Tutto è nato chè cercavo una matita.
Dovevo appuntarmi, non ricordo cosa.
In quel marasma di scartoffie che seppelliscono la mia scrivania sarebbe stato un po’ come trovare un santino nel mio portafoglio, per cui, senza perdermi troppo in sterili indagini, ho raggiunto il cassettino etichettato “Cancelleria” e ho sfilato dal pacco da 24 una Staedtler Noris HB 2.
Lucida, odorosa di legno e grafite, con la sua capocchia rossa arrotondata e la sua punta scalfita alla perfezione.
D’impulso ho preso il temperamatite e, continuando a parlare con il mio collega sull’ingiusta eliminazione di Ceccherini dall’Isola, ho preso ad appuntirne la coda con estrema spontaneità.
- ehehe, come mai la stai temperando anche su quel lato?
- mah, orpo, non so.. è una cosa istintiva che faccio fin da quando ero bambina..
- ma dai! sei fuori!
- eheeh, si, bu, ehehe, davvero, non so, un vizio.
Ridacchiando entrambi come babbei abbiamo lasciato sfumare l’argomento, lui mi ha detto la cagata che doveva dirmi e siamo tornati ognuno al proprio posto.
Poi, il flashback.
Quel flashback che mi ha riportato indietro di 20 anni, accovacciata a quel banco di fòrmica verde, annoiata nel mio grembiule blu pizzato di bianco.
Quel flashback che mi ha riportato all’ora di educazione artistica.
Quel flashback che mi ha riportato agli occhi Suor Adelgundis.
(Che già come cazzo fai a chiamarti Adelgundis, sto ancora a chiedermelo.)
‘Sta qua c’aveva la fissa maniacale dell’ordine e, si capisce come, con una come me, disciplinata quanto una mandria di tori di Pamplona, non è che potesse andare molto d’accordo.
Ci si contrastava davvero in tutti i sensi.
E quindi giù coi cazziatoni ridondanti, su come il grembiule dovesse essere annodato in vita con la cinturina di cotone coordinata e accuratamente allacciato fino all’ultimo bottone, su come i capelli dovessero essere legati sulla nuca, che sennò hai un aspetto trasandato, bambina mia, su come sul banco dovessero esserci soltanto l’A3 Fabriano, la matita e la gomma, che quando usavi dovevi fare attenzione, oltre a non far orecchie sulla pagina, a non sbriciolare per terra (avresti raccolto nella mani il briciolame, una volta terminato, e – educatamente – avresti chiesto permesso di alzarti per gettare la sporcizia nel cestino).
E poi stai dritta con quella schiena, silenzio e lavora.
Per farla breve, siccome io non è che le dessi poi tutta questa udienza, ‘sta qua ovviamente si incazzava ancora di più, e non senza mio fiero compiacimento.
Poi, ce l’aveva con le mie matite.
Me le spezzava.
Capite?
Le spezzava, la troia.*
Perché erano appuntite su entrambi i lati e naturalmente non è cosa di parvenza seria e ordinata.
Rischi di bucarti gli occhi, obiettava
(tanto per trovare una scusa che velasse la sua ossessione).
O una tua mano, se ci riprovi un’altra volta
(pensavo io in rilancio).
Poi, intanto, dovevo ricomprarla.
E lei, che odiava gli sperperi, e che faceva i sermoni dal suo quasi quintale di stazza, su come lo spreco di cibo fosse un peccato mortale, continuava a spezzarmi matite, che io, determinata a non cedere all’ingiusto sopruso, mi ostinavo ad appuntire anche sull’altro verso.
Ricordo, il modo in cui confondevo mia madre, che domandava perplessa che fine facessero tutte queste matite, ma, perversamente divertita da un meccanismo che si sarebbe inevitabilmente arrestato se avessi cantato, una volta l’avevo persa, una volta me l’avevano rubata, una volta l’avevo prestata, una volta: “non ci crederai, mi è caduta e si è spezzettata tutta la mina, e ogni volta che faccio la punta adesso mi dondola”.
Ricordo che il gioco è andato avanti parecchi mesi, prima che si arrendesse, la troia.*
Non so se mi ha spezzato quattro o cinque matite, nell’arco di un quadrimestre.
Potevano essere un krapfen alla crema spolverato di zucchero a velo per un negretto del terzo mondo.
Tante volte ci ho pensato.
Ma lei no, l’isterismo se la prendeva, non riusciva a tollerare proprio le mie matite indisponenti.
Sarà per questo che, a distanza di 20 anni, continuo a appuntirle su entrambi i lati.
Se questo mio perseverare sia diabolico, non lo so.
So solo che mi appaga farlo, mentre immagino quegli occhietti satanici che da lontano mi folgorano di rabbia, e penso che ho vinto io, suor Adelgundis.
Vado a struggermi per ricordarmi cosa diavolo dovevo scrivermi di così urgente, ormai 20 minuti fa.
Non senza prima aver temperato tutte le matite dell’ufficio, chiaro.
* non giudicatemi male, io ci ho provato.
mi sono pure avvalsa dell’aiuto della finestrella dei sinonimi, ma non è colpa mia se Word non riesce a trovare vocabolo analogo che possa descrivere in maniera meno pittoresca il personaggio.