Rieccomi qui, stanca ma inebriata da un’esperienza totalizzante.
Prima di dedicarmi a questo mio (scoprirete conciso) post di rientro, ho fatto un giretto fra i blog nei quali vado a curiosare di solito e ho letto le recensioni di alcuni partecipanti all’HJF.
Caspita!
Forse sarebbe stato meglio se non l’avessi fatto perché devo ammettere che sono rimasta assolutamente colpita dalla dovizia di dettagli con i quali sono stati descritti i personaggi, i complessi e le varie scalette in programma.
Io, invece, da buona superficialona, sono entrata in autodromo il venerdì appena verso le 19, dopo che avevo trascorso l’intera giornata al riparo dal sole (inevitabilmente spietato sull’asfalto della pista) fra i chioschi tutt’intorno a comprare magliette, a passeggiare a dita incrociate con il mio piccolo T. e bere birra, all’ombra di qualche ombrellone consunto o stesa su qualche fazzoletto d’erba chiazzato di fresco dalle fronde dei pioppi.
E a bere birra.
E a bere birra.
E, poi, a bere birra.
Solo una volta calata la temperatura torrida, siamo entrati.
A bere birra.
Dei Kill the young, dei Finley, dei Goldfrapp, degli Hard-Fi non so niente di più di prima.
Cioè niente.
(Ringrazio anzi il blog di Kaktus, che mi ha permesso di citarli, dal quale sono appena stata a scopiazzare questi nomi, del tutto sconosciuti finora e dinuovo sconosciuti, ottimisticamente fra 12 secondi)
Beh, i Negramaro invece sono stati una piacevole sorpresa.
Forse perché eravamo appena entrati e ci trovavamo a familiarizzare con un ambiente carico di energia, di aspettative e curiosità.
Forse perché, appena hanno cominciato, io e il mio piccolo T. stavamo brindando, occhi febbricitanti in occhi febbricitanti, all’inizio di quella nostra esperienza.
Forse perché ero eccitata di mio dell’evento in sé, che probabilmente anche Battiato mi avrebbe fatto lo stesso effetto.
Fatto sta che stamattina, entrata in ufficio, mi sono ritrovata a sorridere, accarezzando pensieri recenti mentre la radio gridava
“e stringimi allora..tra nuvole e lenzuola.. non dire una parola..”
insomma, tanto basta per ringraziarli.
Poi i Depeche Mode.
Beh, che dire: una garanzia.
Non sono una fan dei DM, ma il loro sound inconfondibile e l’energia che vedevo trasmessa nelle braccia adulanti della gente là sotto, beh, è stato un grande show.
Enjoy the silence, I feel you e Personal Jesus (fantastica) fra le canzoni che riuscivo a canticchiare, fra un bacio e l’altro, stesa sulla collinetta a lato del palco, persa nel mio, di spettacolo, mentre il buio cominciava a stringere il mio piccolo T. e me in un abbraccio ancora più stretto, che, per decenza, non vi sto nemmeno a raccontare, che il punto è che il fulcro del momento estasiante eravamo proprio noi due, il resto era solo un contorno, più che piacevole, ma pur sempre contorno.
Poi, sabato, il vero motivo del nostro viaggio.
M E T A L L I C A .
Dovrei fermarmi qui, poiché (per me) solo questa parola racchiude tutto.
Perché non esistono, infondo, definizioni abbastanza capienti da contenerne il senso più sublime e ogni epiteto risulterebbe vacuo.
Due ore abbondanti di fiato sospeso, di cuore impazzito e di uno stato di trance che mi teneva lì, in piedi, a volte completamente immobile, ipnotizzata da quel palco vibrante, dai giochi di luce e di fuochi che esplodevano, di tanto in tanto, a illuminare la miriade di teste avanti a me.
La sensazione più incredibile, che spero in qualche modo di riuscire a trasmettere, è stato l’inizio.
Devo premettere che il concerto è stato fatto slittare al termine della partita di un’Italia scialba e soporifera.
Partendo dal fatto che tutti i presenti, pur non essendo profani, erano lì per un motivo ben diverso, l’evento non è stato accolto con esagerato entusiasmo, soprattutto da chi, immerso senza via di scampo nell’acquario tropicale subito antistante al palco, era già da diverse ore in agognante attesa, letteralmente boccheggiante, a naso all’insù, a bramare il cibo sonante che gli sarebbe stato distribuito.
Che fosse poi una partita poco inebriante, (quante ante!) unitamente al fatto che l’asfalto ospitava, seppur non troppo benevolo, i nostri corpi spenti, emulando uno scaldasonno naturale, offrendoci una temperatura gradita in armonia al venticello fresco della sera, insomma.. di lì a poco potevamo essere facilmente essere scambiati per un bizzarro asilo nido in riposino pomeridiano.
Con un occhio chiuso e uno aperto, con un cuscino di coscia del mio uomo, mentre scrosciavano cartellini rossi come birra e intravedendo corpi chinarsi come girasoli al cospetto della notte, beh, sono sprofondata nel mondo del sonno unitamente ad altre centinaia di persone.
Ninna nanna, ninna oh.
Poi, il sogno.
La favola.
Il risveglio più incredibilmente dolce che si possa immaginare.
“L’estasi dell’oro”.
Immancabile colloquio tra Metallica e Morricone, tradizionale apertura degli spettacoli di Hetfield e soci, vibrante crescendo di note maestose, che annunciano il loro imminente arrivo sul palcoscenico, inondato di fasci di luce impazziti.
I miei sensi hanno cominciato a riprendere essenza, in modo rapido quanto delicato, quando anche la gente intorno a me si cominciava a guardare intorno un po’ stordita, stropicciandosi gli occhi, domandandosi – come me, come noi tutti – se fosse un sogno o fosse realtà e, adagio, ho percepito tutti i sensi accarezzati dal quel connubio di suoni, anime e colori.
E ho goduto di un piacere immenso e unico.
Di quella voce profonda e sensuale, di quei giri di chitarra da pelle d’oca, dell’energia di quei rocker, puri e crudi, a onore dei quali non ci sono agevolazioni di effetti da studio, di elettronica o altro.
Grandiosi respiri del Rock.
E grandiose anime, nel puntuale ricordo di Cliff Burton.
God bless Metallica
Altre nota di merito: l’atmosfera di un Heineken Jammin Festival, inteso come insieme di persone amalgamate da una passione comune, inteso come festoso, frenetico fragore delle notti del campeggio adiacente, inteso come forma di coronamento dell’amore per la musica.
Note di demerito: 2.
- Il costo oltremodo esagerato di qualsiasi cosa.
Con i soldi spesi in questa due giorni, mi sarei potuta senz’altro mantenere volo in jet privato a/r e pernottamento in all inclusive in un 5 stelle di un qualsiasi altro angolo di pianeta, rischiando, in uno qualsiasi di questi angoli di pianeta, di trovare pure birra migliore, e senza grosse difficoltà.
-The Darkness.