Sono in una fase di STALLA.
In breve
5 Giugno, 2009 by gingerinaFine di un inverno lunghissimo
23 Aprile, 2009 by gingerina
Treno 772, Trieste – Napoli.
L’ennesima domenica vissuta fra un conto alla rovescia e un sospiro.
La solita sera che cala inesorabile, il solito bagaglio che si riempie fiacco di vestiti (e di grappa), nel silenzio sgomento di un altro, ennesimo annunciato distacco.
Paperissima scorre senza che nessuno rida.
Il silenzio ci schiaccia.
Lo sfinimento ci ammutolisce.
Sono quasi le 10, è ora.
Una sigaretta fumata nel buio di una stazione deserta, con un freddo ostile che ci stringe nel vuoto.
Il solito torpido saluto, il solito “mandami un messaggino quando arrivi”.
Le solite luci del treno da dietro la curva, il solito fischio lontano.
Il solito borsone carico che monta in spalla, il solito sorriso agrodolce, i soliti occhi che parlano e che non dicono nulla di nuovo.
Il treno si ferma, si aprono le porte.
Sali tu, scende il dispiacere che mi accompagna alla macchina e che siede muto accanto a me, fino a casa, mentre vago silenziosa lasciando che questo nuovo ospite si sparga nei miei pensieri.
Il solito pugno all’anima poi arriva, puntuale e inaspettato insieme, quando entrando in casa vengo investita dal tuo profumo, che aleggia come se fossi ancora qui con me.
Vedo la tua felpa sul dorso di una sedia.
La indosso e ti respiro.
Vedo le nostre tazze sul tavolino, con i filtri freddi del tè a lato.
Carico la lavastoviglie, cancello i ricordi.
Poi, chiamo la tv a farmi compagnia e sprofondo sul divano.
Il letto è troppo grande e vuoto.
Domani è di nuovo lunedi.
La settimana sarà lunghissima.
E faccio sogni confusi, accartocciati su loro stessi, con la tv sempre accesa che gracchia qualcosa sottovoce tormentando il mio subconscio.
Ma è subito l’alba.
Fuori quasi certamente piove.
E il cielo è chiuso, nel gelo di questo inverno grigio che pare non finire mai.
Ma io vivo con la mente al venerdì.
Che si rischiara, quando vedo quel treno riaffacciarsi e il tuo sorriso venirmi ancora incontro.
Anche se la domenica è tiranna e ci aspetta ogni volta più vorace, dietro all’angolo.
E ci spinge presto, di nuovo, nell’inverno rigido dei nostri addii.
Ancora e ancora.
Riemergo e riaffondo.
Domenica dopo domenica.
Settimana dopo settimana.
Mese dopo mese.
Ma lentamente, l’inverno scioglie la sua morsa e ci riconduce a una vita a colori quasi dimenticata.
E arriva.
Il giorno in cui la luce fa capolino, da lontano.
E tiepida e generosa, colora le percezioni e si concede, ogni giorno un pochino di più.
Arriva il giorno, in cui il profumo degli alberi fioriti si mescola a un rinnovato entusiasmo.
In cui la speranza avvista la pace.
In cui il vento freddo cessa di soffiarci contro.
E l’odore di primavera esplode, dappertutto.
Nel naso, negli occhi, nel cuore.
Nei nostri nuovi baci, nel nostro nuovo presente, nelle nostre nuove promesse.
Domani tornerai finalmente a casa e, con quel borsone in spalla, ti vedrò venirmi incontro ancora.
Per l’ultima volta.
Finalmente, il Sole è tornato.
20 Aprile, 2009 by gingerina
- “Amore, ti sei accorta che stai viaggiando con una gomma che ha solo tre bulloni?”
- “Cosa vuol dire..”
- “Come cosa vuol dire.. sul cerchione.. ce ne dovrebbero stare quattro.. tu nei hai perso uno.. vedi?”
- “Ah, orpo.. vabbè.. vorrà dire che domani chiederò al mio capo di sistemarmi un attimo la cosa..”
- “Sei matta? Quello lì ti sistema la cosa a suo favore e ti allenta pure gli altri tre.. lascia fare a me, valà, che forse è meglio..”
E’ quel “forse” che non mi ha ancora convinta del tutto.
Che figo il film sui pompieri.
14 Aprile, 2009 by gingerina
Ci svegliamo stropicciati dall’ennesima nottata balorda.
Ancora stesi a letto, ci giochiamo la colazione.
Vai tu, vado io, vai tu, vado io.
Vinco al gioco della pietà.
Va lui.
Io mi spalmo a stella sul lettone e godo dei preparativi che giungono flebili dalla cucina.
La moka che sbuffa, lo zapping su Sky, il timer del microonde che annuncia che il latte è caldo.
“E’ pronto, cicciona!”, urla.
Mi trascino cieca fino al divano, stropiccio un occhio mentre tuffo il mio wafer nel Nesquik.
“Cos’è?”, faccio indicando la tv con il mento.
“E’ appena cominciato, ‘Squadra 49’.. è un film sui pompieri..”
Decidiamo tacitamente di riprendere i sensi guardando distrattamente il pappone americano, prima tra un boccone e l’altro, poi stretti assieme da una copertina di pile.
Fuoco e fiamme.
Sirene al vento e poderose botte sulle spalle.
Visi caliginosi e sorrisi bianchissimi.
Medaglie all’onore e bottiglie di Bud a fine turno.
Che figo il film sui pompieri, il mio moroso è pompiere, il mio moroso è figo. (proprietà transitiva)
Solo che.
Solo che da metà film in poi i sorrisi diventano un po’ meno bianchi.
Le Bud meno frequenti.
Le botte sulle spalle non più di entusiasmo, ma di sostegno.
Visi non più caligginosi, ma ustionati.
Alte uniformi non più per medaglie al petto, ma per bare sulla spalla.
Non più discorsi al valore, ma frasi fra i singhiozzi del tipo “dille che l’ho amata dal primo istante e che l’amerò per sempre”.
‘somma.
Film mica così figo, in fondo.
10 Aprile, 2009 by gingerina
Però, potevano anche dirlo che i giudici andavano persuasi a suon di raffinate ‘orazioni’ ai loro personali microfoni di pelle.
Ci si sarebbe, eventualmente, organizzati.
(La 10, per esempio, l’ha data a tutti.
Quale altra ragionevole spiegazione?)
Ci avete ragione, ci avete.
8 Aprile, 2009 by gingerina
E’ solo che ogni tanto mi invento che non è periodo.
E il grave è che, quando io mi invento che non è periodo, mi ficco (attenzione: in completa autonomia) in una spirale autodistruttiva, dove gioie e sicurezze vanno rapidamente (e quasi sempre senza valido motivo) polverizzandosi, lasciando rapido posto a grigie e robuste regge dove dispiaceri, sconforti e ipocondria si ergono fieri, regnando sovrani sulle macerie dei miei colori.
..cazzo ho scritto?
Ah, effetto occhiale grigio.
Sì, perché può presentarmisi anche solo una (piccola) cosa che non và per il verso giusto, ma se mi becca nel periodo sbagliato, è capace di trascinarmi, lei sola, in uno stato di pericoloso stand by.
Pericoloso in quanto, da quella postazione, laggiù in fondo e con l’aggravante di essere scomodamente seduta sul grigiume di quel mio nebuloso stato d’animo, poi mi si dipinge tutto di grigio per davvero.
Anche le cose belle.
O meno brutte, diciamo (ariecco, lo vedete.. effetto occhiale grigio)
Ci possiamo aggiungere che più me ne sto lì seduta, più ovviamente aumenta il mio deficit di energie, di entusiasmo, di voglia di
Insomma una catena dagli anelli sempre più pesanti.
Che mi fanno diventare sempre più noiosa, sempre più fastidiosa, sempre più
(divento pure inconcludente, realizzo or ora)
Ma mi costringo a pensare a quest’inverno, che sta finalmente chiudendo i battenti alle sue spalle, al piccolo T. che sta per tornare a casa e a quel sottile odore che riconosco (appena, da lontano) di rigoglio e di rinascita.
Mi aggrappo ferocemente a questo e alla certezza che venerdi uscirà (ed entrerà istantaneamente in mio possesso) il cd di Valerio, per cui non vedo come il mio umore non possa che migliorare.
(se mi contraddite, siate consapevoli del fatto che potrei non aggiornare il blog per un altro mese; vedete voi)
Ma ora lasciatemi riordinare i pensieri buoni, valà, che torno prima che ve ne accorgiate.
*****
Osservazioni:
Quando sono depressa, scrivo infilando un sacco di parentesi dappertutto.
Il che, francamente, è decisamente noioso, decisamente fastidioso, decisamente
Ma mi giustifico.
In fondo è come se la mia mente, parcheggiata là sotto, sul limite di quell’insondabile abisso, ammazzasse stancamente il suo tempo giocando a biotronic.
E, tutto di grigio, comprenderete anche voi, non è cosa facile.
(ho fatto una fatica a non metterci delle parentesi che non avete idea.)
(porc!)
Il curioso caso (di plagio) di David Fincher
13 Marzo, 2009 by gingerina
La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo,
e così tricchete tracchete il trauma è già bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto
che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perchè stai bene, e la prima cosa
che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione,
e te la godi al meglio.
Col passare del tempo, le tue forze aumentano,
il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare, e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro.
Lavori quarant’anni finchè non sei così giovane
da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e
ti prepari per iniziare a studiare.
Poi inizi la scuola, giochi coi gli amici,
senza alcun tipo di obblighi e responsabilità,
finchè non sei bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo,
ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi 9 mesi te li passi flottando tranquillo e sereno,
in un posto riscaldato con room service e tanto affetto,
senza che nessuno ti rompa i coglioni.
…E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!
(Woody Allen)
Assente per malattia grave
4 Marzo, 2009 by gingerina

Il viaggio è…
20 Febbraio, 2009 by gingerina
“Una foto, scintillante di sorrisi abbronzati e freschi Mohjto; una bottiglietta sazia di sassolini di quella spiaggia lontana; una saponetta infilata nel beauty; un biglietto della metro; un sottobicchiere della birra locale; un cappellino che grida “I love London”; un pezzo di memoria indelebile.”
Ho scoperto di avere serie difficoltà di sintesi, ma non costa nulla dunque perché non provarci.
(comunque, se doveste vincere grazie alla mia soffiata, sappiate che vi faccio un culo così)
18 Febbraio, 2009 by gingerina
Chi mi conosce sa bene che ho ormai irrimediabilmente perso tutta la tolleranza di cui disponevo per il posto in cui lavoro e che venderei un rene per cambiarlo quanto prima.
Questo mi porta da mesi a spedire curriculum edulcorati in ognidove, a fremere su ogni trillo di telefonino, a sperare in colloqui disparati, dove ovviamente divento, a seconda di, pluriesperta di marketing, di arte, di relazioni pubbliche.
L’altra sera, l’ennesimo colloquio.
L’agenzia del lavoro mi fissa l’appuntamento e mi informa stringatamente via mail:
“Axa Assicurazioni, Corso Italia n. 15, ore 18.45.”
Segno su un post-it, che infilo rapida nella plastichina del pacchetto di Chesterfield, accanto al mio pc.
Una ulteriore mail dell’agenzia di cui sopra, con oggetto la dicitura “civico sbagliato” mi avvisa, poco dopo, che il civico è appunto sbagliato: “non Corso Verdi 15, ma 115.”
Bene, correggo, arrivano le 17.30 e schizzo a casa.
Ho giusto il tempo di rinfrescarmi, di ravvivare il trucco e di disciplinare un po’ i capelli con la piastra.
Poi, abbino alla pudica camicetta bianca da scolaretta un maglione di lana grigia foffosa, di quelli a mezze maniche e con lo scollo bello ampio.
Infilo lo stivaletto stiloso sotto un jeans blu scuro e concludo con due doverose gocce di Bill Blas.
Sono troppo figa, mi domando come potrebbero non assumermi.
Scodinzolo verso la macchina in netto anticipo e mi reco in Corso; troverò parcheggio con calma e passeggerò alla ricerca del civico giusto.
In macchina Brian May fa correre rapide le sue dita sulla Red Special e io mi sento carica e motivata.
Ovviamente le assicurazioni sono il mio unico motivo di vita.
Arrivo all’altezza del Parco della Rimembranza e parcheggio.
Ticchetto lenta sul marciapiede e prima di raggiungere il civico che cerco, noto un’ampia scritta adesiva che spicca nel controluce di una parete interamente finestrata.
“Axa”.
Ok, ci siamo.
Cucco l’orologio.
Sono le 18.30.
Bene, giusto il tempo di una sigaretta.
Anzi no, meglio di no.
Metti che il tizio non fuma; se gli allungo la mano in saluto, inondandolo di nicotina e impregnandogli lo studio di fumo stantio, gli sto subito sul cazzo e sono fottuta.
E poi sono rilassata e tranquilla, non mi costa nulla aspettare, fumerò tra poco per festeggiare la vittoria.
Mancano 10 minuti, farò bene a salire e a presentarmi con un po’ di anticipo, che impegnerò fingendomi totalmente immersa nella lettura di un inserto del Corriere della Sera di settembre 2005.
Arrivo nell’atrio e la mia immagine si riflette sulla grande targa dorata dell’ufficio.
Sono sempre più figa.
Suono, entro, mi presento sfoderando il migliore sorriso che ho in serbo.
La tipa mi guarda un po’ così.
Quale colloquio, mi chiede.
Il mio sorriso perde un filo di smalto, ma rispiego cauta.
Sarà solo stordita.
Lei mi ripete, che no.
Non hanno fissato alcun colloquio.
Ma come, ribatto ancora, stringendo il sorriso in un morso e tirando a me le redini della pazienza, mi hanno detto di presentarmi alle Axa Assicurazioni di Corso Italia.
Capito il problema, mi dice con un sorrisone da presa peicculo.
Dice che c’è spesso questo fraintendimento che loro sono Axa Immobiliare di Corso Italia, mentre ciò che cerco io molto probabilmente sarà allora Axa Assicurazioni di Corso Verdi.
A questo punto ritengo opportuno rinfoderare il mio sorriso che aleggia ebete, spolverare il chilettino di merda che mi è appena arrivato dritto dritto sulle spalle e scendere le scale a passo deciso, bestemmiando sonoramente la povera mamma di nostro signore.
Arrivo giù, guardo l’orologio, 18.45.
I led rossi che corrono sopra al tabaccaio a fianco, avvisando la disponibilità di tabacchi 24 ore su 24, marinano il lavoro e scrivono d’un tratto: “attenzione: sei un pelo meno figa”.
Cosa faccio.
Vado, non vado, vado, non vado.
E’ tardi, occhei, ma non così tardi.
Potrei ancora farcela.
No, non ce la posso fare.
A quest’ora ci metto minimo venti minuti per attraversare la città e arrivare in Corso Verdi.
L’intera città pare riversa sulle strade all’unisono con un unico, clamoroso obiettivo: impedirmi di arrivare in tempo.
Non ce la farò mai.
Non ho il telefono, non ho modo di avvisare, cazzocazzocazzo.
Accendo una sigaretta, così penso meglio.
Ok.
Vado.
Perso per perso.
Vado.
Cazzomifrega.
Salgo in macchina e mi lancio nella missione impossibile, tentando (inutilmente) di intimorire il destino giocandomi l’intero bonus di bestemmie dell’anno.
Bestemmio aspramente anche contro tutti gli automobilisti impediti, contro tutti i ciclisti che traballano sui sampietrini in direzione del mio cofano, contro i vecchi bastardi che portano a spasso il cane col cappottino proprio ADESSO.
Parcheggio non so nemmeno dove, guardo l’orologio, quasi le 19.
Comincio a correre zigzagando omicida fra la gente che struscia svanita davanti alle vetrine del centro.
Guardo in alto in cerca di numeri.
90.
Bene, dai.
Corro oltre.
95.
101.
103.
111.
115.
Axa Assicurazioni. (Tua madre!)
Per anticipare i tempi non faccio le scale, che sono già senza fiato e pare brutto arrivare sulla porta e morire in preda a violentissimi spasmi polmonari.
Recupero il fiato in ascensore, premo 2 e guardo verso lo specchio interno.
Capelli in brutale stato anarchico, Bill Blas cancellato di netto dalla Cherstefield nevrotica dell’ultima corsa, velo di sudore sul labbro superiore, guance paonazze, affanno generale facilmente intuibile dal trucco un po’ sbavato e dalle labbra secche schiuse da un fiatone ancora ingestibile.
Davanti ai miei occhi sconsolati scorre ora la scritta: “Non sei figa manco per il cazzo”.
Arrivo alla porta a vetri.
19.00.
Bestemmio un’ultimissima volta fra i denti, poi entro.
Sfodero il sorriso di prima, che però calza un filo ridicolo, stavolta.
Un uomo sui cinquanta mi guarda con spiccato sdegno.
Io attacco subito a scusarmi per il ritardo, sciorinando simpaticamente l’avventura accorsami, ma lui mi tronca sul nascere, senza neppure guardarmi, con un “si, si, vabbè..” che non lascia spazio a interpretazione.
Mi odia.
Taccio, decidendo di limitare i danni, e lo seguo nel piccolo studio, ove lui mi chiede senza troppa gentilezza di accomodarmi.
“Mi ha portato un curriculum aggiornato?”
La sua inaspettata richiesta pone l’ultimo chiodo sulla bara della mia inadeguatezza.
“Ehm.. veramente.. ehm.. io ho spedito di recente un curriculum all’Agenzia che mi ha contattato in nome Vostro e io.. ehm.. non sono stata avvisata e credevo che.. ehm..”
“si, si, vabbè..” sguardo più penoso di prima, tono più asettico, odio ancora più leggibile, dietro a quei due vetrini graduati.
Immagino che potrebbe andare peggio solo nel caso decidessi di esibirmi in una sinfonia di scoregge con le ascelle.
Ma immagino anche di poter ancora recuperare, perdìo, posso almeno provarci! e, decidendo dunque di spiazzarlo con la mia personalità brillante, parto con una sparatoria random di pompose stronzate, toccando la mia intera storia vissuta, dal passato scolastico alle esperienze lavorative, colorando i toni dimostrandomi sicura, diplomatica, professionale e stando attenta ad azzeccare tutti i congiuntivi.
Il tizio mi getta ogni tanto sguardi compassionevoli, fingendo interesse e scarabocchiando la mia impiccagione su un notes che poggia sul ginocchio accavallato.
Scocciato, decide però, d’un tratto, di mettere fine a quel giochino noioso e, con una punta di scazzo appena percettibile, mi liquida con la frase di rito del “Le faremo sapere”; io annuso il bidone, sorrido a mia volta a cazzo e me ne vado, con la mia borsetta a tracolla zeppa di disillusioni.
Poco prima di scrivere questo (lunghissimo) post, mi arriva una mail dell’agenzia che mi comunica che è spiacente di informarmi che hanno provinato, e infine scelto, un’altra persona.
Mi domando come mai.
