Domenica 13 agosto 2006, giorno 1.
Mattino presto.
Sveglia, colazione lenta, riepilogo mentale dei bagagli per accertarsi di non aver dimenticato nulla.
Tutto in ordine.
Certo, è stato utile chiudere un occhio sul cielo che, in fervido subbuglio, sembrava parecchio indeciso fra il perseverare con la pioggia dispettosa, che aveva tenuto a braccetto tutto il sabato, e il concederci un po’ di tregua.
Ma, in fondo, ignorarlo sembrava l’unica valida alternativa ad esorcizzarlo, per cui, poco dopo le 10, il cancello di casa è rimasto immobile e osservare le nostre spalle allontanarsi, fino a sparire.
La giornata ci ha visto quasi interamente in sella, dal momento che ci eravamo prefissi, come prima meta dell’itinerario, Spalato, dalla quale avremmo traghettato il giorno dopo su qualche isoletta, puntata a occhi stretti sulla cartina.
Soste per il pieno di benzina, nelle quali si aprofittava per sgranchirsi le gambe, mangiare un boccone e controllare i bagni e, poi, via di nuovo.
A una trentina di km dalla destinazione, e quasi certi di averla scampata, il bicipite nuvoloso del cielo, riuscito ad aggiudicarsi la vittoria di quell’estenuante gara di braccio di ferro cominciata la mattina, si è scagliato furioso, rovesciando tutta la rabbia accumulata in quell’attesa, inzuppandoci in pochi minuti come non avremmo immaginato possibile.
Parlottando stupiti, sopra il rumore del ticchettio manesco dell’acqua sui caschi, e sfregando insistentemente il guanto sulle visiere, nel vano tentativo di vederci qualcosa, abbiamo concluso che fosse il caso di uscire dall’autostrada al primo casello e, allungando i colli, cogliere la prima insegna che reclamizzasse un hotel, una stanza, una stalla.
Qualsiasi cosa, insomma, purchè fosse asciutta.
Arrivati all’uscita autostradale, il piccolo T., accintosi a pagare, ha domandato al casellante, con il suo sloveno incerto, quale fosse il primo paese e quale direzione dovessimo seguire.
“Split”, la risposta.
Secco, così.
Il piccolo T. ha buttato lì di rimando un sorriso perplesso come a dire “forse mi sono spiegato male” e, sempre sforzando la lingua non sua, ha tentato di riportargli la domanda il più chiaramente possibile, aiutandosi anche a gesti.
“Si, si.. Split domani.Ma oggi? Qui. Vicino.”
“Split”, la risposta.
Con lo stesso sguardo inespressivo.
Con quello stesso tono fiacco di poco prima.
Dannazione, non poteva che sembrare una clamorosa presa per il culo.
Ma noi, ancora convinti che si stesse trattando di un’incomprensione, abbiamo ringraziato, buttando lì un sorriso umidiccio, e abbiamo proseguito.
Tanto lo troveremo un posticino, dai.
Seee.
Come no.
Aveva ragione, quel tizio.
Nulla, da lì a Spalato.
Ma nulla di nulla proprio, nel senso che non c’era nemmeno un cartello che ti indirizzasse da qualche cazzo di parte, o un riparo di qualsiasi genere che potesse concederci di buttare un occhio sulla cartina, senza che ci si sciogliesse fra le mani, per orientarci un minimo, perché vi ricordo che diluviava, e selvaggiamente, nel pieno centro del nulla di un nulla.
In parole povere, siamo usciti dall’autostrada per convinta convenienza e ora ci si trovava a dover pure allungare la strada, tra l’altro non senza l’incertezza del traguardo.
Situazione simpatica come un calcio in culo, per dire.
La fortuna è stata che, a un certo punto, abbiamo preso a ridere istericamente della sventura e, seguitando ormai senza neppure più stringersi nelle spalle dal freddo, che nel frattempo ci aveva completamente posseduto, abbiamo scorto in lontananza una specie di casa abbandonata, fatiscente, con le sole mura traballanti, senza né finestre né porte, come un bizzarro sorriso sdentato.
Accanto c’era una piccola tettoia, probabilmente un garage risalente ai primissimi secoli avanti Cristo.
Tant’è.
Freccia a sinistra (per chi?) e imboccata la salvezza.
Scesi dalla moto, abbiamo lasciato che quel frastuono continuasse a urlare rabbioso, là fuori, mentre ci scollavamo i primi fradici indumenti da dosso, in un silenzio incredulo, tutto sommato direi quasi divertito.
Mancava solamente il messicano dal sombrero variopinto che, in groppa al suo asinello stanco e piovigginante, sfilasse davanti a quella rimessa decrepita, (che qui ringrazio per aver deciso di non crollare proprio in quel giorno di pioggia torrenziale), ululandoci irrispettoso:“No Alpitour? Ahiiaiiaiiahiaiiiiiii!!!!!!”
Ma lo sconforto non ha certo avuto la meglio.
Anzi, carichi di un’energia inaspettata e di un’ilarità contagiosa, e concluso che Spalato fosse davvero la prima forma di vita del circondario, abbiamo deciso che rientrare in autostrada e proseguire moderati per quella ventina di km, fosse l’unica alternativa al piantar la tenda in quel bunker di fortuna.
Erano più o meno le sei, ma il cielo era talmente buio di nubi che pareva notte fonda.
Ci conveniva muoverci.
E così, svuotati e rimessi stivali e guanti, ci siamo ritrovati a mangiare cautamente quella manciata di km che ci separava dall’obiettivo, che, di lì a poco, abbiamo raggiunto, e non senza sollievo.
Vita.
Gente.
Auto.
Case.
Ma soprattutto: Hotel.
Bene.
Molto bene.
Infilata una viuzza e notato un alberghetto a 3 stelle che faceva proprio il caso nostro, abbiamo parcheggiato il mezzo, onorandolo a pacchette sul serbatoio per il lavoro ben svolto, e abbiamo gocciolato tutta la Hall sotto gli occhi un tantino sgranati del tizio in reception in cravatta, al fresco-secco del suo ufficio vetrato.
Camera 411.
4 piani di scale con le borse che seminavano silenziose gocce sulle lingue di moquette, poi la stanza.
Semplice, ma pulita.
Una piccola tv penzolava di fronte al letto matrimoniale composto, neanche a dirlo, da due materassi singoli accostati.
Due comodini, credo fosse ciliegio, ospitavano delle abat-jour dal cappellino di lino grezzo.
Le lenzuola erano di un bianco latte candido, di un tessuto molto inamidato, quasi legnoso, in stile ospedaliero, e i cuscini erano gonfi di piume.
La finestra, che dava sul piazzale interno, ci mostrava un cielo sulla via del rasserenamento, come se, non avendo potuto annegarci poco prima, avesse deciso di risparmiarsi per una prossima buona occasione.
Danno e beffa, insomma.
Una doccia calda era quel che ci voleva per lavare via quel gelidume fuori stagione e così non abbiamo esitato un istante a infilarci nel box, lasciandoci scivolare addosso il tepore di un lungo e rilassante getto caldo.
Al primo piano dell’albergo soggiornava luminoso un distributore automatico di schifezze e cibarie da ricreazione scolastica, così, a digiuno da diverse ore, e quindi addentati dai morsi della fame, ci siamo visti costretti a ripiegare su arachidi salate e qualche lattina di Lasko pivo (popolare birra slovena).
Alticci e contenti, con in sottofondo un improbabile doppiaggio in tedesco del cult movie Superman, dopo aver affollato la stanza di orgasmi ed effusioni, abbiamo trovato il culmine della pace, accoccolati a cucchiaino, in un sonno piacevole e morbido che ci ha accompagnato fino alla (soleggiatissima) mattina seguente…