





Pochi giorni fa vi dicevo di sentirmi uno straccio.
Trascuravo l’eventualità di potermi sentire pure peggio.
Sì, perché oggi mi sento una cacca proprio.
Molle, se volete figurarvela al meglio.
Con le occhiaie al ginocchio e un herpes al labbro che sta fiorendo che neanche un fungo porcino in settembre.
Mi è balenato anche di dargli un nome, che comincio ad affezionarmi.
Hermes, magari.
Sì, vaneggio.
Temo di aver irrimediabilmente bisogno di staccare un attimo la spina.
Del lavoro, della sveglia, di questo inverno che intirizzisce e paralizza.
E invece, dopo aver invano sperato ad oltranza, ieri ho appurato che non avrò nemmeno un misero di giorno di ferie, quest’anno.
Nemmeno il 24 e il 31, tipo, che cadono di lunedì e che sgretolare simili pontoni è quasi sacrilegio.
Ma c’è da fare, c’è da fare, c’è da fare.
Ieri, in ditta, abbiamo avuto il controllo della Polizia tributaria.
Quattro interminabili ore con i registri aperti, licenze alla mano e contabilità a nudo.
Occhi in tilt e tempie in morsa.
E, alla fine di questo strazio, nemmeno una ridicola multina a gratificarmi quel minimo.
Anzi, per dileggio, la sera ho dovuto pure presenziare alla cena della ditta.
Ostentare sorrisi e brindisi si presentava come un’ipotesi tutt’altro che eccitante; per contro, alzarsi da tavola dopo l’antipasto, avrebbe destato se non altro qualche sospetto.
E così, fra sbadigli e imprecazioni interiori, mi sono ingolfata di torroncini e clementine ingollando cabernet franc nel tentativo di anestetizzare la mente pungolata da discorsi vuoti quanto noiosi, reprimendo lacrime di gratitudine al rintocco delle 11, quando ho potuto congedarmi senza troppe domande, omaggiando la tavolata con un ultimo sorriso, stavolta di sollievo.
Spenta, stanca di una stanchezza ineffabile, con l’entusiasmo di un bue al macello.
Non un bel vedere, insomma, ma ancora viva.
Bloggers (oggi) pure (pare).
Approfitto, dunque, della rarità della combinazione delle due cose per farvi i miei auguri, cari amici senza volto.
La regola vuole che vi auguri che il Natale vi rassereni e che l’anno a venire sia migliore di quello che và spegnendosi.
E invece, al catenaccio di questa abominata scrivania, auguro a tutti voi cacarella ad aerografo, dalla Vigilia a S. Stefano.
(se non sorridete del battutone vi viene sul serio)
Ah, Hermes mi chiede di salutarvi.
Oggi la mia mamma compie 50 anni.
Un giorno speciale.
Un po’ come i diciott’anni, come il giorno del matrimonio, o della laurea.
A sua insaputa le ho organizzato una festa che uno non si scorda a vita.
Genitori, fratelli, amici, anche quelli di vecchia data, che ormai non si vedono quasi più e con i quali hai da rispolverare anni di ricordi.
Fra ilarità e nostalgie.
Un gran cenone a sorpresa.
Tutto organizzato nei minimi dettagli.
Lei stasera và al ristorante con l’idea di consumare una cenetta con il marito, mio complice.
E invece si trova davanti più di trenta persone, tutte lì per lei.
Con doni, sorrisi e bicchieri levati in aria.
Sono settimane che seguo tutto con scrupolosità quasi maniacale.
Il menù del ristorante, la disposizione della tavolata, i segnaposto decorati uno a uno, i centrotavola di fiori, la torta.
Le mille peripezie per rintracciare vecchie colleghe di lavoro e amiche di infanzia, le mille telefonate, le mille raccomandazioni tipo “ehi, acqua in bocca che dev’essere una sorpresa”.
Sono settimane che immagino la sua espressione, sbalordita e luccicante.
Credo proprio che sarebbe stata felicissima.
Dopo una lunga e sofferta malattia, stanotte muore il padre di Stefano, marito di mia mamma, che all’alba mi chiama, senza nemmeno riuscire a parlare.
E io piango a dirotto e gli dico quanto mi dispiace, mentre lui singhiozza piano e dice grazie.
Poi chiamo mia madre.
Nella confusione di questa orribile notizia mi scordo addirittura di farle gli auguri.
Che quasi è meglio se lo scordi pure lei, in questo momento che da festeggiare c’è poco.
E piangendo penso che dovrò chiamare la pasticceria, il ristorante, il fioraio, tutti gli invitati.
E piango e mi sale una rabbia ingovernabile.
Egoisticamente penso che avrebbe potuto tenere duro ancora un po’.
E piango per quanto sono stupida e crudele anche a solo pensarla, una cosa del genere.
E mi odio per questo.
E continuo a piangere.
Ciao Gino.
Credo fosse il 1987.
Un 6 di dicembre, di questo son sicura.
Sono anche sicurissima del fatto che quel giorno mi svegliai che fuori c’era la neve.
Abitavamo in campagna, allora, e dalla mia cameretta potevo vedere una distesa di campi imbiancati, a perdita d’occhio.
Ricordo, quello spettacolo.
Caspita, lo ricordo a meraviglia.
Ricordo la finestra che mi si appannava davanti al naso, schiacciato sul vetro freddo, in estasi.
Ricordo il desiderio di correre giù, di assaggiare quel candore.
Con le mani, con la lingua, con il corpo, tuffandomici dentro per intero.
Lasciandomi sprofondare, avvolgere, inghiottire, assaporandolo a mia volta.
Ricordo la moquette marrone e i miei piedini nudi tastarla leggera, per non svegliare i miei, di là.
Ricordo le scale fatte scricchiolare piano e la porta con la manopola dorata.
Poi, un bianco quasi accecante.
Ma del colore, anche.
Lì sotto, a fianco della porta.
Un cesto sgargiante di riccioli rossi e oro e un pacchetto, infilato al suo centro, cinto tutt’intorno da caramelle e cioccolate finemente agghindate.
Un libro.
Il mio primo libro.
La copertina in cartone rigido con la cornicetta rosa e le pagine lisce e lucide, all’interno, che odoravano di fragole.
“Piccole donne”.
Ricordo bene che mi sedetti sullo scalino fuori dalla porta, così, in pigiama.
E non so quante pagine lessi, o quante solo ne annusai, mischiando quell’odore fruttato al profumo di neve, prima di accorgermi di avere freddo.
Poi, rientrai in casa, e corsi sù a grandi balzi, stavolta.
Era arrivato S. Nicolò.
E con lui la mia passione per i libri e quella particolare tradizione che mi accompagna, ogni 6 di dicembre, a gironzolare lungo gli scaffali del negozio di turno, per scegliere il mio regalo.
Il primo libro della mia vita, e da allora, l’ultimo libro di ogni mio anno.
The winter wind will slowly take
Your heart and soul until it makes
Nothing of youAnd i would lay your body down and rock your tears away
But it’s much too late for now to be like yesterday
And the time is running out and we still have to say
GoodbyeFlash a peace sign take a bow
Though we may not know it now
Things are never gonna be the same
Goodbye