Archivio per Marzo 2007

Rivelazioni

30 Marzo, 2007

Anzitutto devo svelarvi che il piccolo T. e io siamo una coppia come tante, che, anche se può sembrare che in casa nostra si sparino solo cazzate, non di rado si imbroncia, litiga e ha i suoi bei malumori.
Poi devo rivelarvi il fatto che il piccolo T. non legge il mio blog.
Sul serio.
Principalmente perché non si può dire abbia tempo per dedicarsi alla prelibatissima arte del cazzeggio, e poi, non secondo, perché solitamente il suo livello di pazienza al pc resiste quanto un gatto in autostrada.
Premesse queste due cose, posso andare avanti.
Non legge il blog, vi dicevo.
Certo, sa che ne ho uno.
(e non vi dico che fatica spiegargli cosa fosse ‘sta cosa strana:
- amore, ho aperto un blog..
- mm, e dentro che ci hai trovato?
- doh!)
I fatti vogliono che, di recente, un paio di amiche (ciao Laura, ciao Giulia) abbiano avuto modo di incappare in questo mio angoletto strampalato e, qualche sera fa, si chiacchierava piacevolmente ridanciane, facendo alcuni riferimenti ai post e alle risate che suscitavano le immagini di questi due famigerati personaggi da sitcom.
Il piccolo T., reduce da una giornatina grave e spossante, con l’umore in groppa alla stanchezza fisica, se n’era stato tutta la sera abbastanza in ombra, particolarmente fastidioso e taciturno.
Cogliendo commentini a metà su storie che lo ritraevano avviluppato nella schiuma della vasca da bagno, nei trepidanti preparativi in attesa di fantomatiche amanti o incollato alla tv con espressioni catatoniche, non deve aver compreso la leggerezza di tali confidenze e, voltandosi verso di me col faccione interrogativo e la boccuccia stizzita, ad un tratto è intervenuto, sparando con tono quasi scocciato:
-“beh, ma proprio tutto tutto scrivi su sto tuo blog??”
(su sto tuo blog)
Lì per lì, mi è quasi partito un embolo, poi, stemperando inutili vampate, ho cinguettato..
-“..ma dai, amore, figurati.. che vai a pensare! Ci sono cose che rimangono intime, insomma, ci mancherebbe.
Per esempio, del fatto che stamattina hai fatto cacca molle mica ho detto nulla..”

Ecco, l’ho fatto ora.
Così s’impara.
 

Curiosità

27 Marzo, 2007

Ho letto da qualche parte che le mosche hanno una frequenza cardiaca di centinaia di battiti al minuto.
La misura viene fatta spalmando un collante chimico sul dorso della mosca, per agevolare l’aderenza a un supporto metallico fornito di un sensibile microfono.
Pensandoci.
Se dei tizi grandi e grossi 10.000 volte piu’ di me mi spalmassero la schiena di colla e mi calcassero contro un pezzo di ferro gelido, ho seri motivi di supporre che avrei una certa propensione alla tachicardia anch’io.
 

Ora legale? No, grazie

26 Marzo, 2007

Weekend soffice, sussurrato, tranquillo.
Assaporato a rilento, perlopiù fra le pareti domestiche.
Sabato dedicato alla casa, pulizie a sorteggio.
Zona giorno io, zona notte il piccolo T.
Chi usufruisce del bonus da ‘zona giorno’ non solo si risparmia la raspata dei sanitari, ma gode del privilegio del dolby surround del soggiorno, praticamente a palla.
A volume 32, Freddie Mercury mi aiuta a spolverare, allietando sempre la noia del compito.
Al calar del sole: aperitivo veloce, cenetta frugale e talamo a stringerci per la notte.
Domenica: assoluto ristoro.
Di quelli a tutto tondo, con tanto di telefono spento tutto il giorno e di contatti, con la vita al di fuori delle quattro mura, praticamente nulli.
Motogp formato divano, stralci di film adocchiati in zapping su Sky, tra sonnellini e piedi che si sfiorano da un estremo all’altro dell’alcova.
Abituale passeggiata serale per il centro, in incognito, sotto alla visiera di un cappellino,  lisciando lentamente un cono gelato.
Stracciatella e pinolato, (io).
Puffo e monterosa, (andate per esclusione).
Film a noleggio, pizza per asporto.
E di nuovo coccole e sonnellini intrecciati, fino all’assolatissima mattinata di oggi.
Risveglio in perfetto equilibrio con i sensi, stropiccìo d’occhi al suono della prima sveglia (so di disporre di ancora una manciata di minuti prima dell’effettivo countdown finale).
Fuori il bagliore del sole è sfavillante.
E poi c’è un silenzio surreale.
Strabiliante, penso.
Dalle finestre filtrano dei fasci di luce gialla e tiepida che mi fanno sentire in piena armonia col mondo.
Mi stiracchio godereccia e appoggio un bacino sul facciotto del piccolo T.
Fra un buongiorno e una carezza, arriva l’ultimo trillo che mi avvisa che sono le 6.45.
Mi alzo, balzerello insolitamente gioiosa verso il bagno (sarà la primavera?) e prendo a spazzolare i denti canticchiando mentalmente e gorgheggiando, facendomi faccioni allo specchio e ridendomi in risposta.
Scivolo in cucina piroettando su musiche immaginarie e, mentre sgancio la macchinetta del caffè, butto distrattamente un occhio sul display del forno a microonde.
Poi, in preda al panico, in meno di una frazione di secondo, nell’ordine su: lettore dvd, timer della caldaia, orologio a muro e a polso.
08.02.
08.02.
08.02.
08.02.
Idillio finito: no, non è la primavera.
E’ solo che sono completamente rintronata e non ho aggiornato l’orologio del telefonino, svegliandomi con un’ora di ritardo sul mondo esterno.

Vi prego: mentitemi, se dovete, ma ditemi che son cose che possono succedere.

E sorvolate, se potete, sul passo in cui mi avete dovuta immaginare mentre rido di me e del mio faccione allo specchio, sguaiato in boccacce irripetibili, intrise di schiuma alla menta.
Si sa, dai, ognuno ha le sue.
 

A.A.A. Cercasi valido meccanico alternativo

21 Marzo, 2007

Ieri sera, in clamoroso ritardo sulla tabella di marcia, rattoppandomi alla meno peggio per l’uscitina al femminile con le solite amiche Sexandthecity.
Doccino veloce, shampoo, niente balsamo (cazzo che tardi), io.
Doccia prolungata fra i vapori bollenti, shampoo, balsamo e impacco nutriente alla camomilla, lui.
Rapida passatina di mascara sulle ciglia, io.
Schiuma da barba sul viso, stesa con dovizia di cure, lui.
Una mano che sbandiera un phon a velocità 3, un piede nello stivale, un occhio a caccia del giubbottino sfiancato, io.
Acqua di Giò su collo e polsi, dopobarba docilmente picchiettato sulle guance, calzettoni buoni, lui.
-         Ehi.. ma siam sicuri che tu stasera stai a casa?
-         Mm.. perché?
-         Ma, non so.. pare come che tu ti stia preparando per andare da qualche parte..
-         Ma no, amore, viene qui lei..
-         Apperò, adesso consumi l’adulterio fra le pareti domestiche? Magari, che ne dici, ti potrei dare uno squillo prima di rincasare, così ti avviso..
-         No, non preoccuparti cara, grazie.. uso il mio metodo.
-         Mm… e sarebbe?
-         Perché credi che mi ostini a non ripararti la marmitta bucata?

L’ho rincorso per casa fra risa e violenti colpi di spazzola sulla schiena.
Ah, e rincasando ho parcheggiato a tre isolati da casa.
 

Il solito, grazie

20 Marzo, 2007

Da quando lavoro a questa scrivania, capita con regolarità che preceda il mio ingresso in ufficio con una breve puntata al bar di fianco.
Caffè macchiato freddo, resentino di latte (imperativo) e bicchiere di acqua naturale.
Se mi capita il quotidiano sott’occhio, può darsi che dia una sbirciata all’oroscopo, ma quasi sempre sloggio fiaccamente senza ricordare neppure una parola di ciò che mi suggeriscono gli astri.
Sì, perché io la mattina deambulo in modalità brain-off, fino a un orario che mi pare attendibile convenire sia in stretta relazione al bagordo della sera precedente, e comunque non prima delle 9 antimeridiane.
Fino a quel momento i miei neuroni rimangono in uno stato di torpore surreale che rende difficoltosa l’arte di formulare frasi di senso compiuto, le immagini mi appaiono spesso sgranate e le occhiaie a girocollo completano un’immagine di me che, se non vi spiace, non mi affannerei a descrivere oltre.
Comunque, il bar di fianco, vi dicevo.
La frequentazione pressochè giornaliera mi fa usufruire del beneficio di un perfetto motto d’intesa.
Pochi minuti prima delle 8, la barista riconosce la mia salma strisciare attraverso la porta e “il solito?” mi fa puntuale.
Io basta che faccio su e giù con la testa e il gioco è fatto.
Mi godo quel paio di minuti di silenzio complice, sventolo una mano in segno di congedo, mentre con l’altra deposito lo spicciolame sul banco, e poi, perlopiù imprecando sommessamente, mi avvio abulica al girone che fagociterà il mio corpo per le 10 ore successive.
Stamattina, la tragedia.
Un volto nuovo.
Un uomo dal capello brizzolato, inguainato in una camiciola di seta nera, forse un pelo troppo aderente, e infilato in un paio di Nike nuove di zecca.
Devo avergli fatto una faccia.
“Prego”, mi fa.
“         ”, penso.
Cerco di scuotere il cervello, ma è in piena fase rem.
“un affè achiato eddo e un icchèe aqua turale ena imone”.
Mi dev’essere uscito qualcosa di questo tipo.
Tra l’altro con una fatica che non vi sto nemmeno a dire.
Il Richard Gere dei poveri ha prodigiosamente criptato il mio messaggio e in un attimo mi ritrovo la tazzina a una spanna.
Ripongo nel cestello di provenienza il cioccolatino con il quale il tizio ha corredato il piattino.
(Vagli a spiegare che stai a dieta)
“Frizzante l’acqua?”
Scuoto la testa.
“Naturale allora?”
Su e giù (genio).
“Limone?”
Scuoto.
Nel frattempo perlustro il bancone alla ricerca il bricchetto del latte.
“atte eddo”, mugugno a fatica.
Mi allunga sorridente una brocchetta, io macchio e riappoggio inespressiva.
Mentre centellino, scandaglio l’area in cerca del giornale.
Lo noto sul tavolino laggiù e ritengo le mie energie non sufficienti per arrischiarmi a tanto.
Un attimo di distrazione, e il bricchetto (et voilà) è magicamente scomparso.
Perché si dà per scontato che, una volta che bevi il tuo dannato caffè, il rito sia finito.
Sbagliato.
Io devo fare il resentino di latte.
Devo.
Questione di vita o di morte.
Mi sale addosso quell’irrinunciabile istinto di centrifugare assieme i reduci dei fondi di caffè e zucchero con uno sbruffetto di latte, prima di abbandonare definitivamente la tazzina.
Solo così posso dirmi appagata.
“uusi?”(decibel di molto inferiore al vocio misto degli altri avventori)
“miscuuusi?”(nulla)
Sfiancata da tanto inconsueti sproloqui, mi son dovuta arrendere e sparire col silenzio assieme al quale ero entrata.
Ora, fanculo al nuovo barista, fanculo a quel che la gente potrà pensare di me, fanculo al buonsenso, io quasi quasi faccio una stampa, su bristol A3 in Arial black 48, grassetto e sottolineato, da appendermi domattina al collo, con la dicitura
“C h i  m i  f o t t e  i l   b r i c c h e t t o  d e l  l a t t e  m u o r e ”
Che io un altro giorno senza il resentino mica lo so se lo reggo.
 

O salti la minestra, o vai in palestra

15 Marzo, 2007

No, non vi avevo ancora reso partecipi.
Ma è solo perché mi conosco e sapevo fin troppo bene che il proposito sarebbe sopravvissuto appena qualche giorno, finendo poi con l’annegare irrimediabilmente tra un aperitivo e l’altro, sotto i miei occhi assassini e, infine, con l’abbonamento mensile sfruttato solo per metà, avrei sicuramente cominciato ad accampare scuse per evitare di rispettare i miei impegni, rivelandomi inconcludente come al mio solito.
Il problema è che l’idea di impegnarmi in un’attività fisica, si scazzotta violentemente con la mia indole bradipiana, e diventa davvero problematico trovare il modo di vincere la lotta contro l’energico richiamo del signor Moretti, della famiglia Simpsons, del caro vecchio amico Baricco, o di qualsiasi altra strampalata occupazione che, strizzandoti l’occhietto, ti fa ‘pat-pat’ con la manina sul divano.
Per questo, generalmente, cedo e mi accomodo a guardare i miei propositi colare a picco, saldamente aggrappata al mio salvagentino naturale, incollatomisi sul punto vita, senza chiedere uno straccio di permesso, non so più nemmeno quanto tempo fa.
Stavolta però avevo uno stimolo in più.
Due, delle quattro, amiche ‘Sexandthecity’ sembravano sprizzare energia a quell’iniziativa.
Eddai, andiamo in palestra.
Eddai, facciamo fit-boxe.
Eddai, vieni pure tu.
Evabbè, andiamo.
E insomma tutto è cominciato così, per caso, fino a che, quel primo giorno, l’ho vista.
La grassona.
No, non la classica tizia che “grassa è bello” e che, fanculo a chi ne dice, a lei piace la forchetta.
No.
Una rappresentante della peggiore delle specie.
Ovvero una di quelle fighe per convinzione, avviluppate nei loro pantaloncini stretch a vita bassa, cieche a quei salsicciotti paraspifferi in esubero.
Mi stava di fronte, a un metro, forse due.
Ne riuscivo quasi a sentire l’odore acre della pelle in sudorazione e vedevo quegli occhi stretti, dritti puntati nei miei.
Saltellava impacciata, parandosi il viso dietro i suoi guantini rossi troppo grandi, davanti al suo sacco, e il suo bollore era percettibile senza che la si toccasse.
Rigida nei movimenti, ballonzolava portandosi dietro tutto quel suo flaccido adipe al triste ritmo della Capoeira.
La guardavo e mi dicevo: “mioddio come hai potuto permetterti di ridurti così.. che vergogna.. chissà cosa pensa la gente di te.. ma a casa gli specchi non li hai?”
Scocciata da quella visuale, ricordo di essermi assentata dal gruppo e di essere scivolata dietro alla sala a riprendere fiato inghiottendo a collo l’acqua dalla bottiglietta.
Anche lei aveva fatto lo stesso e, da lontano, continuava a guardarmi.
Con quegli occhi come a dire “beh, checcazzo continui a guardare?”
Ho continuato la lezione, quel giorno, ma, talmente imbarazzata, non ho più alzato gli occhi verso di lei che, apparentemente noncurante, continuava a saltellarmi di fronte.
Sono tornata ancora un paio di volte, dopo allora, ma l’imbarazzo nel vederla era palpabile, anche se sceglievo sempre una postazione più nascosta e mi riusciva di vederla solo di sfuggita, fra altre teste, laggiù in fondo.
Ieri pomeriggio, tutta presa da codici, conti e preventivi, ad un tratto ho percepito una breve vibrazione del mio cellulare avvisarmi dell’arrivo di un messaggio.
Un’amica Sexandthecity:
“ehi, non ti si vede più.. stasera vieni a fitboxe?”
Ho esitato un attimo sulla risposta, e forse un po’ mi sono pure vergognata.
Poi, finito di lavorare, sono andata a casa, ho ripreso il mio zainetto e, con quegli stessi pantaloni stretch a vita bassa e coi guantini rossi, un pochino grandi, ho deciso di reincrociare quel mio sguardo ostile riflesso sullo specchio, di perdonarlo e di promettergli, una volta per tutte, di darmi da fare sul serio.

Voi non scommetteteci, però. 

Oxford University

12 Marzo, 2007

-         Beh… potevi almeno apparecchiarla un po’, no? ..sta tavola…
-         perché? Chomp chomp.. cosa manca?
-         Beh, i tovaglioli, per esempio.
-         Chomp chomp
-         …e i bicchieri.
-         Chomp chomp
-         …e poi va bene che dobbiamo rimetterci un po’ in riga in previsione dell’estate.. ma, insomma, solo verdurina cruda scondita mi pare eccessivo.
-         …senti, chomp chomp, a me pare ci sia tutto.
-         …
-         qua ci sta il tovagliolo (smanacciando il polsino della maglia davanti alla bocca), qua il bicchiere (afferrando la bottiglia di acqua panna e sgluccandone una sorsata dalla fonte) e qua, se hai ancora fame, c’è un bel filetto di sushi.

Non vi dico cosa si è palpeggiato audacemente nel dirmelo, stimolando puntuale la mia ilarità mentre in una nuvoletta sopra la testa mi si dipingeva questo molliccio brandello di pesce crudo.

Quest’uomo è di una raffinatezza unica. 

Pausa termale

6 Marzo, 2007

40, tanti erano i lettini in sala relax.
Li ho contati.
Stipati, uno subito a fianco dell’altro, in una stanza rettangolare circoscritta da vetrate che si affacciavano sul parco acquatico, appena più sotto.
Insonorizzata, la stanza riecheggiava dolcemente sorda lo sciabordio dell’acqua e il vocìo misto della gente.
Perfetto per aggomitolarsi nell’accappatoio dopo una sauna, accompagnati da un buon libro, intervallando la lettura con pennichelline dondolate da quel canto atono.
40, vi dicevo.
Bene, ora sbrigliate la vostra perspicacia e indovinate un po’ quale lettino ha eletto, quale suo compagno, il russante grassone tedesco di turno.
(Bravi, risposta esatta)
A parte questo, non posso dire che il weekend non ci sia scivolato addosso morbido e benevolo.
In tutto e per tutto.
Dall’accoglienza premurosa del personale dell’albergo, al pieno senso di benessere raggranellato fra le bollicine di un idromassaggio, il vapore di un bagno turco e il caldo secco e odoroso delle rocce incandescenti e del legno di pino della sauna finlandese.
Un viaggio totale, di corpo, mente e percezioni.
L’unico dove la sosta diviene meta.
Un itinerario interamente delineato da tappe rivitalizzanti, consumato fra genuine acque calde che alleggeriscono e massaggi riequilibratori di sensi, confezionati in un’atmosfera quasi fragile, nella penombra di una stanza sazia di essenze profumate, di colori tenui e di mani (femminili) calde e forti.
Sì, curiosi che non siete altro.
Anche il piccolo T. si è offerto alle mani di una massaggiatrice, devo ammettere anche molto, molto carina.
Boccoluta, scura di occhi e candida di viso.
Un sorriso disarmante e un corpo sinuoso fasciato in una tunichina bianca.
Mani affusolate e perfette.
Voce suadente e sospirata.
Non posso nascondervi che, ritrovarlo nella camera d’albergo, dopo l’ora di delizia separata, tutto oliato e corredato da un perizoma bondage, mi abbia fatto, in effetti, un po’ insospettire.
Soprattutto perché la sua espressione era smisuratamente beata e il cicchetto di rum, che faceva volteggiare nel bicchiere con baldanza, completava l’immagine di uno che se l’è appena spassata per bene.
Ovviamente mi ha fatto gli occhioni e mi ha prontamente dato della scema, quando ho avanzato le mie ilari allusioni.

E’ che, a dirvela tutta, quel perizoma gli faceva davvero un pacco enorme. 

Dunque:

2 Marzo, 2007

Gli accappatoi son freschi di bucato.
Le ciabattine pronte a ciabattare.
Le gambe sbarbate.
Le unghiette accorciate.
Le sopracciglia sfoltite.
Le membra assetate di olii caldi e affamate di mani forti, che già vedo scorrere amorevolmente in lungo e in largo, distribuendo benessere, leggerezza e pace interiore.
Per l’occasione, ho anche ammorbidito il repertorio della pennina mp3 con Shivaree e qualche solenne brano old country, che mi sa che James Hetfield che sbraita “Kill’ em all” si addica un po’ pochino all’evento tutto quiete che io e il piccolo T. stiamo andando a concerderci.
Boh, io
vado.

Se non mi sciolgo fra i vapori aromaterapeutici che inalerò due giorni filati, ci si rivede di nuovo su questi schermi lunedì.
Baci ayurvedici.