Archivio per Ottobre 2006

Pensieri in ordine sparso

30 Ottobre, 2006

 

 madagascar-dreamworks-gloria4g.jpg

1. venerdi sera, dopo aver sfogliato inorridita le foto della tragica esibizione di qualche post fa, ho deciso di mettermi a dieta.
Il mio culo ha raggiunto dimensioni davvero epiche.
Mi son riconosciuta a stento e, ammetto, solo perché sapevo in quale zona del palco cercare.
Come tutte le diete che si rispettino, l’inizio era chiaramente previsto con lunedi. (ndr. oggi)
Mi sa, però, che i bigoli con sugo, salsiccia e pecorino a scaglie che mi son sbafata per pranzo, completando la pulizia del piatto con tanto di scarpetta, non rientrano esattamente nella categoria di cibi “a basso contenuto calorico”.
Mi sa, quindi, che questo ennesimo tentativo rientra in quell’80% dei casi in cui mi prefiggo di buttar giù quei due chiletti di troppo e poi puntualmente abbandono il proposito dopo la prima potenziale rinuncia che mi si presenti.
(Nel 20% delle opzioni rimanenti il pensiero viene abortito prima che possa prendere forma vocale.)Ok, magari si comincia con il primo del mese, dai.

2. sabato ho assistito a un loro spettacolo.
E che spettacolo…

3. parlando di “Spettacoli” mi viene in testa quel prodigio di Vale Rossi, al quale allungo una virtuale botticina sulla spalla perché, per me, rimane l’eroe indiscusso del MotoGp, pur avendo ciccato l’ennesimo titolo mondiale per un nonnulla.
Perchè la sua grandezza l’ho compresa nel momento esatto in cui, scivolato fuori pista e rientrato da ventesimo, mi sono detta: “mancano 13 giri, Vale ce la può fare.”
E ci ho creduto per davvero, perché lui ne sarebbe stato capace sul serio.
Nessuno se ne sarebbe stupito.
Peccato.
Peccato davvero.

Un complimento vivissimo invece a Bayliss (si scriverà così?) che ha reso le favole possibili.

4. Scoprire che “Far fare un ruttino a mia figlia quando ne ha bisogno è probabilmente la più grande soddisfazione che io abbia avuto fino a oggi…” è un’affermazione uscita dalla polposa bocca di quel bocconcino di Pitt è indubbiamente l’evento più sconfortante della giornata.
Alla pari con la parte in cui egli dispensa consigli sullo shampoo specifico per bambini neri e confida di non aver ancora trovato rimedi ai terribili rossori del povero culetto di Shiloh. 

 

Amicizia uomo-donna

28 Ottobre, 2006

Oggi sono stata ospite qui

…In fondo son soddisfazioni

25 Ottobre, 2006

Tutto è nato chè cercavo una matita.
Dovevo appuntarmi, non ricordo cosa.
In quel marasma di scartoffie che seppelliscono la mia scrivania sarebbe stato un po’ come trovare un santino nel mio portafoglio, per cui, senza perdermi troppo in sterili indagini, ho raggiunto il cassettino etichettato “Cancelleria” e ho sfilato dal pacco da 24 una Staedtler Noris HB 2.
Lucida, odorosa di legno e grafite, con la sua capocchia rossa arrotondata e la sua punta scalfita alla perfezione.
D’impulso ho preso il temperamatite e, continuando a parlare con il mio collega sull’ingiusta eliminazione di Ceccherini dall’Isola, ho preso ad appuntirne la coda con estrema spontaneità.
- ehehe, come mai la stai temperando anche su quel lato?
- mah, orpo, non so.. è una cosa istintiva che faccio fin da quando ero bambina..
- ma dai! sei fuori!
- eheeh, si, bu, ehehe, davvero, non so, un vizio.
Ridacchiando entrambi come babbei abbiamo lasciato sfumare l’argomento, lui mi ha detto la cagata che doveva dirmi e siamo tornati ognuno al proprio posto.
Poi, il flashback.
Quel flashback che mi ha riportato indietro di 20 anni, accovacciata a quel banco di fòrmica verde, annoiata nel mio grembiule blu pizzato di bianco.
Quel flashback che mi ha riportato all’ora di educazione artistica.
Quel flashback che mi ha riportato agli occhi Suor Adelgundis.
(Che già come cazzo fai a chiamarti Adelgundis, sto ancora a chiedermelo.)
‘Sta qua c’aveva la fissa maniacale dell’ordine e, si capisce come, con una come me, disciplinata quanto una mandria di tori di Pamplona, non è che potesse andare molto d’accordo.
Ci si contrastava davvero in tutti i sensi.
E quindi giù coi cazziatoni ridondanti, su come il grembiule dovesse essere annodato in vita con la cinturina di cotone coordinata e accuratamente allacciato fino all’ultimo bottone, su come i capelli dovessero essere legati sulla nuca, che sennò hai un aspetto trasandato, bambina mia, su come sul banco dovessero esserci soltanto l’A3 Fabriano, la matita e la gomma, che quando usavi dovevi fare attenzione, oltre a non far orecchie sulla pagina, a non sbriciolare per terra (avresti raccolto nella mani il briciolame, una volta terminato, e – educatamente – avresti chiesto permesso di alzarti per gettare la sporcizia nel cestino).
E poi stai dritta con quella schiena, silenzio e lavora.
Per farla breve, siccome io non è che le dessi poi tutta questa udienza, ‘sta qua ovviamente si incazzava ancora di più, e non senza mio fiero compiacimento.
Poi, ce l’aveva con le mie matite.
Me le spezzava.
Capite?
Le spezzava, la troia.*
Perché erano appuntite su entrambi i lati e naturalmente non è cosa di parvenza seria e ordinata.
Rischi di bucarti gli occhi, obiettava
(tanto per trovare una scusa che velasse la sua ossessione).
O una tua mano, se ci riprovi un’altra volta
(pensavo io in rilancio).
Poi, intanto, dovevo ricomprarla.
E lei, che odiava gli sperperi, e che faceva i sermoni dal suo quasi quintale di stazza, su come lo spreco di cibo fosse un peccato mortale, continuava a spezzarmi matite, che io, determinata a non cedere all’ingiusto sopruso, mi ostinavo ad appuntire anche sull’altro verso.
Ricordo, il modo in cui confondevo mia madre, che domandava perplessa che fine facessero tutte queste matite, ma, perversamente divertita da un meccanismo che si sarebbe inevitabilmente arrestato se avessi cantato, una volta l’avevo persa, una volta me l’avevano rubata, una volta l’avevo prestata, una volta: “non ci crederai, mi è caduta e si è spezzettata tutta la mina, e ogni volta che faccio la punta adesso mi dondola”.
Ricordo che il gioco è andato avanti parecchi mesi, prima che si arrendesse, la troia.*
Non so se mi ha spezzato quattro o cinque matite, nell’arco di un quadrimestre.
Potevano essere un krapfen alla crema spolverato di zucchero a velo per un negretto del terzo mondo.
Tante volte ci ho pensato.
Ma lei no, l’isterismo se la prendeva, non riusciva a tollerare proprio le mie matite indisponenti.
Sarà per questo che, a distanza di 20 anni, continuo a appuntirle su entrambi i lati.
Se questo mio perseverare sia diabolico, non lo so.
So solo che mi appaga farlo, mentre immagino quegli occhietti satanici che da lontano mi folgorano di rabbia, e penso che ho vinto io, suor Adelgundis. 
Vado a struggermi per ricordarmi cosa diavolo dovevo scrivermi di così urgente, ormai 20 minuti fa.
Non senza prima aver temperato tutte le matite dell’ufficio, chiaro. 

* non giudicatemi male, io ci ho provato.
mi sono pure avvalsa dell’aiuto della finestrella dei sinonimi, ma non è colpa mia se Word non riesce a trovare vocabolo analogo che possa descrivere in maniera meno pittoresca il personaggio.
 

Cowgirl: ragazza mucca

23 Ottobre, 2006

cowgirls2.jpg

Se fossi un animale da palcoscenico, al massimo potrei essere una mucca.

L’ho appurato ieri.

All’ente fiere della mia zona.

Alla manifestazione dello sport al femminile.

Alle 19, minuto più, minuto meno.

Insomma, nell’esatto momento in cui, già fradicia di sudore freddo e rigida come un tronco d’acacia, sono salita sul palco irrorato da milioni di watt a fare quella che rimarrà nella storia come la figuraccia più clamorosa del mondo dello spettacolo.
Ok, forse sto un tantino esagerando.
Ma non è stato un bel vedere, insomma.
Settimane infinite di prove.
Ancora e ancora, fino alla nausea.
Il copione è tutto sommato semplice: la musica parte, si contano quattro tempi iniziali (uno, due, tre e quattro) e poi si và: piede destro, quattro passi decisi e poi si attacca con la coreografia trita e ritrita di sempre.
Violini e banjo a spron battuto ed energia da infondere a catinelle.
Provato, provato e riprovato un numero di volte vicino all’infinito.
Ieri, parte la musica.
Partono tutte.
Peccato solo che non sia partita io, ecco.
Ferma.
Lì.
Imbambolata dalle luci ipnotiche di quei faretti acciecanti e dalla stipata folla di gente là sotto, sbracata sulle poltroncine, intenta chi a sventolarsi pigramente con il depliant della manifestazione, chi a guardarti con aria scettica e annoiata.
Cazzocazzocazzo.
Mi accorgo subito del danno e riprendo a passo spedito la linea con le altre, abbozzando una pietosa corsetta.
Sprofondando in immaginarie, maleodoranti sabbie mobili, sudo copiosamente e vado avanti.
The show must go on.
A momenti non riconosco nemmeno la musica, percepisco le note con distorsione da ubriacatura violenta, la gambe mi fanno aldogiovanniegiacomo e sento la schiena grondarmi di gelida tensione.
Che finisca presto, dannazione.
Mentre trattengo la pipì che mi scappa ferocemente, cercando di abbozzare un ghigno che somigli a un sorriso, incrocio, nella moltitudine d’occhi, lo sguardo giocondo del Semina che mi incita a smorfie e che mi mima qualcosa tipo: “sorridi, dai!”.
Si.
Stacci tu, qua sopra.
Voglio vedere quanta voglia di sorridere ti viene.
La tensione cresce, sento la gola asciutta e la bocca come impastata di sabbia, la canzone sembra non finire mai, sto per cominciare l’ennesimo muro.
Mi viene da vomitare.
Voglio una sigaretta.
Un black-out.
Un infarto tra il pubblico.
Un terremoto.
Le mani mi sudano, le labbra mi si serrano fra i denti, gli stivali tremolanti s’incespicano regolarmente nelle giunture della pista, maledico il mondo intero.
Ad un tratto, quando sto cominciando a sperare che stiamo arrivando alla fine di una tragedia sfiorata per miracolo, un flash.
Dritto sul muso.
A due centimetri dal mio naso, capite?, appena sotto il palco.
Sorrido disorientata e getto uno sguardo in cerca del fotografo scorgendo sul suo labbiale forse un augurio, ma più probabilmente una maledizione dal momento che tutto ad un tratto mi trovo completamente fuori linea rispetto alle altre, senza tra l’altro riuscire a recuperare il passo, tanto son persa.
Fanculofanculofanculo.
La canzone fortunatamente sfuma, di lì a poco, e io accolgo, con un inchino incerto, l’applauso immeritato, che rubo in parte per farmi forza.
E siamo appena alla prima.
Ci aspettano altre tre canzoni.
Merdamerdamerda.
Respiro a fondo cercando conforto nello sguardo delle mie compagne di avventura e via con la seconda, che tutto sommato scivola via senza intoppi, così come le seguenti, mantenendo tuttavia le agili movenze di una mucca gravida.
Tredici, dico tredici, minuti di esibizione, che mi sono parsi un’infinità.
Lo scoscio di applausi che ha concluso il supplizio ha spronato l’ilarità del piccolo T. che, in tono canzonatorio, ha preso a urlare da lontano “Brave lo stesso!” (‘stardo).
A nulla è servito indossare mutande rosse scacciaiella, non bere birra per le precedenti 24 ore e fare training autogeno per tutta la durata del weekend.
Ebbene, Signori, ho fatto flop.
Di positivo c’è che ho perso tre chili abbondanti e che ho obbligato il piccolo T. a vezzeggiarmi tutta la serata a seguire, con elogi e cerimonie su quanto in realtà io sia stata brava, su come l’errore non si sia notato nemmeno e su quanto lui mi ami da impazzire.

Per il resto, ho quasi sfiorato l’idea di appendere il cappello al chiodo. 

 

 

Once upon a time…

20 Ottobre, 2006

C’era un tempo in cui si era giovani, invincibili e belli.
In cui si tirava tardi, la notte, senza risentirne per nulla, il giorno dopo.
In cui si poteva mangiare e bere come ossessi, che tanto si smaltivano anche i sassi, e senza nemmeno battere ciglio.
In cui si rideva di frivole avventure con “le amiche sexandthecity”, come ci aveva scherzosamente ribattezzato il piccolo T.
LaVale, LaGiù, LaEli e LaMeri.
Amiche di cene senza ricorrenza.
Dei weekend di shopping convulso.
Delle serate di confidenze al gusto di Montenegro con ghiaccio.
Ieri, l’ennesima rimpatriata.
Aperitivo rigorosamente alcolico e chiacchiere leggere a riunirci tutte, poi il ristorante.
Mentre si mangiava sorseggiando vino, LaGiù spiegava:
“..è una cazzata, davvero, devi solo unire mezzo chilo di mascarpone a mezzo chilo di yogurt (daje co ‘sto yogurt), io lo faccio con quello alla fragola, ma lì dipende dai gusti, poi intingi i savoiardi nel succo Ace, li ricopri con la crema e poi sopra ci metti i pezzettoni di fragole, o di pesca se hai usato lo yogurt alla pesca, di banane se lo yogurt è di banane..e così dicendo.. poi metti in frigo ed è fatta.. veloce, pratico, buono… più estivo, forse, perché ha un gusto fresco, ma da provare..”
Tutte a bocca piena, si annuiva silenziose per la nuova interessante nozione, fino a che LaVale, al mio fianco, non ha sussurrato nostalgica:
“Madò, ragazze, altro che Sex and the City, qua nel giro di un anno siamo diventate tutte Desperate Housewifes…”
Dopo che lo gnocco verde mi è andato di traverso, non ho potuto che concordare.
Se un tempo ci scambiavamo maliziosi aneddoti di frizzante vita sessuale, di tinte e di cerette a caldo, di perizomi, di profumi e di borsette di Gucci, ora siamo tutte concentrate chi sul mutuo della casa, chi sul lavoro che non dà tregua, chi sulla lavatrice che dovrebbe essere finita, e che devo ricordarmi di stendere, una volta a casa.
E poi, dopo le 5 ore scarse di sonno che mi son potuta concedere, sono tutta un dolore.
Una volta, brilla di qualche amaro di troppo, avrei pure avuto coraggio di tornarmene a casa e di pungolare lussuriosa il piccolo T., che tanto siamo giovani e per dormire c’è sempre tempo, quando invece, ieri, ho addirittura sfilato  cautamente le scarpe all’entrata, scivolando poi nel letto, che nemmeno il materasso s’è accorto. 

Dopo la triste presa di coscienza che non ho più l’età, vi comunico penosamente che stasera, anziché uscire a ubriacarmi al mio solito, valuterò di preparare qualche dolce casereccio e di impegnare il tempo di cottura creando simpatici centrini con la meditativa arte del tombolo.  

Notte prima degli esami

18 Ottobre, 2006

Ieri sera, piccolo T. e io, ciondolando annoiati fra gli scaffali del Blockbuster:
T: “il Codice da Vinci..eh? che ne dici?”
G: “amore..vorrei ammansire le scimmiette che mi urlano in testa, non aizzarle.”
T: “uhm”
G: “ho bisogno di qualcosa di tremendamente frivolo”
T: “Notte prima degli esami?”
Mmm.. non che mi convincesse quel granchè, sapendomi perdipiù leggermente allergica al cinema italiano, popolato da attori accattivanti quanto un vasetto di yogurt scaduto.
(c’ho ’sta fissa dello yogurt, da un po’ di tempo..)
Ma, ripensando alle recensioni positive, sbirciate anche fra le pagine di alcuni bloggers, mi son convinta del tutto, realizzando tra l’altro, che, mal che mi fosse andata, avrei avuto la scusa per sbavare impunemente sul cuscino del divano.
Dvd alla mano, consueto ritardo saldato e casa.
Che dire.
Che ho pianto non fa fede, dal momento che sono di lacrima facile e che sono riuscita a far sgattaiolare fuori lacrime anche per pellicole tipo “Big Daddy”, giusto per citarne una.
Ma diciamo che, a parte l’aver fumato canne con un professore/potenziale suocero, a parte l’aver partecipato a sontuose feste serali in piscina, a parte l’aver comprato i titoli dei temi dello scritto, a parte l’aver distrutto la Porsche del padre di un amico e a parte l’essermi inginocchiata sull’asfalto, in gonna, e tra l’altro per espiare colpe altrui (tsè, figuriamoci.. non lo faccio nemmeno per le mie).. beh, mi ci sono ritrovata abbastanza.Soprattutto per l’aver pluri-insultato un professore “carogna” che poi mi son ritrovata in commissione interna all’esame.E che stanotte, puntualmente, ho sognato.
Tutto impettito, con quella stessa camicia a mezze maniche di seta blu di allora, che ricordo con angosciante precisione, completa di quelle sconcertanti chiazze nere di sudore, grandi come aree di rigore di un campo da calcio regolamentare, lì, giusto sotto le ascelle, che immaginavo ricoperte di stopposa peluria bianca, tale e quale a quella che teneva sciattamente cosparsa sulla testa.
L’ho sognato, con quel suo ghigno diabolico, che mi interrogava sul bilancio consolidato, sull’iva indetraibile e su altre amenità del genere che un vero ragioniere non saprà mai in vita sua.
Stamattina, visibilmente scossa dall’incubo, mi sono consolata pensando che sarebbe potuta andarmi peggio.
Si, insomma, avrei sempre potuto sognare sto panzone d’uomo sudato, in veste di Dio, che mi dà prove inconfutabili sulla Sua reale esistenza.   

Post scriptum: i Duran Duran mi vanno bene, Venditti, Ramazzotti e la Rettore pure.. però, ecco, lasciamo che i Queen restino colonna sonora di film del calibro di Highlander, per piacere. 

Sono incazzata, correte ai ripari.

16 Ottobre, 2006

Devo premettervi che stefano (che chiameremo così solo per proteggere la sua privacy, ma che in realtà si chiama Alessandro Tosolini) è un “amicodichat”, conosciuto nel periodo di crisi piena dell’anno 2001.
Milioni di parole, di foto scambiate e di risate via cavo.
Stefano (alias Alessandro Tosolini) abita a Roma e qualche anno fa ho preso l’areo per andare a conoscerlo di persona.
Ci siamo incontrati in piazza Navona, ci siamo risi in faccia e son tornata a casa.
Abbiamo continuato a chattare, saltuariamente, ma sempre con gioia, perchè, credetemi, quest’uomo è fantastico.
Vi lascio uno stralcio della nostra conversazione di oggi, per farvi capire quanto io e quest’uomo ci si ami.
 

Sara scrive:
sono irrimediabilmente stronza

stefano scrive:
con chi hai scopato?
Sara scrive:
ho detto stronza mica troia

stefano scrive:ehehe
Sara scrive:ehehe

Sara scrive:noo
Sara scrive:è che ho discusso praticamente col mondo ieri
Sara scrive:perchè ho un carettere di merda, in sostanza
Sara scrive:sono dispotica, irritante e arrogante
Sara scrive:sono indisponente, isterica e superba
stefano scrive:la novita’ ?
Sara scrive:ecco

Sara scrive:lo vedi, adesso per esempio ti manderei affanculo senza ulteriori indugi, capisci quel che intendo?
stefano scrive:   ehehhe
Sara scrive:   sono incazzata

stefano:   amore, perché?
Sara scrive:perché non riesco a mantenere forza dei miei pensieri

Sara scrive:mi sveglio oggi e mi dico “perchè?”
Sara scrive:a cosa è servito?
Sara scrive:a un cazzo
Sara scrive:ho perso un’ora a discutere
Sara scrive:ho perso la voce
Sara scrive:ho perso la pazienza
stefano scrive:minchia strillavi
Sara scrive:ma..strillavo… non proprio,… è che mi son fumata un pacchetto di Lucky….

Sara scrive:insomma
Sara scrive:a posteriori mi rendo conto ce non è servito proprio a un cazzo
Sara scrive:e mi pento di aver sprecato tempo
Sara scrive:e fiato
Sara scrive:e bile
stefano scrive:quindi?
Sara scrive:come quindi.

Sara scrive:quindi voglio un antidoto
Sara scrive:o un rimedio per essere più tollerante..
Sara scrive:perchè le lezioni non mi servono mai, cazzo, che tanto alla prossima sicuro ci ricasco
Sara scrive:ora sto così, come un cane bastonato, mentre invece con tutto il ruggire di ieri dovrei sentirmi leone.
stefano scrive:conta fino a 10, funziona sempre
stefano scrive:
se proprio sei idiota…anche fino a 20 è ammessa la conta
Sara scrive:non so contare fino a 10

stefano scrive:impara
Sara scrive:figurati 20

Sara scrive:ma come si fa a imparare
stefano scrive:
beh..dai, basta imporselo..
Sara scrive:quando vedo qualcosa che non mi torna vedo rosso

Sara scrive:e come si fa
stefano scrive:quando stai per sbottare
stefano scrive:
uuuuuuuuuno…
stefano scrive:
duuuuuuuuuuuuuuue
stefano scrive:
etc..etc
Sara scrive:non ce la farò mai

Sara scrive:non senza pensare : “appena finisco di contare ti ammazzo a parole”
stefano scrive:allora ti aspetta la bile e rimanere senza voce
Sara scrive:se conto prendo tempo per farmi venire in mente molti più insulti, e non credo che valga

Sara scrive:ho bisogno di una dose di qualche potente farmaco calmante
Sara scrive:tipo quelle siringate che si sparano agli elefanti
Sara scrive:zic. poi più nulla
Sara scrive:devo crollare a terra e risvegliarmi quando qualcuno al posto mio ha già risolto la questione bonariamente
stefano scrive:devi trovare uno che ti da un bel calcio in culo
stefano scrive:
poi inizierai a contare
Sara scrive:tu conti?

stefano scrive:io sempre
Sara scrive:
    ehehee
stefano scrive:
ma comunque non sono solitamente acidone come te
Sara scrive:io non sono acida

Sara scrive:acida mi sa di vomito… preferisco pungente
stefano scrive:come no…sei acidissima..se non ti va a genio una cosa…vai avanti fino al sangue
Sara scrive:non acida, pungente, ti dico.

Sara scrive:pungo, un po’ come le api
Sara scrive:doloroso e fastidioso che le ammazzeresti a schiaffoni
stefano scrive:ma che pungente…sei una scassacazzi
Sara scrive:ehehehhh

stefano scrive:no no…sei una mosca scassacazzi che finche’ non la uccidi a manate sul vetro continui a rompere il cazzo con un’insolita goduria
Sara scrive:ecco si.. già mi ci vedo di più

stefano scrive:appunto
Sara scrive:a parte la cacca ecco

Sara scrive:che non mi garba
Sara scrive:ehehhe
stefano scrive:sei cosi…cazzo vuoi farci
Sara scrive:dici che sono irrecuperabile?

stefano scrive:decisamente
Sara scrive:cazzo

Sara scrive:nemmeno l’età mi infonderà un po’ di saggezza?
stefano scrive:nemmeno alle soglie della menopausa
stefano scrive:
scassacazzi eri scassacazzi sei scassacazzi sarai
Sara scrive:ma tu mi amerai lo stesso?

stefano scrive:sempre
Sara scrive:vedi che allora non è così grave?!?!?!

Sara scrive:mi si ama comunque
stefano scrive:che c’entra io ti amo..perche’ non ti frequento
stefano scrive:
e perche’ me fai arrapa’
Sara scrive:ehehehhhehhehehheheh

Sara scrive:idiota bastardo
stefano scrive:cazzo pero’ anche tu mi ami da morire, eh?
Sara scrive:seeee

stefano scrive:acida scassacazzi
stefano scrive:
adoro ridere..e tu mi fai ridere una cifra
Sara scrive:basta che guardi sotto la tua cintola

Sara scrive:sai che risate!!!
stefano scrive:ma va a cagare
stefano scrive:
idiotissima
stefano scrive:
conta…conta
Sara scrive:azz

Sara scrive:uno
Sara scrive:….
stefano scrive:dai, bene così..
Sara scrive:due…..

Sara scrive:tre
stefano scrive:rilassati..
Sara scrive:quattro

Sara scrive:cinque, sei , sette
Sara scrive:otto
Sara scrive:nove dieci
Sara scrive:stronzo
stefano scrive:niente non funziona
Sara scrive:no, non ha funzionato

stefano scrive:rimani stronza..ed acida
stefano scrive:
fa parte del tuo destino
Sara scrive:pungente, amore

Sara scrive:pungenteeee
stefano scrive:aaaaaaah..quanto cazzo ti amo
Sara scrive:eheheh 

Vi ho risparmiato le battutacce scurrili su quanto io sia brava a praticare qualcosa con la bocca, che non ho capito bene, e su quanto lui sia ciccione, calvo e sprovvisto di uccello.
Mi sembrava fuori luogo.
In compenso mi giustifico per quella confidenza che rivelava il fatto che abbia fumato non so quante Lucky strike.. ma, e scusate la franchezza, non andavo nemmeno più al cesso e ora la mia regolarità l’ho ritrovata che nemmeno le fave di fuca.Perdonatemi il linguaggio, ma oggi sono incazzata.
Che ci vogliamo fare.

A pranzo col Semina

13 Ottobre, 2006

Inviti per pranzo ricevuti dal Semina: 1
Inviti accettati: 1
Pagine del quotidiano sfogliate in attesa del Semina: tutte
Articoli del quotidiano letti in attesa del Semina: 4
Minuti di ritardo del Semina: 18
Bestemmie e insulti indirizzatigli, all’arrivo: n+1                         
Porzioni di spaghetti alla carbonara: 1
Fette di pane usate per la scarpetta: 1,5 
Birre (lt. 0,2 cad): 2
Caffè, macchiato latte freddo a parte, resentino: 1
Amari: 0
Calorie del pasto: n+1
Conti pagati: 0
Risate sguaiate: n+1
Discorsi seri: 0,5
Durata dell’incontro gastronomico: 1,3 h.
Portaceneri presenti sul tavolo: 1
Sigarette viste fumare e spente, dal Semina: 3
Unghie rosicchiate, mie: 2,5
Sigarette fumate dalla piccola Ginger: 0,01 

Eddai.
Ho dato un tiretto.
 

Astinenze

10 Ottobre, 2006

Sono tre giorni che non fumo.
Ok, ok.
Ora domate pure quell’insano istinto che vi ha fatto balzare in piedi in una ola generale.
Non è per motivi salutistici, né per qualche assurda scommessa persa.
Non fumo da tre giorni.
Punto.
Non so nemmeno abbozzarvelo, un pallido perché.
Ma posso però, e col medesimo candore, garantirvi che alla prima birra che mi basterà vedere poggiata su un bancone di un bar me ne accenderò una, e con presumibile naturalezza.
Ora, non è che abbia intenzione di evitare le insegne luminose dei bar come fossero eccentrici crocifissi moderni, ecco.
Per cui post inutile tanto quanto una pagina bianca.
E’ che non sono fresca e forse avrei bisogno di una sigaretta per trovare l’ispirazione per scrivere qualcosa di più corposo e sensato, ecco.
Oppure devo trovare il modo di convincere il mio spocchiosissimo capo che ho l’obbligo contrattuale di aggiornare il mio blog nelle 8 ore da lui retribuite; che lì, piuttosto che lavorare, l’ispirazione arriva sempre puntuale come il menarca.

Buonanotte Bloggers. 

Nonno Marcello

6 Ottobre, 2006

Signorotto arzillo, classe 1916.
Con un’energia e una lucidità mentale direttamente proporzionale ai suoi anni.
Radi capelli bianchissimi, all’aspetto impalpabili, e occhi azzurro lucido, che hanno assorbito gli orrori di una guerra vissuta in prima linea, della morte prematura della moglie, prima, dell’unico figlio, poi.
Eppure, occhi sempre straordinariamente sorridenti.
E’ difficile dare una forma al rapporto che ci lega, lo capisco a stento io stessa.
Lui è il nonno che mi riempie una busta con un assegno; per il compleanno, a Natale, a Pasqua.
“Per il gelato”, mi dice.
E’ il nonno che mi vede di sfuggita, quella rara volta al mese, quando magari lo scopro sfilare distratto davanti al mio ufficio, con una borsetta piena di uva fragola “ero di passaggio… è buona, è della mia pergola, porta a casa..”.
Il nonno che mi telefona, di tanto in tanto, dicendomi “volevo solo dirti che sto bene, tu come stai?” e il senso di colpa che mi assale non è mai abbastanza forte da farmi mantenere le promesse di essere più costante.
Lui è il nonno del quale vedo la macchina nel parcheggio del cimitero, e allora mi fermo fuori, seminascosta dietro a un albero, ad aspettare che esca, per poi entrare, solo dopo che se n’è andato, evitando di incappare in discorsi delicati sulla fragilità della vita e sulla spietatezza del destino.
E, intanto, immagino quel povero figlio, mio padre, scuotere lento la testa sconsolato, dall’alto delle nostre vite.
Il punto è che non ho mai avuto contatti, nemmeno da bambina, e ho sempre creduto sia davvero faticoso costruire artificiosamente il legame intimo, naturale fra nonno e nipote, quando a immedesimarsi nella parte sono praticamente due estranei.
Solitamente è un affetto che è il risultato di tutta una serie di ricordi insolubili, che vanno decantandosi a poco a poco sugli strati della vita.
Io, di noi, non ho ricordi.
Non ricordo di essere mai stata seduta sulle sue ginocchia.
Non ricordo nemmeno una cena alla stessa tavola, un film lampeggiato sui nostri volti dalla medesima tv o un divano condiviso.
Non una sola fotografia che ci veda ritratti insieme.
Lui è stato sempre il “nonno dell’assegno”.
Basta.
Lui non sa nulla della mia vita, non sa dove vivo, non sa nemmeno che ho uno splendido uomo al mio fianco, che forse un domani sposerò.
E quando mi vergogno nell’appurare tanta illogica freddezza e mi obbligo a innaffiare un sentimento nuovo, mi accorgo che non sempre riesco nei miei fuggevoli propositi e che più spesso lascio pigramente che il tempo scivoli inesorabile lungo il sottile collo della clessidra della vita.  

Ora, e forse vi sembrerà fuori luogo, ma subito capirete, è arrivato il momento di ringraziare il piccolo T.
Perchè ha saputo dimostrare la sua bellezza, anche in questo frangente.
“Ti aiuto io, vengo con te.. magari ti viene più facile” 
Domani, ha deciso, si va’ in gita con il nonno.
E si porta la macchina fotografica, che c’è bisogno di cominciare a rinfoltire il cassettino dei ricordi.