Stamattina mi son svegliata che sembro Mark Lenders.

Devo imparare ad asciugarmi i capelli,
prima di andare a dormire la sera.
Stamattina mi son svegliata che sembro Mark Lenders.

Non so se a voi è mai capitato.
Quando senti di non riuscire a tenerla più.
Quando sembra che ti esploda la vescica, sudi freddo e arrivi a pregare Dio.
Beh.. venerdì ho vinto il record di resistenza.
Ora mi aspetto il ‘World grip award’.
Il viaggio in macchina verso casa, nel traffico della statale, è stato massacrante.
A momenti mi dicevo: “fanculo, ora mi fermo e mi accuccio dietro a un qualcosa..”
Una macchina parcheggiata, un cassonetto, una siepe, un passante.
E che vi devo dire, non ce la facevo davvero più.
Poi, salvata da un insperato autocontrollo e retta da una respirazione misurata e regolare (inspira ed espira, inspira ed espira, inspira ed espira) sono arrivata fino al portone di casa.
(Dai, ce la puoi fare)
Ancora seduta in macchina, ho impugnato quegli ultimi spiccioli di energia lesinata e, trattenendo fiato e viscere, mi sono lanciata in una folle corsa verso casa.
Divorando gli scalini a tre a tre, ho spalancato la porta di casa e con due falcate ho raggiunto la porta del bagno.
La luce era accesa.
Stavo correndo il rischio di trovare il piccolo T. seduto sulla tazza a leggere le indicazioni dello shampoo Elvive nutrigloss, che dona ai capelli il 90% di brillantezza in più, ma ero completamente annebbiata e in ogni caso non potevo proprio aspettare oltre, a costo di dover ripiegare le mie attenzioni verso il bidè.
Vabbè, che vi schifate a fare.
Come se non l’aveste mai fatto. (a no??)
Così, insomma, senza pensarci troppo, ho tirato una spallata alla porta mentre sbottonavo convulsamente la patta a occhi serrati.
Scorto il trono libero: giù i jeans e appoggio agognato.
Meraviglia delle meraviglie.
“ahhhhhhhh, Dio che figooooo… mmmmmmm… mio Dio che belloooo.. Uhhhhhhhhh …ooohhahohohaohaohohhh ohhh siiiii… ohhhhh ohh oh Oddio siiiii…. oh ahh ah ah a.”
Dopo aver riacquistato i battiti normali, stemperato il colorito paonazzo e ripreso contatto con la realtà che mi circondava, ho riaperto gli occhi, ancora mezza guduriosa, sorridendo compiaciuta e rilassando ogni muscolo facciale.
Spaziando la vista, ho incrociato un silenzioso piccolo T., pacificamente immerso in una vasca spumeggiante e vaporosa, con due occhi sgranati e increduli e, con tono giocosamente preoccupato, ha constatato:
“vabbè, ho capito.. io posso andare a nascondermi…”
Sono ancora che rido.
Peccato che non vi possa corredare di un file audio per farvi comprendere a fondo il disappunto del piccolo T., perché credetemi, Meg Ryan che simula orgasmi a comando mi fa una pippa.

“ Non è quello che dici: è quello che non dici.
Non un’ombra di trasalimento, un bisbiglio di eccitazione.
Questo rapporto ha la stessa passione di nibbi reali.
Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che tu leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio.
Abbi una felicità delirante o almeno non respingerla.
Lo so che ti suona smielato, ma l’amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi, io ti dico: buttati a capofitto, trova qualcuno da amare alla follia e che ti ami alla stessa maniera.
Come trovarlo?
Beh, dimentica il cervello e ascolta il tuo cuore.
Io non sento il tuo cuore.
Perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo.
Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, beh, equivale a non vivere.
Ma devi tentare, perché se non hai tentato, non hai mai vissuto.
Non respingere, chissà, esiste il colpo di fulmine!”
Tsè.
Come se fosse difficile rimanere fulminati da uno che ha le sembianze di Brad Pitt.
A dirverla tutta, a parte il fatto che ignori completamente cosa sia un derviscio, io, per uno come lui, danzerei pure a comando.
Vabbè, torno a leccare il mio cucchiaino di burro di arachidi.
Vi devo anticipare che il canale Tv che và per la maggiore in casa è, mio malgrado, History channel.
Dico mio malgrado perché reputo (quasi tutti) gli eventi storici dilettevoli quanto un clistere di sapone.
Pare che invece il mio uomo ne sia posseduto.
Quando torno a casa la sera, se il piccolo T. è riuscito a rincasare prima e a conquistare il possesso del telecomando, quasi sicuramente in sottofondo aleggiano strategie prussiane sulle battaglie di Waterloo, sull’utilizzo del Napalm in Vietnam o sulla riforma protestante di Martin Lutero.
La mattina, fra il caffè e la Kinder Brioss, c’è l’immancabile “Appuntamento con la storia” che racconta di quella volta che quel sommergibile è imploso, quella nave colata a picco, quell’aerostato esploso, quel treno deragliato.
Per non parlare dei frequenti, inevitabili approfondimenti su dittatori e dittature, guerre fredde, calde e tiepide.
Ieri, una voce suadente fuori campo scortava lo spettatore nel viaggio nella mente di Hitler.
Io piegavo calzini distrattamente, il piccolo T. finiva la sua pannacotta accompagnando meccanicamente il cucchiaio alla cieca verso la bocca spalancata, ipnotizzato dallo schermo.
Divertita da questo suo dichiarato coinvolgimento, ho sorriso.
Lui, sempre senza scollare gli occhi dalla tv, ha sorriso di rimando, accortosi del mio sbeffeggio e, candidamente, ha concluso:
- Sì, sì.. ridi tu. Ma guarda che se questi avessero avuto una porzione di crauti in più a quest’ora parleresti tedesco.
Che ve lo dico a fare che io quest’uomo lo amo da morire.
Dopo una rapida ricerca su Google posso confermarvi che, scremando le pizzerie e le trattorie di second’ordine, ci sono 96 ristoranti disseminati fra Gorizia e la sua limitrofa provincia.
Considerando che la probabilità di un evento è data dal rapporto tra il numero dei casi favorevoli con il numero dei casi possibili, direi che trovarsi casualmete a cenare, la sera di S.Valentino, proprio nel tavolo accanto a una collaudata coppia di amici è improbabile ma non del tutto impossibile.
Certo che se, da lì a breve, entra una terza coppia di cari amici, di entrambe le coppie già sedute, che si siede a un’altra mezza spanna a completare il quadretto, beh, allora l’evento rientra per forza di cose nell’insieme a probabilità zero.
Siamo stati bravi a reggere una rispettosa indifferenza fintanto che i bicchierozzi di Cabernet non han cominciato a far il loro effetto, poi gli uomini son stati sedotti dal selvaggio richiamo del banco e son finiti per tracannare grappette al sapore di cicalecci su macchine e motori, mentre noi donnine siamo finite fuori a fumare chiacchierando amabilmente ebbre di capelli, calze e french manicure.
Vabbè, ad ogni modo ho un gingillo nuovo al dito.
(La risposta alla domanda che vi sta zampillando ora in testa sta a carattere cubitali nel titolo.
E, per cortesia, non infierite.)
Lo vedete che siete maliziosi.
La mia prima volta all’Ikea, era questo che stavo per annunciarvi.
E, come tutte le prime volte che si rispettino, l’esperienza ha decisamente deluso, tradendo le mie eccitate aspettative.
Che so.. la mia mente si era disegnata migliaia di metri quadri colorati da divani vivaci e moderni, da ninnoli eccentrici, da mobilio da divorare a occhi sgranati.
Invece nulla.
Quattro insipidi divani messi in croce, ed etichettati, tra l’altro, da prezzi tutt’altro che invitanti.
Ce n’era uno che, spinti dall’estremo appetito di un divano nuovo, ci dispiaceva meno degli altri, seppure fosse lineare a tre posti e costasse 1000 Euro.
Peccato che fosse disponibile solo in bianco (imbecilli), in velluto beige a coste larghe (imbecillissimi) o a righine trasversali azzure e panna (i più imbecilli del mondo).
Colta da disperazione fulminante, ho addirittura architettato di sfoderarlo e di tingerlo con la Coloreria italiana in una gradazione accettabile, ma poi ho scoperto, non senza meraviglia, che il cotone non era lavabile, per cui, altro dettaglio dei divani Ikea è che quando li sporchi li butti.
Ecco spiegata la tradizione svedese del falò il giorno della Befana.
E poi.
I mobiletti. (Ussignur)
Concepiti da quattro assi di legno, nella varietà color pino, in forte stile baita alpina, o bianco laccato.
Tende inguardabili.
Librerie imbarazzanti.
Tavolinetti pietosi.
Orologi da parete penosamente rotondi.
Con i numeri in neretto enorme.
Bella qualche cameretta da bimbo, ma non è che, per casa, me ne girino a frotte.
‘somma, un fiasco bello e buono.
Vabbè dai, ora lasciatemi andare a montare le mensole.
Beh, che c’è?
Credevate davvero che una che c’ha le cannucce Cocopops in credenza non riesca a trovare modo di spendere i suoi soldi anche se confinata alla fiera della banalità?
E poi, dopo tutti quei chilometri, mica potevo tornare a casa a mani vuote.

Nella foto “Bravur”.
L’orologio necessita di alcuni accessori di fissaggio, quali viti, tasselli e ancore a vite per legno.
Chiaramente non compresi nel prezzo.
Vabbè, però funziona con una sola battera da 1,5V.
Ovviamente venduta a parte.
Vabbè dai, in compenso son solo 69 euro.
No, non pesetas.
EURO.
Mi hanno fottuto il borsello dei cd.
Dai, come si fa.
Sì, insomma, uno nel borsello dei cd ci tiene la sua memoria, le sue immagini private, i suoi pensieri più personali.
E’ un po’ la sua vita sulle note, lo scrigno segreto delle sue emozioni, la sua personalità riflessa su melodie, e parole, e voci.
Dai, come si fa.
Come rubare un album di fotografie.
Anzi, per un certo verso, è un po’ come rubare alla cieca una scatola di scarpe.
Perché potresti avere, sì, la fortuna di trovarci dentro un paio che ti calzano a pennello, ma più spesso corri il rischio di scoprire che il proprietario della scatola è con tutta probabilità una seguace di Barbie Principessa dei Fiori che porta il 32.
Sai che delusione.
Dai, come si fa.
Vabbè, comunque è storia vecchia, capitata già qualche mese fa.
E’ solo che, come tutti i veri grandi shock, lo si accusa soltanto dopo qualche tempo.
Per la precisione, lo accusi nell’esatto istante in cui senti l’incontenibile impulso di scagliare fuori dal finestrino della macchina, Garth Brooks, unico cd salvo (nel lettore dallo scorso anno), accompagnando il gesto con una delicata sinfonia di parolacce.
Nel momento esatto in cui, per l’ennesima volta, lo senti attaccare con il suo struggente
“ ..the thunder rolls, and the lighting strikes..”
A lui rotolano i fulmini, a te i maroni.
Che di suo sarà pure “cool”, ma dopo un po’ ridonda.
Un po’ come i grattini sullo stesso punto.
E’ inevitabile.
Che poi quando hai il rigetto uno potrebbe dirti “beh, ascolta la radio”.
E qui ti voglio.
Perché stai sintonizzato su una stazione fintanto che ti accorgi che sei in pubblicità da 10 km.
Ok, bestemmi e vai a random su un’altra stazione.
Ascolti distrattamente gli ultimi 7 secondi di un tormentone, in questo caso quasi certamente “cul”, e poi via di nuovo con la pubblicità per i successivi 10 km.
Ti risvegli di nuovo dai tuoi pensieri, te ne accorgi, bestemmi e vai di nuovo a random, senza riuscire ad evitare di inciampare su Radio Maria, su emittenti slovene e su tutti i radiogiornali del mondo.
E vai avanti così, fino a quando, a una curva da casa, non annunceranno proprio quella canzone carina carina che non sentivi da tanto.
Parcheggi.
Sei tentato di fermarti in macchina, ma ti senti stupido e scendi.
Ah, dimenticavo, e bestemmi.
E’ proprio a quel punto che ricordi il tuo borsello, rimpiangendo i bei tempi, quando tornavi verso casa duettando a squarciagola assieme a Freddie Mercury, o ballonzolando sui Negramaro.
Ripensi a quando concedevi ai tuoi neuroni di darci di pogo sfrenato sui Motorhead o a quando dondolavi lieve i tuoi ricordi sulle esili corde vocali di Elisa.
Ok, ora mi rivolgo a te.
Si, proprio tu, ladruncolo invertebrato: sappi che se esiste una giustizia divina da oggi in poi camminerai con scarpine rosa numero 32, con strap e lucette rosse intermittenti sui talloni.
E ricordati che, da qualche parte nel mondo, una bambina scalza sta piangendo a causa tua.
Devo prenderla un po’ da lontano.
Da quando, tre anni fa, aprivo un blog.
In quel periodo critico della mia vita, nel quale mi ritrovavo a smaltire i rimasugli di una storia lunga e dolorosa.
Il periodo buio di post stanchi e amari.
Il periodo nel quale davo caparbiamente la caccia a una passione autentica, che fosse in grado di risvegliarmi da quel letargo immemorabile.
A quell’alito di vento che mi fasciasse caldo le spalle, abbracciandomi senza farmi sentire più freddo, senza dover temere che sarebbe potuto esaurirsi da un momento all’altro, non di nuovo.
Il periodo in cui la mia vita ha incrociato quella del piccolo T.
I primi post su di lui.
Le paure, i dubbi, i pianti (tanti).
Il tormento nel sentirlo irraggiungibile.
Nel comprendere che, ancora una volta, stavo clamorosamente sbagliando la carta da buttare in tavola.
La strana evoluzione della nostra storia, le incomprensioni, quel senso di disorientamento che permeava costante quei miei pensieri dattiloscritti.
Poi lo scontro violento su quello scoglio più grande degli altri, e il mio arenarmi sui resti di quelle mie speranze sgretolate, lasciando che quel mio diario di memorie si allontanasse, assieme alla possibile voglia di rialzarmi, sotto ai miei occhi stremati e vuoti, fra le onde tormentate di quel mio inverno interiore, interminabile e invincibile.
Dopo mesi di silenzi e calma apparente l’avevo rispolverato, con l’intenzione di aggiornarlo.
Ma rileggerlo mi aveva riaperto ferite troppo recenti e mi aveva riaffacciata su ricordi fragili, ancora troppo dolorosi.
Gli anni poi sono trascorsi, e un bel giorno ho aperto quel pannello di controllo e ho cliccato “elimina blog”.
“Sicura di voler eliminare?”
“Si.”
Risoluta.
Così.
5 secondi.
5 mesi, spazzati via.
Di tanto in tanto capitava che me ne pentissi, ma ho sempre concluso che fosse stato meglio così.
Inutile rivangare.
Ora la mia vita era cambiata, non ero più quella persona gracile e corrucciata.
Le paure, le lacrime, quel senso di piccolezza erano svaniti.
Dispersi da quel vento che aveva ricominciato a respirare, come mai avrei creduto possibile, che mi avvolge ancora oggi senza aver cessato, nemmeno un breve istante, e che mi trasporta leggera su prati sempre in fiore.
Tutto svanito e compensato da parole, promesse, fatti e occhi di un piccolo T. che si è guadagnato il mio cuore e la mia fiducia a pieni voti.
Che li sta conquistando giorno dopo giorno.
Ieri, dopo una rapida visita a un blog che non visitavo da tempo, scopro un sito in cui rimane archiviato tutto.
Tutto.
Anche i blog cancellati per intero, che credevi estirpati dalla radice.
Rileggo più volte questa notizia e mi dico “no, non è possibile”.
Ma vado a spiare, spinta da una curiosità incontrollabile e, infatti, eccolo lì.
Dove l’avevo lasciato.
Sospeso e indelebile.
Nel profilo di allora:
Mi piacerebbe che:
Mi piacerebbe che mi venisse regalata un’emozione che duri.
Un sentimento che ti cresca, ti riempia, ti ringiovanisca, ti entusiasmi, ti ricarichi.
Che non si spenga al primo alito di vento negativo e che sopravviva, lottandocontro tutto ciò che mini ad ostacolarlo.
Chiedo troppo?
Credevo davvero fosse troppo.
Fortunatamente sbagliavo.