“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo nè finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. E’ il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile.”
(Ryszard Kapuscinsky – In viaggio con Erodoto)

E’ in momenti come questo, che tento, con tutte le mie forze, di ritornare su quella spiaggia assolata, cosparsa di sassolini morbidi e brusii internazionali, a risanarmi di salsedine e solari al cocco, a perdermi in sguardi silenziosi, che si cercano e che si trovano, che sembrano dire tutto e che mi sembra di saper tradurre a meraviglia.
Chiudo gli occhi e mi sforzo di ricordare quella pace, quell’armonia, quel vento che, tiepido, coccola il mio volto sorridente, mentre riconosco ancora quelle sue mani ruvide che sfiorano le mie e che poi si intrecciano decise, come per non lasciarsi più.
Chiudo più forte gli occhi per non disperdere nemmeno una goccia di quest’immagine, nel tentativo di comprendere in quale sentiero mi sia addentrata, senza il mio volere, senza preavviso e senza provviste.
Avari silenzi in risposta e vuoto tutto intorno.
Buco nello stomaco e inverno sulla pelle.
Forse rimango ancora un po’ con gli occhi chiusi.
Ad aspettare una qualche risposta.
In silenzio.
Su quella spiaggia.
Poi si vedrà.

