Ehi… qualcuno fuori ha acceso di colpo l’estate.
Archivio per Maggio 2008
Ed è subito festa
28 Maggio, 2008È buio.
Già da un po’.
Anche le facce degli altri sono un po’ buie, a dire il vero.
Ombrose, un po’ sbattute, con gli occhi a pesca nel cervello, bello guazzante di pensieri intrisi di pioggia.
Fine, compatta, tenace.
Un fitto traffico di nuvole che si scontra violento con l’umore di tutti e che ci mette a tacere, uno per uno.
Solo qualche imprecazione fra i denti, a tagliare l’aria di tanto in tanto, mentre un incastro del chiosco scivola, o stenta a calzare.
Qualcuno fuma la sua Marlboro light, un altro guarda il cielo di storto, un terzo invece forse lo prega, col cuore, affinchè si gonfi di vento e spazzi via quel coperchio caliginoso.
Le ragazze parlano sottovoce, poco più in là.
Le magliette sono pronte?
Con la spesa sono a posto?
Le autorizzazioni sono in ordine?
Manca qualcosa?
Concordano tutte.
Mancherà il sole.
Sembrano sconsolate.
Snervate.
Un po’ arrabbiate con questa primavera, che se la tira davvero da morire.
Ma lo spettacolo deve continuare.
Anche se il trucco rischia di sciogliersi, il sorriso deve rimanere addosso.
(come insegna QUalcuno)
Ma qualcosa, ad un certo punto, succede.
Uno spacco di azzurro nel cielo, qualche sprazzo di sole, qualche sguardo che si rischiara.
Dai, che, forse.
I silenzi affaticati cedono il posto a risate nuove.
L’ultimo refolo di speranza buca quel grigio minaccioso, inchiodato all’azzurra tela.
E si fa spazio e sgomita e vince.
Ed è festa.
Mi arrampico sull’ossatura metallica del palco, osservo le carene vivaci dipingere ad arte la giornata, completando le finiture di una giornata non limpidissima ma innocua.
Gente festante, schiene a colori, bambini al trotto, bicchieri levati in brindisi.
Odore di motori, di gomme, di rock.
Click.
Non ci resta che piangere
23 Maggio, 2008
Furiosi, infuriati, furibondi, furenti.
Avvampati, infuocati, infiammati, fumanti.
Indignati, adirati, adombrati, alterati.
Agitati, esasperati, risentiti, mortificati.
Imbestialiti, imbelvati, inviperiti, inferociti, imbufaliti.
Incattiviti, scalpitanti, rabbiosi, velenosi, avvelenati.
Incolleriti, adirati, stizziti, seccati, urtati.
Inalberati, spazientiti, indispettiti, inquietati, irrequieti.
Irati, irosi, iracondi, iradiddio.
Incavolati, arrabbiati, incazzatineri.
Perso controllo, lume della ragione, staffe e pazienza.
Questo il motivo.
Il mattino dopo
15 Maggio, 2008
C’era un sole abbagliante, il mattino dopo.
Alice era a letto e ci sarebbe rimasta a lungo.
Fingendo di dormire.
Più che altro, sperando di dormire.
Forse per potersi illudere di risvegliarsi e di potersi rincuorare del fatto che fosse solo stato un brutto, bruttissimo, orribile sogno.
Il silenzio di quella stanza.
Fortissimo, surreale.
Spezzato di continuo dal trillo di un telefono invadente.
Poi, silenzio di nuovo.
Alice abitava in un sottotetto appena fuori città, e spiava zitta il mondo dalle grate alle finestrelle quadrate e piccole, appoggiate a terra.
Filtravano spiragli di luce.
Lame scintillanti di granelli leggeri.
Un moto continuo di minuscoli diamanti danzanti.
Impalpabili.
Inafferrabili.
Inarrestabili.
Ne sceglieva uno, lo seguiva fino a che non lo confondeva in mezzo agli altri.
Poi, ne prendeva di mira un altro e continuava il gioco.
Ci passò delle ore.
Occhi a spasso e mente ferma.
Da sotto il piumino leggero, nel letto bianco laccato di terza mano.
L’urgenza di andare a pisciare, d’un tratto, la obbligò ad abbandonare il gioco e ad alzarsi.
Scoperchiò le lenzuola.
I diamanti imbizzarriti parvero accelerare la loro corsa.
Strascicando i calzettoni sulle tavole di legno vecchio, sfilò davanti alla porta a vetri del cucinino, dove qualcuno parlava piano.
Ripeteva la stessa cosa da ore.
All’attonito spettatore di turno.
Alice, a testa bassa, arrivò fino alla tavoletta e si sedette sul cerchio.
La sua immagine si gettava confusa sulle piastrelle di cappuccino lucido.
Immobile, con le braghe calate, pensava.
Sarebbero andati a casa sua, lo sapeva bene.
Ciò che non sapeva affatto era quello che si sarebbe dovuta aspettare.
Non sapeva che avrebbe visto il piatto ancora sul tavolo.
Rimasugli di un pranzo frettoloso.
Ragù ai bordi della ceramica, alcuni spaghetti incollati in posa, briciole.
La forchetta, di sbieco sul tovagliolo macchiato di labbra giovani.
Il bicchiere ancora mezzo pieno.
Non sapeva che avrebbe intuito la sua sagoma fra le coperte.
L’incavo della sua testa sul cuscino, le federe stropicciate, la trapunta aperta a ventaglio.
Le sue pantofole, di panno grigio, ordinate sotto al termosifone del bagno.
Tracce bianche di dentifricio nel lavabo blu.
Capelli sulla spazzola.
L’accappatoio a righe azzurre, con la cintura più lunga da un lato.
Il cesto della roba da lavare, i panni fuori stesi al sole.
Non sapeva ancora che ci avrebbe sentito forte la sua presenza, la sua vita, il suo profumo.
Quell’odore di buono, di conforto, di amore.
Non sapeva che avrebbe dovuto respirare a fondo, di più, fino a riempirsene la testa completamente per non dimenticare mai.
A costo di sacrificare lo spazio per gli odori che avrebbe scoperto poi nella vita.
Perché non lo sapeva che presto, invece, sarebbe sbiadito.
Quel ricordo, quell’odore, quella voce.
Quegli occhi verdi così brillanti, che gli aveva sempre invidiato un poco.
Non sapeva ancora che si sarebbe sentita così confusa nel vedere il led lampeggiante della segreteria telefonica.
Non sapeva che avrebbe schiacciato play, che avrebbe sentito la sua stessa voce allegra e ancora ignara.
Non sapeva che sarebbe stato come perdere le forze del tutto, ad un tratto, e che sarebbe sprofondata sul divano di finta pelle nera.
Lo stesso che li aveva visti tante volte abbracciati di fronte alla tv, adesso spenta.
In un luogo sospeso a metà, quel mattino dopo, l’unica certezza che Alice avrebbe avuto era che tutto, da quel momento in poi, sarebbe parso spento.
Neve.
Fine delle trasmissioni.
Di sangue e di inchiostro
12 Maggio, 2008
Il giovane sole primaverile, tuffato in un cielo azzurro abbagliante, si specchiava carico di vanagloria sui nostri caschi lucidi.
Viaggiare in moto mi è sempre piaciuto tanto.
Ti regala la pace di stare con te stesso.
A contatto diretto con i tuoi pensieri, con i tuoi occhi, con le tue narici, che riconoscono le stagioni, dal dicembre di legno ardente che si estrufola dai caminetti, all’agosto di salsedine, di girarrosti, di asfalto rovente spruzzato di acquazzoni estivi.
Sabato però, viaggiando smarrita nel mio silenzio, ho lasciato incurante che il paesaggio scorresse cieco e inodore, concentrandomi sul post che avrei scritto stamattina.
Difficile trovare le parole per descrivere quello che per il momento sei solo in grado di immaginare.
Eppure, il mio istinto pareva in grado di suggerirmi solo immagini tutt’altro che incoraggianti.
“Corpo squarciato da bisturi zufolanti”
“Urla strozzate nel brutale sforzo di non crollare in un pianto ininterrotto e inconsolabile”
“Strazio, guaito, sevizia”.
Dannata cacasotto.
Quanto esageri.
Sfòrzati, dai.
Dunque, vediamo..
“Suggello di un immemorabile tatuaggio dell’anima”
“Gioiello indelebile, già da tempo inciso nel cuore”
“Passione e sentimento indissolubilmente imprigionati sottopelle”
Ecco, già meglio.
Macchè, niente da fare.
Le mani continuavano a tremolarmi e l’ansia era palpabile.
I lenti preparativi: una ulteriore, interminabile agonia.
L’odore di disinfettante si mescolava al brusio delle genti in sala d’attesa, di una radio in sottofondo con musica anni ’70, infine di guanti in lattice che schioccano sui polsi di un tizio piercingato.
“Si comincia!”
Ostentando spacconaggine, mi sono limitata a un cenno di assenso, ma il solo rumore sibillino pareva intenzionato a farmi impazzire.
Distesa su un lettino, con il braccio steso fuori, non potevo che obbligarmi a rilassarmi.
O perlomeno a fingere di esserlo.
A gambe incrociate, battendo sciolta un piede a tempo di musica su un pavimento immaginario, disperdevo gli occhi sul soffitto spugnato arancione, cercando in tutti i modi di far scappare i pensieri fuori da quella stanza.
Il braccio sinistro piegato dietro alla testa, a simulare estrema disinvoltura.
Le mani umide e fredde, a palesare il contrario.
La coda dell’occhio disubbidiente, a seguire l’ago in avvicinamento.
Pugno morso, occhi serrati e.. stupore.
Un pizzicore che, del tutto sopportabile, avrei osato definire quasi piacevole.
E da lì, reale, totale rilassatezza, complice della quale ho addirittura osservato il lento delinearsi del suo profilo.
Del viso, del collo, subito dopo della schiena inarcata.
E poi la linea delle gambe, il suo ginocchio sollevato in piega, col piede buttato dietro.
Il microfono, la sua inconfondibile asta allungata.
Un rito, a posteriori, conclusosi quasi troppo in fretta, nella mia incontentibile gioia finale, tatuata in pieno sulla faccia.
Tornando a casa, con la visiera aperta e il sorriso nel sole, sentivo, appena sotto al giubbino in pelle, il celophane avvolgermi quel sogno immortale, ora visibile al mondo e decifrabile da pochi, e per questo ancora più prezioso e personale.
Affiorato dal profondo appena sottopelle, ora e per sempre.
(prima di domandare la foto, lasciatemi allenare un po’ il muscoletto coracobranchiale, fino ad ora sconosciuto, di nome e di fatto)
Autoscatti
8 Maggio, 2008
Ricorderete forse il presunto originale.
Si scopre invece ora che già un uomo, prima di lui, aveva tentato l’esperimento.
Con risultati direi anche più credibili.
Cose che capitano
7 Maggio, 2008
Capita che ci si crucci un po’ sull’investimento che si è da poco concluso.
Capita che ci si interroghi sul futuro, su questa rata importante, che rovisterà nel nostro portafoglio per i prossimi 30 anni.
Capita che si tremoli un poco, perché all’idea di dover mantenere un impegno così concreto, ci si aggiunge quella, per ora vaga, di allargare la famiglia, e quindi gli impegni stessi.
Capita che poi si tenda a sdrammatizzare, decidendo di annegare quell’ansia in un aperitivo.
All’ultima luce di un giorno finalmente soleggiato, in groppa al gippino scoperchiato.
Sole che esplode sulla faccia, vento nelle orecchie.
Con gli occhi chiusi, ti specchi nel cielo e lasci che il profumo dell’erba tagliata di fresco ti riempia le narici e ti ubriachi completamente.
Ti lasci ammorbidire da un paio di birre e da qualche profondo sguardo di coraggio, di amore e di determinazione.
E poi.
“Si fa il giro lungo?”
Capita che gli fai di sì con la testa e, nascosta dietro a qualche curva, eccola: la nostra futura casa.
E’ quel che capita in quel preciso istante, quando già stai bene anche solo a crederci di nuovo senza paura, con la mano nella sua mano e il sorriso addosso, che li vedi e ti senti come rimessa al mondo.
Due giovani cerbiatti, che si rincorrono nel nostro futuro giardino, lì, a una spanna da noi.
Si fermano, d’un tratto, e guardano nella nostra direzione.
Noi, fermi, in silenzio, a raccontarci muto stupore, stringendoci la mano.
Immobili, occhi negli occhi.
Due, tre istanti, poi, saltellano giocosi verso il bosco e spariscono fra gli alberi.
Capita che, magicamente, tutto sembri più facile.


