Sono giorni ormai che ascolto Tiziano Ferro.
Volontariamente, intendo.
A volumi importanti e con allarmante trasporto.
Vi prego, ditemi che non è grave.
Sono giorni ormai che ascolto Tiziano Ferro.
Volontariamente, intendo.
A volumi importanti e con allarmante trasporto.
Vi prego, ditemi che non è grave.
A chiarimento che se, al posto di “Uccello barzotto”, avessi avuto, che so, “Riccio allupato”, tutto sarebbe filato liscio come l’olio.
O, se preferite, ruvido come scartazzetta.
Nonostante sia (ancora) qui a questa scrivania, nonostante sia sommersa di scartoffie, nonostante bloggers zoppichi sempre più dolorosamente, nonostante abbia trascorso un natale da dimenticare, nonostante il 2008 (bisesto) si prospetti funesto, nonostante queste feste siano fuggite via senza che quasi me ne sia accorta.
Sono insolitamente di buonumore ecco, nonostante tutto.
Per cui non vi parlerò di questa mia scrivania, di tutte ‘ste irritanti scartoffie, di questo portale morente, del mio uggioso natale, di questo giovane 2008, leggendariamente infausto, di queste feste scivolate senza che quasi abbiano lasciato segno.
Dico quasi, perché qualche segno, in realtà, m’è rimasto addosso eccome.
Nonostante tutto, delizioso e indelebile.
Mi rimbalza in testa il mio capodanno, lentamente assaporato fra le mura domestiche.
Il piccolo T. ed io, soli.
La cena, uscita perfetta, a base di pesce al forno, patate dolci e torta al limone.
Disegnata in un quadretto squisitamente illuminato dall’intermittenza rossa del pino, dal soffuso sfavillio odoroso di candele sparse, silenziose e mute, e da un caminetto, al contrario gradevolmente vocioso, nutrito con abbondante legna croccante, sfrigolata per due giorni continuati.
E poi coperte e cuscini, occhi radiosi e vino bianco.
E corpi nudi, che si cercano, si abbracciano, tremano.
Che sussultano, e ridono, e giocano.
Due giorni filati senza nemmeno metter fuori una puntina di naso.
In esclusiva compagnia di telefoni spenti, serrande abbassate e dvd lasciati correre.
Di fette di pandoro con la nutella, ciotolone di pop-corn caldo e noci brasiliane.
Di pisolini a metà, dove mente e occhi cedono, ma dove la pelle respira forte l’altra pelle, ove vi si sfrega, si stringe, si percorre, inconscia e gentile, in una continua morbida danza, di amore e di gioia.
Troppo svenevole, dite?
Beh, una piccola discussione l’abbiamo avuta, in effetti.
Allo scorrere di “Balla coi lupi”, affascinata dagli appellativi sioux dei personaggi della storia (fra gli altri, ricorderete forse ‘Uccello scalciante’, ‘Alzata con pugno’, ‘Due calzini’) a un certo punto ho esordito con un nuovo nomigliolo per il piccolo T.
‘Uccello barzotto’.
Mi pareva divertente, nonché veritiero, dal momento che, dove mi girassi, c’era palpabile la presenza di qualcosa poggiatami addosso, da qualche parte.
Non so se mi spiego.
Peccato che lui si sia sentito in dovere di replicarmi il favore e abbia optato per ‘Dieci culi’.
Ora, non so se broncio e randellata, che ne sono giustamente scaturiti, abbiano contribuito, ma subito dopo ‘Uccello barzotto’ ha invano tentato di aggiustare il tiro uscendosene con un ‘Scartazzetta a due piedi’, accusando che la (lievissima) ricrescita della peluria dei miei arti inferiori – perennemente nudi, come vi accennavo poco fa – scartavetrasse indelicata al solo contatto.
A quel punto non sono davvero riuscita a resistere all’improvviso scoppio di riso, diventato incontenibile, ma ho poi furbescamente continuato a simulare l’offesa per l’epiteto ‘Dieci culi’, ricavandone servigi e coccole di smentita per l’intera durata dell’idillio.
Forse gli tengo muso anche stasera.
O forse mi depilo, vediamo come mi gira.
..non ci posso credere.
Bloggers và.
Dopo settimane di schermate bianche, bloggers và.
Corro subito a scrivere un post.
Ah, auguri.