicchieri di vetro opaco  grosso.

Beviamo il nostro caffè nel silenzio religioso della piccola locanda piena d’occhi.

Ci domandessero il conto in Lire non batterei ciglio, che pare di esser tornati davvero indietro di vent’anni.

 

Rientriamo lenti, che non c’è alcuna fretta.

E’ sabato.

Mancano due giorni pieni all’esame.

Che lasciamo scorrere confusamente, fra notti in bianco e profondi sospiri d’animo.

Pare lunga, ma, in un modo o nell’altro, il lunedi arriva.

 

E’ poco più che alba, il piccolo T. sale sul taxi e stiracchia un sorriso.

Lo vedo allontanarsi piano, prendo il telefono e comincio ad aspettare.

Faccio a cazzotti con ansia e cagotto aspettando il gong che arriva quando il sole è a picco sulla piccola terrazza della stanza al primo piano.

 

IDONEO.

Promosso.

Abile.

Brillante, in tutte le prove.

Felino in corsa, delfino in acqua, ragno sui muri.

 

“Dobbiamo festeggiare”, dice con una voce luminosa dimenticata “andiamo in centro a far bagorgi”.

“Occhei, ma per andare a prendere la metro si passa là davanti, giusto?”

 

Tanto per togliermi lo sfizio, che sennò mica mi credevate.

 

 

 


 

 
 

 

 

Poi di Roma magari vi racconto un’altra volta.
 
 

 

4 giorni in terra croata

7 Agosto, 2008

 

Sole energico, silenzioso, estivo.

La strada corre placida sotto le ruote della moto.

Solo per un tratto, ci lanciamo in un agevole dribbling, che ci consente di polverizzare la coda di macchinoni sovracarichi, stipati al confine croato.

Poi, via tranquilli di nuovo.

E, presto, siamo subito in Istria.

 

Traffico, semafori e smog lasciano ora spazio a distese di campi di girasoli, tenute recintate da muretti in pietra lavorata a secco, spogli tavolini di plastica, ai lati delle strade, che esibiscono batterie di bottiglie con grappe e liquori di tutti i colori.

C’è da domandarsi chi è quel pazzo che, sotto questo sole cocente, con questa calura che scioglie l’asfalto, s’azzarda a fermarsi, stuzzicato dal pensiero di un buon bicchierozzo di grappa.

Ma lo scenario è talmente colorato e vivo che ci scivolo sopra senza darci troppa bada.

Mi concentro sui profumi della terra, che brilla incredibilmente rossa e intensa, come fosse polvere di rubino.

Annuso i fiori di campo, i covoni di paglia, i vigneti sdraiati al sole, i cocomeri ludici e bollenti dei mercanti di strada.

Poi, mi faccio investire da quel misto di spezie e carne arrostita.

Riempio il naso ingordo, per completare l’immagine, cruda e stuzzicante insieme, di quei teneri maialini da latte ninnati lenti, per l’ultima volta, da un girarrosto dalle braccia di tizzoni.

Stimiamo che il brontolio dei nostri stomaci non sia a lungo governabile, per cui ci affrettiamo all’appartamento, smettiamo i panni del centauro e indossiamo quelli del turista per infilarci, più comodi, nella nostra nuova prossima realtà.

Il giro confidenziale trionfa in un’ottima cena a base di pesce e con un noleggio di biciclette, che, scoprirò poi, mi alleneranno cosce, glutei e pazienza ben bene.

Rientriamo nella nostra nuova provvisoria dimora e stendiamo i pensieri l’uno a fianco dell’altro.

Un grattino al punto giusto, un sorriso a sciogliere le tensioni, un bacio a raffinare la notte a venire e tutto sembra filare nel verso giusto.

Tra l’altro, il telefono di casa che squilla ininterrotto e indelicato, non fa per nulla sentire la sua mancanza e la tv, che penzola all’angolo del letto, ci culla sottovoce fino a un sonno di piombo ininterrotto.

Se non fosse per i sacchi di polistirolo che ci rifilano al posto dei cuscini, non avrei nulla da obiettare.

 

I tre giorni seguenti scorrono quieti e lenitivi.

Rovigno è uno stupendo labirinto in cui si respira forte il profumo veneziano; vicoli in pietra, teatro di struscio di massa, case che si spintonano fino in riva al mare, tramonti mozzafiato che solo una città di mare riesce a offrire, romanticismo e positività palpabili.

Nel piccolo porticciolo, fra il brulichio di genti, si annusa salsedine mista a gasolio e le vele ripiegate svettano alte e pennellanti, proprio come stessero lì a dipingere instancabilmente il cielo.

Ci concediamo lunghe passeggiate a dita intrecciate, cene tranquille, freschi boccali al dondolio di un’amaca, lenti sonnellini sulla battigia, interrotti, di tanto in tanto, soltanto da qualche venditore da spiaggia nostrano che promuove “bomboloni alla crema, crapfen, strudel”.

Non amo ripetermi.

Ma c’è da domandarsi chi è quel pazzo che, sotto questo sole cocente, con questa calura che mi scioglie le Crocs turchesi taroccate, s’azzarda ad avvicinare questo bizzarro ambulante, stuzzicato dal pensiero di un buon maritozzo fritto con la crema.

 

Malgrado la mia indole prettamente letargica, scelgo di affiancare il piccolo T. nei suoi propositi, alternando quindi, alla fase tutta relax, una sana attività fisica, ora pedalando in off road lungo l’interno del litorale ombroso e odoroso di pino, per tener svegli muscoli e polmoni, ora vascheggiando a tempo in piscina, per rassicurarci in vista dell’esame.

Un gelato consumato lento, o un cocktail alla frutta in locali arroccati sugli scogli, intimi e suggestivi, sono la sua ricompensa ai miei sforzi inconsueti, e devo dire che, se sulle salite dei promontori traballanti, a mangiar polvere dietro al suo sgattaiolare veloce, in marcia 1 e lingua a terra, piovono sudori e madonne, seduta poi a fianco del suo scoglio a godere del rumore del mare e del batter d’ali di gabbiani, mi dico pronta a ricominciare tutto daccapo.

Stanca di una rigenerante stanchezza, deliziosamente serena.

Anche il suo viso pare più disteso.

E le sue notti più riposanti.

E i suoi sogni più belli.

 

Operazione riuscita.

 

Si rientra.

 

Strani, i giri della vita

1 Agosto, 2008


Per completezza di informazione, posto un video a spiegazione del termine gergale “clanfa”, introdotto nel precedente post.

La cosa è giustificata anche dal fatto che, a reperimento di qualche fonte in tal senso, capita che mi imbatta per sbaglio in un Andrea Pecile, che io ricordavo, quindicenne e ciondolante, per i corridoi della scuola superiore e che ritrovo invece certamente famoso e plausibilmente facoltoso.

Mi viene il dubbio che, se avessi ammiccato di più, magari adesso, invece che rassegnarmi a lasciar sudare le chiappe su una sedia sbrindellata in un ufficio senza condizionatore, starei col culo su una soffice spiaggia spagnola e la boccuccia a cuore su una cannuccia sempre piena di fresco mojito a rilasciar fiacche interviste.
Che, a dirla proprio tutta, stesse zitto, non avrebbe nemmeno un malvagio movimento d’anca, sto “mago de la penetraciòn”.


Ma questa, al limite, sarebbe un’altra storia ancora.

 

 

 
 

La partenza

1 Agosto, 2008


Facciamo un passetto indietro.
Andate a rileggervi le prime 8 righe di questo post.
Fatto?

Ecco, ora posso svelarvi il gran segreto.

Ai lettori più attenti, non sarà sfuggito il fatto che il  piccolo T. sia, da molti anni, un Grisù volontario.
(come non sarà sfuggito loro lo strafalcione dell’impiegata del Ministero dell’Interno, subito nell’intestazione del secondo link, poco più sopra)

E’ settembre, quando esce il concorso.
Con quel sogno ben riposto nel cassetto, non è che il piccolo T. abbia qualche indecisione di sorta.
E così, compila la domanda a dita incrociate, lasciandosi poi afferrare a braccetto: Ansia da un lato, Speranza dall’altro.
E, passo passo, ci si dirige tutti insieme a quel giorno fatidico, in cui arriva una lettera.
Anzi, LA lettera.
Che dice che ha le carte in regola e che deve presentarsi a Roma per le prove fisiche prima, mediche poi.
Ad affiancare Speranza e Ansia si precipita subito, ovviamente, il Panico.
Quel misto di trepidazione, apprensione, titubanza.
Quel climax di emozioni che, se all’inizio ravviva appena la tinta dei giorni, all’accorciarsi del countdown al grande giorno, culmina in un colorito trambusto emotivo.
“Sarò all’altezza?”
“Supererò tutte le prove?”
Ma soprattutto: “Riuscirò a non annegare?”

Questo, il dilemma più pregnante.

Aldilà di qualche pittoresca clanfa dagli scogli di Sistiana e dell’atto di “riportarsi a riva in salvo”, non si può, infatti, dire che il piccolo T. sia questo gran delfino.
Da qui, numerosi appuntamenti in piscina lo osservano sconsolarsi, dapprima, prendere sempre più confidenza, via via che l’acqua comincia a diventargli amica, fino ad arrivare a riuscire poi a destreggiarsi con una discreta eleganza in un habitat ormai familiare.
Ma, seppure le giornate siano già popolatissime, un bel giorno ecco che arriva anche l’Insonnia.

Un connubio di tensione, aspettativa, sogno e incubo, che giocano la briscola a quattro giorno e notte, e decidono, su suggerimento della Perfidia, di non lasciare alla mente nemmeno una misera pausa per il Sonno.

Urge soluzia.
Prendo ferie.
Prenoto un appartamentino a Rovigno, dove mi dicono sia facilmente reperibile il Sig. Relax.

Poi, si parte.