Archivio per Gennaio 2007

Di denaro e di mani bucate

31 Gennaio, 2007

Di questo si discorreva, ieri sera, piccolo T. ed io, davanti a un aperitivo casalingo a base di spritz.
In effetti non sono mai stata brava nell’essere parsimoniosa, seppur io abbia presto dovuto fare i conti con le bollette che sbirciavano nel mio portafoglio, e con i soldi di uno stipendio che non bastava mai.
Il punto è che le strategie di marketing hanno su di me un’influenza massiccia, perché il mio occhio è convinto di dover pretendere la sua parte, cosa che mi porta, per esempio, a preparare lo spritz di cui sopra in bicchieri appositamente da spritz, con l’oliva verde gigante infilzata nello stecchino lungo, completando il quadretto con arachidi e vassoietto di patatine, per gradire.
Immaginate.
Costo medio dell’aperitivo: 12 euro.
(pur tenendo in considerazione l’ammortamento dei bicchieri)
(Al bar me ne sarei fatti 6)
Altro esempio: i fazzoletti da naso; sebbene rimangano miseri fazzoletti da naso, sento l’incontrollabile impulso di comprare quelli di Cars, o con la stampa di Winnie de Pooh e il profumo di Big Babol, o colorati con vapori balsamici.
(in sintesi, questo significa che, a parità di spesa, mi soffio il naso in media quattro/cinque volte in meno di chi compra i fazzoletti Coop.)
A casa mia potreste trovare le cannucce Cocopops, altro esempio, o bottigliette di acqua Levissima rotondeggianti da 33 cl con l’erogatore a strizzo.
Al supermercato, fra le sfavillanti pareti di detersivi e ammorbidenti, non posso non scegliere “freschezza di primavera” che promette aromi di fiori di campo e rose selvatiche, con tanto di distesa di fiori sull’etichetta, o l’ammorbidente “carezza di pesca” o “esplosione di arancio” (capite?? Esplosione di arancio!!) con il nuovo e magico profumo, ideale per fare esplodere l’allegria dei Caraibi nel guardaroba o “Verde Meraviglia” che ti avvolge nella selvaggia atmosfera della foresta amazzonica e con la sua fragranza energicizzante a lunghissima durata, lasciandoti una sensazione di intensa freschezza sui vestiti.
(Poco importa che non andrò mai in Amazzonia o ai Caraibi e che non potrò scoprire se mi pigliano, o meno, per il culo – anche se a dirvela tutta un sentore ce l’ho..)
Visivamente, so tutto sui prodotti in circolazione, insomma, tipo che le bottiglie della Parmalat Fibresse hanno il tappo verde, quelle di latte scremato hanno il tappo azzurro, quello intero rosa, quello ad alta digeribilità arancione, il “Frescoblu” è in bottiglia blu, appunto.
Mi sento molto Rainman.
“ – qual è la radice quadrata di 2648579?                             
  – 1627,4455444038672 ”
E potrei continuare all’infinito.
L’unico (piccolo) problema è che non saprei affatto dirvi quanto costi, tutta questa roba.
“ – quanti dollari ti servono per comprare una decappottabile di lusso?  
- Più o meno 70.  
- E per una barretta di cioccolato?  
- Più o meno 70. ”
Appunto.

Mi piace spendere in frivolezze, ne prendo atto ma non c’è nulla da fare.Il dramma è che il piccolo T. è identico, spiccicato a me.
E stamattina, svegliati dai rimasugli di luce della candela che ha tremolato ininterrottamente per tutta la notte sul comodino, esalando fragranze vanigliate (Glade in vetro, all’incirca un occhio della testa) ho realizzato che siamo addirittura capaci di spendere i nostri soldi mentre dormiamo.
Ci prevedo sul lastrico nel giro di pochi anni.
Chiedo fazzoletti per piangere.

Ma che siano di Walt Disney, per cortesia. 

Conversazioni talamiche

29 Gennaio, 2007

-         quanto mi sei mancato..
-         anche tu bimba…
-         che bello abbracciarti di nuovo… mm… fammi due coccoline due, dai..

Cruz cruz cruz cruz cruz cruz cruz

-         amore.. mi sfregoli la testa se continui a grattare così sullo stesso punto.. non è che ci potresti mettere un po’ di passione?

-         Eddai amore, son stanco.. oggi ti ci metto il repeat.
-         … 

Esperimenti con lo scanner

25 Gennaio, 2007

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(Elefantentreffen, Piccolo T. e Gingerina)

Elefantentreffen 2006

23 Gennaio, 2007

31/01/2006

Dal momento che ho scoperto che l’amore può tutto, ho capito il motivo per il quale mi sono lasciata convincere così facilmente, e, venerdì, rubato un giorno di ferie, mi sono fatta trascinare al motoraduno invernale più grande, famoso e notoriamente gelido d’Europa, con 50 anni tondi tondi di storia alle sue spalle.
“Elefantentreffen”.
Qualche manciata di chilometri a nord di Passau, in Germania.
Beh.. no, non sono matta del tutto.
Il patto era ben chiaro.
Sì, certo, sarei andata.
Avrei accettato di dormire a meno 18 in un campeggio sepolto dalla neve.Avrei accettato di riempirmi di scaldini al silicio in ogni angolo pensabile e tentato di scongelare il sangue a suon di abbondanti sorsate di tè con il rum, senza lamentarmi ogni 4 secondi netti.
Avrei pure accettato di perdere completamente l’uso delle falangi della mano destra, se avessi azzardato a togliere il guanto monodito per dare qualche boccata a una confortante Lucky Strike.
Ma più di 1100 (leggasi MILLEeCENTO) km in moto, fra andata e ritorno, magari sotto alla neve di un tragitto disgraziato, con il rischio di diventare pasto per l’asfalto.. no.
Quello proprio no.
Allora, d’accordo.
Considerato che gli anni che hanno visto il mio ometto centauro in quest’esperienza non si contano nemmeno più e considerato che per l’occasione dell’anniversario aveva meticolosamente preparato un prototipo di moto adatto a serpeggiare agilmente proprio su terreni innevati, ecco i famigerati due piccioni con una fava:
Furgone + moto nella sua pancia = io avrei potuto contare di conservare i piedi tiepidi perlomeno durante il viaggio, lui avrebbe potuto buttare un occhio ogni tanto sullo specchietto retrovisore e illuminarsi nel vedere il suo giocattolo, pronto a sbizzarrirsi.
Decisione presa.
Ritrovo ore 8 dal fedele “Turri” a S. Andrea e poi partenza.
Sorvolando, inaspettatamente noncurante, sulla taglia del sottotuta in neoprene, comprato astutamente il giorno prima, e compreso – assai più scaltramente – solo poco prima di indossarlo, che la dicitura XS sulla confezione corrispondeva in realtà a un XL di tessuto reale, che nemmeno in tre di noi altri saremmo riusciti a riempirlo tutto, direi che l’inizio stava promettendo molto bene.
(Un evento simile solo qualche tempo fa sarebbe stato motivo di sprezzo e di odio verso il commesso stordito, la sua povera mamma e l’intero organigramma aziendale che aveva sicuramente contribuito in qualche modo a permettere al suddetto commesso stordito di incappare in un simile, imperdonabile errore).
Ma comunque.
Buona compagnia e sottotuta degnamente rimpiazzato da un pigiamino blu sbiadito stile “Ralphsupermaxieroe” rubato dal fondo di un armadio dimenticato, su suggerimento di chi i metodi per sopperire al freddo sembra conoscerli tutti.
Qualche minuto di attesa per convogliare l’attenzione della massa, appuntamento deciso per l’ultimo autogrill in Italia, per qualche litro di carburante e il tagliandino per l’Austria, poi..
Fertig…LOS!!
Già prima di Gemona la neve ha creduto di minacciarci con il suo fioccare meschino, ma la speranza di tutti è stata incredibilmente abile a richiamare l’attenzione del Sole che, prima timidamente e poi, da Salisburgo in avanti, in tutto il suo splendore, ci ha accompagnati luminoso per tutta la durata della nostra permanenza, contribuendo a rendere il raduno ancora più suggestivo.
Spero che perlomeno qualcuna delle -quasi 60- foto scattate riesca a far onore all’idea di quel paesaggio mistico scolpito nel ghiaccio, perché al momento non credo sarei in grado di descrivertelo a parole.
Immagina.
La gente.
Più di 5.000 anime.
Di ogni tipo immaginabile, dal vikingo con i capelli lunghi impiastricciati di fango e ricoperto di pelli, stile Braveheart, alla famiglia a passeggio con la figlioletta infagottata in tutina da sci rosa e Moonboot bianco panna.
Dallo scozzese in kilt, all’indiano d’America.
E poi, a raggio pieno, ogni età e ordine sociale, dall’avvocato con Rayban e doposci in pelo dorato piangente, al mezzo beone arrivato per puro colpo di fortuna da chissà quale paesino dell’est, in sella al suo Tomos scardinato, con il fiaschettino di latta nel taschino della giacca verde militare, sdrucita e chiazzata di sporco.
Immagina.
Le stradine.
Abbracciate da muri di neve a imitare un paesino a misura d’uomo con tanto di casette scavate nel ghiaccio, stile igloo, complete di suppellettili per sostenere le fornitissime scorte di superalcoolici e la legna per la notte, che spintona gelida le spalle del Sole.
Immaginalo, questo Sole.
Pieno, carezzevole, scintillante su ogni minimo cristallo di neve presente.
A brillantinare la superficie di ogni cosa.
A spruzzare d’argento vivo la cupola delle tende variopinte e i viottoli scivolosi.
A illuminare il sorriso dell’insieme festoso.
Immagina.
Il calare della luce accompagnato da un continuo, festoso, scoppiettio di fuochi d’artificio colorati, a tingere le distese di neve fresca, soffice come nei sogni.
Ora di rosso, ora di verde.
Immagina.
Lo sfilare silenzioso, raggelante più del clima, di fiaccole imbracciate nel ricordo dei caduti.
E poi la visuale, dall’alto del chiosco vociferante, di un percorso appena percettibile, che riconduce alla tana, disseminato di falò e di cerchi umani tutt’intorno.
Il mescolio di parlate tedesche, inglesi e di qualche dialetto misto, figlio di un incoraggiante goccio di alcool e dell’intento di farsi capire.
La miscela di odori, dal legno bruciato che ti fa lacrimare gli occhi, alla fragranza delle carni alla griglia che ti fa reclamare lo stomaco.
Dal gas di scarico dello sfogo dei motori, all’effluvio del rum diluito nei tazzoni di tè rovente.
Dall’aria che, polare, ti pungola le narici con il suo odore di neve, a quella combinazione di aromi, come il sesamo e l’erba cipollina, immancabili in una sana dieta germanica.
Shakera tutto assieme e amplifica questo cocktail alla n+1.
Strabiliante.
All’attivo, un’inattesa sensazione di benessere, che non avrei davvero creduto probabile e che mi porta ad archiviare questa mia esperienza certamente come una fra le più singolari e gradite.
Al passivo, qualche livido.
Causato dai diversi tripli voli carpiati (che devo dire però miglioravano sensibilmente di stile, uno dopo l’altro), esibiti sui lastroni di ghiaccio diabolico, nascosti lì, dietro a quell’angolo in ombra, che mi hanno vista vittima di indelicati ridolini e occhiate, tra il divertito e il compassionevole.
La bilancia pende senza ombra di dubbio dal lato buono.
So per certo che i lividi sbiadiranno presto, i ricordi no.

 

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Ho copincollato questa mia mail, spedita ad un Amico lo scorso anno, per semplificarmi il compito di spiegarvi di cosa si andrà a discutere, stasera, in bar con gli altri.
Edizione 2007, partenza prevista per venerdì, entusiasmo crescente.
Con tutta probabilità, pur avendo preso ferie, alla fine ho concluso che rimarrò in suolo italico ad aspettare il ritorno del mio piccolo T.
Da un lato perché quest’anno reindossa i panni del centauro controcazzuto, per cui io potrei al limite seguire l’itinerario in camper con i meno temerari.

Dall’altro perché mi dico che un anno “a scrocco” ci sta pure, ma poi che razza di motoradunista sarei?

Da oggi sono così

18 Gennaio, 2007
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Beh.. dai, non esattamente.
No, non posso dire di avere quei suoi occhioni trasparenti, quello sguardo ceruleo innocente, da eterna ragazzina.
Andiamo parecchio lontani anche da quel sorriso smagliante e perfetto e da quei lineamenti morbidi e levigati, di quel viso sbarazzino incorniciato d’oro.
Nulla di che spartire nemmeno con quelle sue sembianze celesti, di angelo senz’ali.
Nessuna traccia di quel vitino da vespa.
Conto in banca non ne parliamo nemmeno.
Ora comincio a capire perché quando ieri sera, entrata da Jean Louis David, brandendo una foto di Meg Ryan ed esprimendo la volontà di diventare come lei, la tizia munita di phon mi abbia guardato un po’ stranita.

Boh, insomma, il taglio comunque è quello.

 

 

Il tizio della caramella

16 Gennaio, 2007

Era luglio.
Fuori faceva un caldo inenarrabile, ma dal pavimento del corridoio si poteva assorbire un po’ di refrigerio, nell’attesa della spietata esecuzione.
Me ne stavo lì, in silenzio, tamburellando nervosa sulla tesina, sofferta nelle interminabili notti precedenti ed elegantemente rilegata in una cartellina verde dal frontespizio trasparente.
Ripetevo mentalmente ancora quei passaggi, ripetuti mentalmente un milione di volte almeno, guardandomi intorno spaesata.
Luoghi a me totalmente sconosciuti, aule che non avevo mai frequentato, lavagne sulle quali non avevo mai puntato un gesso, banchi sui quali non avevo mai scarabocchiato nulla, volti che non avevo mai visto da vicino.
Da privatista avrei dovuto sostenere l’esame per ultima e l’attesa era ancora più drammatica, vissuta in solitaria.
La tensione sui volti di chi doveva ancora entrare era evidente quanto l’immancabile sollievo di chi usciva, assalito da mille domande, su come fosse andata, su quello che gli era stato chiesto, sulle impressioni che aveva avuto.
Io, tirando l’orecchio, facevo tesoro delle dritte indirizzate ai compagni e rabbrividivo appena sentivo che quello di Economia era proprio uno stronzo o che quella di Inglese fosse particolarmente scassacazzi.
Pregavo che finisse tutto in fretta e coglievo conforto da quelle espressioni beate, da superstiti del mattatoio, pensando che a breve avrei avuto anch’io quella leggerezza sulle spalle, così tese e rigide ora.
Nel lentissimo scorrere di quel tempo avevo scorto un paio di sorrisi solidali, ma nessuno si sentiva particolarmente propenso a familiarizzare, e considerata la situazione, come biasimarli.
C’era un tizio, però.
Un tizio che ogni tanto adocchiava dalle mie parti e mi allargava dei sorrisi complici e rincuoranti.
Già nel tema scritto di ragioneria, ricordo che, corrucciata davanti all’ignoto, mi ero vista allungare una caramella dal banco subito dietro e, distratta da un gesto tanto inaspettato, avevo ricambiato con un sorriso a metà, verso questo misterioso tizio, silenzioso e sorridente.
Certo, la soluzione al tema sarebbe stata meglio, ma lui, come tutti gli altri venti, il tema ce l’aveva di informatica.
Chissà, forse gli avevo fatto compassione proprio dal momento che mi era stato cambiato la materia del secondo scritto quella mattina stessa e che, con tutta probabilità, parevo più disorientata di un mandria di vitelli ad una gara di tiro col lazo.
Contate, ad ogni modo, che credo questo sia il ricordo più bello che conservo di quello strazio di esame.
Lui, più giovane di me di qualche anno, aveva un aspetto più maturo rispetto ai suoi compagni.
Ricordo che aveva lunghi capelli castani sulle spalle, uno sguardo raggiante e una prestanza fisica decisamente degna di nota.
Non vi nego che per un attimo mi si è imbizzarrito l’ormone.
Poi, con sul palato la caramella più zuccherosa che avessi mai gustato, sono tornata inutilmente sul mio bilancio, gettando qua e là un po’ di inchiostro a caso nell’attesa della scandenza dell’orario minimo per la consegna, e volando poi fuori per scaricare una serie di bestemmie, devo ammettere decisamente colorite e innovative.
Ora era tempo di orali.
Gli ultimi sgoccioli, le ultime frustrazioni (e incubi che mai avrei detto di portarmi avanti a tutt’oggi).
Io, seduta sulle piastrelle in disparte, e il tizio della caramella che, poco più lontano, ogni tanto mi lanciava qualche occhiatina morbida.
Mi deconcentravo quel tanto che bastava a domandarmi a che gioco stessimo giocando, poi pensavo di nuovo al British Commonwealth, al secondo conflitto mondiale e a D’Annunzio
(del quale, per dirvi, ora come ora, ricordo solo la bizzarra decisione, che ricorderanno tutti, di farsi asportare le due costole inferiori per praticare agevolmente del sesso orale su lui stesso.
Pensate a quante ore sui libri che ho buttato al cesso).
Poi lo sfoltimento della fila.
L’ultima sigaretta davanti al piazzale, ormai in battuta di sole.
Il mio nome e il mio cognome urlato dall’interno della classe.
Il mio turno.
Un’ora abbondante di farneticazioni a mani fredde, che non voglio ricordare in alcun modo, poi la libertà.
Quella soglia varcata al contrario, quel portone imboccato per l’uscita, l’autostrada verso casa.
Tutto finito.
Sono trascorsi 7 anni da allora.
Oggi, allo sportello di banca a fianco al mio, lui.
Il tizio della caramella.
Lo stesso sguardo di allora, in quel silenzioso riconoscersi.
E quella minuscola puntina di rimpianto per non aver preso il coraggio di porgergli nemmeno un pallido ciao.
O un sorriso.

O, che so, una caramella. 

Conversazioni casalinghe

10 Gennaio, 2007

- Mmm, ma che palle..
- Ma che hai?
- Due palle, ecco cosa.
- Cosa succede?
- Ma dai, uffa, mi danno nervoso sti cazzo di occhiali.. non so .. devono essersi allentate le stanghette perché non mi stan più su nemmeno con la forza.. guarda!!! -
mostravo seria, guardando verso i piedi e lasciando che gli occhiali mi scivolassero repentinamente giù per il naso

- anche, guarda, anche se li metto così, sulla testa, vedi?, appena mi muovo scivolano dietro e si schiantano al suolo.. –

continuavo, esemplificando tutt’altro che scherzosa.

- ou, non è che per caso ti si è dimagrito il cervello?

Assodato che stasera dorme sul divano. 

Shopping antidepressivo

5 Gennaio, 2007

Non che io sia depressa, eh?, plachiamo gli allarmismi.
Ma non mi si può contestare quell’innegabile, strana, benefica scarcerazione di endorfine che, in ogni caso, ti fa sentire meglio quando sperperi un po’ di denaro.
Quell’effetto genuino che ti sale sulla pelle e che ti accarezza, quando ti  prendi una pausa, estraniandoti da tutto, adocchiando i potenziali acquisti con calma solenne, dedicandoti esclusivamente ai tuoi sfizi.
Non contiamo poi se il denaro che spendi non è il tuo.
Qui conquistiamo l’apice degli apici.
Sì perché, se è questo il caso, allora diventa pure inevitabile decollare verso acquisti improbabili, quando addirittura inutili, concedendosi, per esempio costosissimi post-it a fiori color pastello, o fosforescenti a forma di fumetto, o di freccia, o di foglia.
(fantastici)
Per non parlare di quei deliziosi (e costosissimi) mini-evidenziatori, delle mirabilanti (e costosissime) penne colorate dalla punta a sfera e con l’inchiostro liquido che ondeggia colorato nel corpo trasparente dell’impugnatura, delle cartelline arancioni, gialle e blu, del temperamatite con serbatoio a forma di mappa mondo, del topolino correttore verde fluo.
Insomma, ora devo solo trovare il modo di giustificare al capo un incremento di cancelleria per € 238,80.
Ma credo che ci penserò lunedi.
Per il momento, continuo ad assaporarmi il momento godereccio, scribacchiando il mio nome all’infinito, adesso con questo pennarello, adesso con quello, per testare, a occhio nudo, le magnificenze del Sig. Lyreco.
 

Tutto al solito

3 Gennaio, 2007

Anno nuovo, solita vita.
Ti alzi alla solita ora, quando fuori la notte è ancora densa.
Solito specchio accecante a mostrare la solita faccia stravolta.
Anzi no, forse noti una ruga in più, perché il tempo quello passa, al solito.
Solito freddo che ti stringe nel solito cappottino nero.
Solita brina gelata che raschierai dal parabrezza con il solito raschiaghiaccio, trattenendo la solita imprecazione mentre ti geli le mani immaginando quel tepore casalingo che è a pochi passi da te, ma che ritroverai solo quando farà buio di nuovo.
Solito ufficio.
Solite facce.
Solita attesa per il weekend, che, al solito, è sempre troppo lontano.
Solite canzoni alla solita radio.
Soliti bilanci consuntivi e preventivi, su tutti i fronti.
Soliti propositi su diete e palestra, che tanto sai che non manterrai, al solito.
Solite feste che, al solito, passano troppo velocemente.
Solita stanchezza cronica che non riesci a sedare, nonostante tu abbia poltrito tutto il Natale, saltando i pranzi e le cene epiche di rito, al solito.
Solito umore oscillante, fra i soliti attimi a denti stretti con il capo e la solita bellissima, calda voce del tuo uomo al telefono, che, al solito, ti rassicura e ti preannuncia la serata a venire di amore e cure.

Solito tutto, insomma, solita me.