Ho pianto, per tre sigarette e mezza.
A singhiozzo.
Appena accennavo a smetterla e risfioravo quel pensiero, altro pianto dirotto, altra sigaretta.
Cinque giorni meravigliosi abbracciati a un nugolo di sorrisi meravigliosi.
Il recente ricordo di quell’entusiasmo screziato di stanchezza che ci ha visibilmente segnato, dalle spalle che si incurvavano giorno dopo giorno, agli occhi che si cerchiavano di sonno man mano che si avanzava.
La notte bianca ci ha visti in piedi ininterrottamente fino ad un’alba soleggiatissima che ha illuminato i volti di noi pochi superstiti; straniti, quasi fossimo stati risvegliati da una sorte di ipnosi, inebetiti, stregati da quel lucchichìo metallico.
Il luccichìo di quei 30 fusti di birra, svuotati dalla fiumana di gole assetate di quella infinita notte precedente, lì, impilati a piramide, uno sopra all’altro.
Il nostro prezioso trofeo.
Il premio in grado di azzerare di netto i timori del “ce la faremo?” e delle innumerabili paure di non poter vantare alcuna esperienza nel campo e di poter peccare di incompetenza.
E lì come cazzoni a scattare foto in arrampicata su quell’ara sontuosa.
Con un’energia ritrovata meravigliosa, abile a farci ballare tutti su quel prato verde smeraldo, tra la raccolta di un resto di bicchiere di plastica e l’altro.
Una danza strana coi rastrelli, scaturita da gambe stanche ma incredibilmente cariche di adrenalina, in silenzio, occhi ridenti in occhi ridenti.
Siamo grandi.
E via avanti con le foto.
Memorabile.
Oggi non ho neppure pranzato.
Al self-service la ragazza che ogni giorno da mesi mi sfama a mezzogiorno mi ha guardato corrucciata.
Pregavo non si spingesse oltre, ma quando mi ha domandato dove avessi lasciato il mio proverbiale sorriso, gli argini sono crollati e le sono scoppiata davanti in lacrime.
Ho chiesto scusa sorridendo come potevo e cercando di convincerla che sono soltanto pazza e che non è successo nulla di grave.
In realtà ero appena stata dal fotografo, con la stessa impazienza con la quale vi potreste immaginare un bambino all’appuntamento con il luna park tanto atteso.
Tra la seconda e la terza sigaretta ho dato una forma alle frasi che quell’occhialuto grassone mi aveva detto e che parevano dapprima impossibili, poi inverosimili, infine di una crudeltà inumana.
E’ meglio che ve lo dica in fretta sennò riattacco a piangere.
Il rullino è stato danneggiato in fase di sviluppo e quei nostri preziosi frammenti di vita sono andati persi.
Ecco che ricomincio.
Vado a fumare quell’ultima mezza sigaretta.
Svuotata di ogni impulso reattivo, attendo, apparentemente serafica, consigli, anche via mail, sulla produzione di bombe casalinghe.
Mai stata più seria.


