Archivio per Marzo 2008

Moccoli di nuovo

21 Marzo, 2008

Arrivo a casa che è buio.
Stanca, salgo fiacca le scale.
Apro la porta, appendo la borsetta allo schienale della sedia, mi sfilo il giubbino.
Meccanicamente.
La luce è accesa.
Il piccolo T. dev’essere già in casa.
Ma c’è silenzio.
Spio furtiva per le stanze.
Poi sento la musica potente riempire la stanza per intero.

Il piccolo T., con il telecomando in pugno, ha avviato lo stereo che adesso spinge nell’aria note vibranti.
Fa capolino dal salotto, mi sorride e mi sussurra:
“questa è per te”.

Voi direte, e il titolo del post?
Eh, appunto.

A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’ angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti
Stringendoti un po’
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
A te che hai reso la mia vita bella da morire
Che riesci a render la fatica un immenso piacere
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei

Fra risa, lacrime e stupore

20 Marzo, 2008


Una faccia islamica che spunta da un turbante bianco.

 

Questo è pressochè tutto quello che ricordo del volo d’andata verso Londra.

Avrei voluto buttare l’occhio giù dal finestrino per lasciarmi mozzare il fiato da un panorama così infrequentemente godibile, ma non ce l’ho fatta.

Fiato e viscere mozzati da quella faccia lì.

Imperturbabile e legnacea.

Sul DC9 FR168 della Ryanair, con gli occhi a palla puntati su quest’uomo e i sudori gelidi a imperlarmi la fronte, l’unica cosa che mi è riuscita di fare è stata incidere la silografia delle mie unghie sulla plastica molle del sedile 8T.

Non un buon inizio, devo dire.

Ma Londra, fortunatamente, è arrivata abbastanza in fretta.

Oltrepassando il cuscino di impalpabile bambagia bianca, siamo calati lenti verso terra, e BAM! eccola lì, in tutto il suo splendore, sotto ai nostri occhi.

L’impatto è stato subito fortissimo.

Scesi dall’aereo con zainetto ed euforia in spalla, ci siamo subito tuffati nella metropoli eclettica e formicolante di colori, di genti, di culture.

Ci siamo fatti rapire piano da questa Londra poliedrica e irresistibile, poetica e fantasmagorica, fino a lasciarci immergere interamente.

Ho assaporato l’odore di cibi, così lontani e diversi fra loro; li ho annusati mescolarsi per le vie veloci di Camden Town, mentre, con gli occhi, adesso per aria, non riuscivo a non pensare di essere capitata in un parco giochi bizzarro e festaiolo, costruito in Lego coloratissimo e incastrato a specchio di una trasgressione che diventa eccentrico stile di vita.

Diventa creste colorate e All star, spille da balia in faccia e collari borchiati, jeans e tartan attillati, chiodo di pelle consunta e catene.

Davvero al limite del credibile, come alla storica tradizione monarchica, alla rettitudine di quest’istituzione secolare e principesca si contrapponga una così netta immagine d’avanguardia audace, spregiudicata, folgorante.

Londra è una città che pare voler abolire i contrasti fra storia e sollazzo, natura e tecnologia, classe e stenti.

La Regina Elisabetta e Sid Vicious a braccetto.

 

 

E così, abbiamo vissuto questa (brevissima) tre giorni, scarpinando agili sotto a una pioggerellina fine e continua, senza ombrello per omologarci alla massa, in questa strabiliante città dai mille volti a metà tra musei e pub, tra il verde naturale dei parchi dagli scoiattoli scorrazzanti e il fluo artificioso dell’immensa faccia di Piccadilly Circus, tra espressioni artistiche profonde e assolute e la vita invece consueta  e caotica e frenetica e frivola, con una sua corsia di sorpasso anche sulle scale mobili della metro, tra barbe rosse posticce e palloncini verdi, bianchi e arancioni, musica irlandese e tanta tanta Guinness, in onore di S. Patrizio, festeggiato, e sentito anche lì, proprio in quei giorni.

Ciliegina delle ciliegine, questo turbine di ricordi è stato suggellato da una splendida colonna sonora targata Queen.

‘We Will Rock You’

 

 

Mi viene in testa solo una parola a ripetizione:

SUPERLATIVO.

Mi viene anche STRAORDINARIO.

IMMENSO.

STREPITOSO.

SUBLIME.

Mi vengono in testa un sacco di parole, in effetti, solo che non credo di essere capace di indovinarne l’ordine seriale per dare l’immagine esatta di quello che mi si dipinge nella testa al solo pensiero.

Forse è impossibile.

Dovreste viverlo, essere avvolti da quell’atmosfera magica, mista alla commozione generale, respirabile nella sala gremita, silenziosa e trepidante.

Dovreste vivere quella scenografia elaborata, molto “glam”, in linea perfetta con l’icona leggendaria del gruppo.

Vedere i laser sciabolanti e stroboscopici e gli eccezionali disegni di luce, sincronizzati alla perfezione con gli accenti musicali, che ti accecano e ti assordano insieme, all’improvviso e per un attimo, lasciandoti attonito, come fossi schiavo di un forza invisibile.

Percepire un’orchestra mostruosamente abile a farti correre la pelle d’oca, su e giù, dal coccige alla cervice.

E poi di nuovo.

Mille volte.

Godere delle interpretazioni da brivido di attori e cantori, di una storia infarcita di pezzi di brani famosi e di artisti diversi, spruzzata di quell’ironia ben riuscita anche qui variegata, per antitesi, alla solennità del ricordo di miti del calibro di Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, naturalmente Freddie Mercury.

Pensare a uno spettacolo diretto da Ben Elton e co-prodotto nientemeno che da Robert De Niro che, a sei anni dal debutto e dopo aver raccolto oltre cinque milioni di spettatori da ogni parte del mondo, continua a fare il tutto esaurito e a strappare standing ovation scroscianti e interminabili.

 

Ne avrei voluto di più, ancora, non sarebbe dovuto finire mai.

Ho appoggiato un pezzo del mio cuore in quella sala, su quella poltroncina lisa e sbiadita, quella sera.

 

Spero quindi che ora non vi verrà difficile da immaginare, e da giustificare, almeno un minimo, la mia faccia tutta colata di moccoli, da quanto ho pianto.

 

 

No other words

18 Marzo, 2008

                                 musical1.jpg                       freddie4.jpgfreddie.jpg

                   freddie4.jpg

                                                   freddie21.jpg

Quiz musicale

14 Marzo, 2008

Devo forse ricordarvi dove sto per andare?
Ve lo ricordo?
Ve lo ricordo.

(Quello che sentite in lontananza è il mio culo che ride)

Lutto

11 Marzo, 2008

 

Il mio collega mi ha anticipato l’intenzione di presentare le dimissioni e di mandare raffinatamente affanculo tutti.

Nell’amarezza che si assapora nell’aria, c’è anche un sottile retrogusto pernicioso.

Il cordoglio di cui accenno nel titolo, non è, infatti, strettamente figurativo.

 

Presagendo le reazioni del capo, temo seriamente che ci scappi il morto.

 

Nu ma, nu ma iei

6 Marzo, 2008


Ci metti degli anni a trovare la parrucchiera che riesca a tradurre i tuoi desideri.
Pare sia più semplice risolvere il cubo di Rubik con tre dita in 8 mosse a caso.
Sì, perché per quanto tu possa esibire gigantografie esplicative, aiutandoti persino a gesti e sillabando lenta “VOR-RE-I IL TA-GLIO CO-ME QUE-STO”, alla fine dello strazio tricologico, ti guarderai sempre un pochino accigliata perchè lo specchio non rimanderà, mai, in nessun caso, l’immagine di te che ti aspettavi.
Che avevi chiesto.
Che avevi mostrato.
Gli porti
Meg Ryan, esci Rod Stewart.
Il peggio è che, dietro di te, con in pugno uno specchio rotondo, il sorriso ebete della shampista di turno glosserà il tuo nuovo look con enfasi esagerata.
Come se non si accorgesse che in realtà ti ha scolpito un abnorme casco di banane sul cuoio capelluto.
Dopo anni di infruttuose ricerche, un giorno però succede che una parrucchiera alla quale infiggere lo stemmino di fiducia la scovi, ma capita anche che, il giorno che, rilassata, decidi di andare a darti una sistematina, lei sia malata.
Ti accomodi comunque, su quell’epicentro di esitazione che ti fa tremolare da capo a piedi, e aspetti il tuo turno, contenendo vagiti di avvilimento e smadonnando meglio che in chiesa.
Spendi più di 70 euro per 4 ore di seduta sfiancante, con un tizio strano dalle manine piccole e il viso carico di acne, che schiva a colpetti d’anca le torrette a rotelle, imbottite di bigondini fluo, e che ti racconta solerte la sua vita.
Solo quando si accorge che non sembri avere nessuna intenzione di far riaffluire nè attenzione nè occhi dal tuo libro, ripiega lanciandosi in una sua personale interpretazione di ‘Dragostea Din Tei’.
Tu impenni il sopracciglio, non credendo alle tue orecchie, e per quanto ti obblighi a ricacciare la concentrazione su Marcela Serrano, vince lui.
A quel punto ti drena la testa da svenimento, piegandoti le orecchie con il pettine e scottandoti la cute con il phon.
- “Scusa.”
- “Scusa un cazzo Niente.”
Estrae poi d’un tratto dal taschino un coltellino Miracle Blade con il quale rasoia smanioso le tue punte.
E tu, oramai esanime, patisci tutto questo per poi contemplare, alla fine, l’immagine di te, uguale, identica, precisa, a quella di prima.
Solo un filino più cotonata, elettrica, anni ’80.
Alla fine, arrivi a casa con l’entusiasmo sfrangiato dai tuoi tacchi e, prima di rischiare l’additaggio al pubblico ludibrio, da quell’insensibilone del tuo uomo, voli in bagno a infilare la testa sotto il lavandino.  

- “amore, che hai fatto di bello stamattina?”
- “ho acuito il mio astio verso il genere umano combattendo duro contro i travasi di bile, tesoro”.

 

Cena di classe

3 Marzo, 2008

 

Domenica, ormai.
Quasi le cinque del mattino.
La notte è agli sgoccioli e le strade sono mute e immobili.
Accendo l’ultima Lucky di questa serata satura di occhi sorridenti, di chiacchiere leggere e di vino rosso.
La chitarra di May riempie morbida il salotto e io tento di fissare con cura questo momento sulla pelle.
Parcheggio la sigaretta sulla fessura del posacenere e cerco di afferrare i pensieri che mi rotolano negli occhi e mi saltellano nella testa.
Sono fuggevoli ed evanescenti come l’anima fumosa che si solleva impalpabile dal coccio di vetro opaco.
Come fossero troppo densi e difficili da codificare a parole.
Chiudo gli occhi e risento nitidamente quel pizzico di ansia da prestazione intellettuale che mi è tremolata sulla pelle nell’incrociare lo sguardo di quel distinto signore dalla coppola a quadretti, per il quale ho sempre nutrito una devota ammirazione.
Rivedo noialtri rispondere a turno, imbarazzati, come fossimo ancora sotto l’ennesima interrogazione, raccontandoci cosa siamo diventati, adesso grandi.
E rivedo ancora quel suo sguardo acuto, onorata dal fatto che abbia voluto accettare l’invito ed essere dei nostri.
Di questo strappo di notte.
Di questa tavola colorata di risa e di ricordi.
Di ragazzi diventati uomini.
Di adulti con il cappotto e gli occhiali dalla montatura elegante, dalla parola fluida e il gesticolare maturo.
Di uomini innamorati e di padri spallati e luccicanti di emozioni.
Di ragazzi rimasti ragazzi, che sfoggiano sorrisi chimici e ti solleticano dentro, quella sfaccettatura scioccherella di te, e tu ridi.
Di bruchi diventati farfalle.
Di dottori, di impiegati, di operai. 
Risento quelle risa vigorose scaturite dal ricordo di gite d’istruzione e di vita di classe.
Ricordo vino come se piovesse e la decisione suggerita da qualche bicchiere di troppo di fermarsi a fare pipì dietro a un cassonetto, come se i sedic’anni di quei ricordi fossero ancora lì con te.
Risento poi i miei passi scandire un’eco lontana, nella città estinta, aggrappata al braccio di colui che ha reso quei miei ricordi ancora più lieti, conquistandomi nel tempo di un attimo, perché lui ha il viso luminoso e gli occhi limpidi, le espressioni vere e le battute sempre buone.
Ricordo il freddo sferzante che ci dava contro, tornando alla macchina e il profumo nostalgico degli abbracci e dei saluti.
Rivedo un’ultima volta quegli occhi, tutti, e sorrido. 

Poi schiaccio il filtro nel portacenere traboccante, spengo il pc e raggiungo leggera la camera da letto, che la notte è finita e che è ora di dormire.