Odi et Amo.

6 Novembre, 2009 di gingerina


Adoro l’autunno.
Adoro i suoi colori strabilianti.
Adoro le incredibili variazioni di rossi, e di gialli – incredibili – che si spandono nei cieli bianchi di novembre.
Adoro la nuova aria, lievemente severa, che ti stringe il naso sotto a una tiepida pashmina colorata.
Adoro il familiare sfregolio del caminetto di casa, che colora le serate di tè caldo e divano.
Adoro la pioggia che, fuori, ticchetta romantica, che nella notte scandisce una ninna nanna sensuale.
Adoro i miei pigiamoni di flanella, che hanno spodestato le canottierine estive dal caotico regno del mio armadio.
Adoro il mio ampio maglione di lana scuro, che mi avvolge col suo abbraccio soffice e complice, celando quel “due etti” scomodo sul punto vita.
Adoro passeggiare fra le fiere di paese, dove castagne e ribolla acquistano un senso perfetto.
Dove i tazzoni di brulè fumano odorosi.
Dove la gente ride e le botte sulle spalle suonano sorde, attutite da guanti e giubbottoni invernali.
Adoro l’Autunno.
Adoro.
Detesto.
Detesto l’autunno.
Detesto le sue giornate cortissime, che alle quattro fa già buio.
Detesto la pioggia che, fuori, ti appanna il vetro della macchina.
Detesto quel coglione davanti a me che tiene il retronebbia acceso, e che mi acceca.
Perché la nebbia, no, non c’è.
Detesto accorgermi che la legna nella cassetta sta finendo, quando il divano è già comodo giaciglio.
E tu devi vestirti e scendere al gelo, su scale brine che tentano di ucciderti a ogni passo.
Detesto svegliarmi la mattina che è notte, e rincasare che è notte.
Detesto il grigiume diffuso, l’umidità che ti investe le ossa, quell’ampio, stupido maglione di lana scura che molla peli dappertutto.
Detesto l’autunno.
Detesto.

E poi ricomincio daccapo.


Per la legge di Murphy

8 Ottobre, 2009 di gingerina


No, il peggio non è svegliarsi tardissimo dalla pennichella post prandiale.
Non è nemmeno precipitarsi in macchina ancora spettinata, con il prepotente segno del cuscino del divano inciso sulla faccia.
Non il lanciarsi in una folle corsa verso il rientro pomeridiano al lavoro nel vano tentativo di non arrivare tardi.
Non il bestemmiare a 800 decibel in aramaico antico.
No.
Il peggio, amici miei, è rimanere incastrati sulla lunghissima statale, a poco più di trenta all’ora, per poco meno di trenta chilometri.
Davanti una corriera di nani spensierati e raggianti che, paghi dell’ennesima fine di una giornata di scuola, dal grande vetro posteriore, ti fanno tutti ‘ciao’ con la manina.
Dietro una volante della polizia.

Approfondimenti

24 Settembre, 2009 di gingerina

E’ un classico, ormai.
Il dvd è nel lettore in pianta stabile.
La notte, usciti dall’ingarbuglio di uno scomodo divano, ci si trascina semi-incoscienti in camera da letto e si fa partire il play.
E “Cars” obbedisce.
E ci accompagna al sonno; spesse volte solo pochi secondi di lavoro, ma, in ogni caso, lui scorre fino alla fine, ligio, pur senza l’attenzione di anima viva.
Capita poi, immancabilmente, che la schermata iniziale del dvd riprenda in automatico, in attesa di direttive di uno spettatore che lui non può immaginare rattrappito su se stesso, in braccio a un sonno catatonico.
“vuoi selezionare una scena?”
“vuoi cambiare la lingua?”
“vuoi vedere i contenuti speciali?”
No, il film è finito cazzo!, spegniti.
Ma niente da fare, nessuno gli dice un cazzo a sto povero cristo, e lui, che non sembra intuire, continua, ligio come sempre, ad aspettare.
Solo che mentre lui aspetta, canta.
E canta sempre quelle 4 fottute note.
Che diventano sveglia, più che ninna nanna, in quel ripetitivo riproporsi.
Stanotte, dopo uno scocciato risveglio, cerco confusamente il telecomando fra le pieghe delle lenzuola.
A tastoni, alla cieca, alla cazzo.
Niente, non lo trovo.
Mi tocca aprire gli occhi.
Vedo il telecomando poggiato comodamente sul comodino del piccolo T.
Gomitino.

Secondo gomitino.

Niente, ronfa che è una meraviglia.
Adotto l’ausilio vocale.
-         “Amore?”
-
-         “Amoreee????”
-
-         “Dai, tesoro, spegni la tv.. il telecomando è lì da te… dai..”
-       “All’arrembaggio”.
-         “…cosa?”
-       “Con furore”
-         “…scusa, cos’è che stai dicendo.. amore??”
-        “Ma sì, sì, con furore”
-         …

L’ho scavallato, ho impugnato lo scettro del potere e ho ordinato allo schermo di zittirsi.
E, nel buio di una stanza finalmente tranquilla, poi ci ho pensato.

E menomale che lui, i sogni assurdi, li sgama no?

Di primo mattino

15 Settembre, 2009 di gingerina

-yawn..

-yawn…

-mmmh…

-amore.. ho fatto tanti brutti sogni stanotte, uffa… (piagnucolando trovo la strada per infilarmi in un abbraccio consolatorio)

-oh, tesoro.. vieni qui.. (coccolandomi distratto)

-ho sognato che dovevo rifare l’esame di matura.. così, da adulta.. perché mi dicevano che l’attestato dell’epoca non aveva più valore.. e io non mi ricordavo un cazzo, davanti alla commissione che mi faceva domande incomprensibili.. madonna… poi.. poi mi ricordo che mi sono trovata alla guida di una macchina.. bu.. tipo senza freni, ingovernabile, ed ero lontanissima dai pedali e non riuscivo nemmeno a tenere saldo il volante.. così.. a tutta velocità..  ero per ‘ste strade, tipo di montagna, con lo strapiombo da un lato che a ogni curva vedevo più vicino.. non ti dico il panico… ah..beh! e poi?  poi ho sognato anche dei cani randagi che mi correvano dietro e io inciampavo e loro mi mordevano senza che nessuno corresse in mio soccorso… e io urlavo e là era pieno di gente, ma nessuno mi vedeva, e gridavo a perdifiato senza che mi uscisse nemmeno un refolo di voce.. mamma mia, che nottataccia guarda…

-anche io ho fatto un incubo..

-oh, ma dai? e cosa hai sognato tesoro?

-ho sognato che stavo aggiustando una Subaru Impreza..

-…

-e insomma capita che a un certo punto gli faccio il pieno di nafta invece che di benzina..

-…

-capisci.. cazzo! un dannone.. e insomma ho cominciato a darmi dello stronzo, mi sono incazzato come una iena, pensando a quanti cazzo di soldi mi sarebbe costata quella cagata…

-…

-ma poi alla fine mi sono detto: “fermo, calmati e ragiona”, e ho capito che era solo un sogno e mi sono detto “svegliati!”, e così è stato.

-…

-…

-… ma .. scusa.. e com’è che hai capito che era solo un sogno?

-beh.. nella vita vera non mi capiterà mai di aggiustare una Subaru Impreza.

Cronache del perduto amore.

4 Settembre, 2009 di gingerina

Ditemelo voi, come faccio a non amare quest’uomo, totalmente e incondizionatamente.

No, non sforzatevi.
E’ impossibile.

Il mio racconto per lui, qui.

Il professore di chimica.

26 Agosto, 2009 di gingerina


Lo ricordo alto, un pochino gobbo, con i suoi pantaloni a coste di velluto verde.
Ricordo il suo viso bislungo, i suoi capelli sale e pepe, i suoi denti buttati in bocca a casaccio, le mentine che ingurgitava avido, durante le sue pesanti orazioni, senza che l’alito godesse del benchè minimo vantaggio.
Ricordo il suo incedere deciso attraverso l’aula, con la sua 24 ore in pugno e il registro sotto braccio.
Ricordo la sua ruvidissima erre moscia: il suo sadico “quattvo” riecheggerà per sempre nei meandri più remoti dei miei incubi.
Ricordo che correggeva i compiti, senza però corredare la correzione di alcun giudizio.
Niente voti, nè considerazioni.
Perchè lui amava arrivare in classe, distribuire lento i compiti di rosso cerchiati, fra il muto terrore di noialtri, e domandare secco:
- tu.. in base agli errori che hai fatto, quanto pensi di aver preso?
ed era statisticamente dimostrato che, seppure tu fossi umile nella risposta, rimanendo ben al di sotto delle tue reali aspettative, il voto stazionava sempre di almeno una lunghezza sotto la tua previsione.
Ricordo quei suoi dannati test a sorpresa, di quelli a risposta multipla.
Fila A, fila B, fila C.
Copiare: questa utopia.
Ricordo, poi, quella mattina.
Incitata dalla sconsiderata spavalderia dei miei sedici anni, e incazzata per il sentore dell’ennesimo piccone, mi ero lanciata in un dribbling di crocette, senza nemmeno leggere le domande.
Per il calcolo delle probabilità, non poteva andarmi proprio così male.
E invece, alla consegna della verifica, le vedo cerchiate tutte.
Tutte quante sbagliate.
Più difficile di un terno al lotto, perdìo.

Ancora sconvolta da tale iperbolica sfiga, mentre lui slittava l’ordine alfabetico dando i numeri a destra e a manca, pensavo a quale razza di voto avrebbe potuto meritare un simile scempio.
E al mio turno, ricordo bene di avere abbozzato un flebile e imbarazzato: “bu.. non so.. zero?”, che avrebbe meritato, se non altro, un premio per la mortificazione alla quale mi stavo sottoponendo.
Lui, invece, con l’aplombe di un lord inglese, a quel punto si era alzato dalla cattedra e, raggiunta la lavagna e impugnato una scheggia di gesso dal cestellino di legno polveroso, aveva preso a disegnare.
Un cerchio, dapprima, che aveva poi diviso in quattro parti uguali, tracciando una croce al suo interno.
E poi, con calcolata precisione, aveva preso a riempire a serpentina una parte di questo cerchio.
Solo alla fine, soddisfatto del suo risultato, schiaffeggiandosi le mani bianche, se ne era tornato cauto alla cattedra, smanioso che qualcuno gli domandasse il significato di quell’uscita.
Ovviamente, quella domanda non tardò ad arrivare e ricordo che lui, fiero della sua posizione, disse solenne:
“quel compito merita tuttalpiù UN QUARTO DI ZERO”.

Come dire.. mi è un po’ rimasto, ’sto complessino.

Reparto medicina – 2° piano a destra

16 Agosto, 2009 di gingerina

 
Ho visto uomini curvi, duramente piegati sul loro destino.
Ho visto uomini ridotti a un mucchietto d’ossa piangere come bambini.
Li ho visti pregare i figli fra i singhiozzi, li ho sentiti implorarli, solo perché volevano tornarsene a casa.
Ho visto un orrore nei loro occhi che non avevo mai visto prima.
Un orrore misto alla spietata consapevolezza di essere in una devastante attesa, in quella che probabilmente riconoscono come anticamera della morte.
Li ho visti terrorizzarsi di fronte al fantasma del domani, improvvisamente incerto e fragile.
Ho visto la loro paura sgretolarli e poi diventare rabbia.
Ho visto questi uomini trasformarsi in bestie e agitarsi come forsennati, consumati da quell’accettazione che una mente lucida non ti concederà mai.
Li ho visti regredire, diventare capricciosi, ostinati, ridondanti.
Per poi perdersi nella follia, abbandonarsi e spegnersi, lentamente.
Li ho visti.
E mentre li vedevo, li immaginavo.
Nei loro anni d’oro.
Quando forti e spallati, lavoravano una terra che era vita.
Quando broccolavano la compagnetta di scuola alla festa estiva del paese, con le loro braghe alla zuava buone e le bretelle di cuoio.
Li ho visti ridere, prendere a calci un pallone, fare l’amore, sposarsi, gioire per il primo figlio maschio, al quale avrebbe insegnato ad andare in bicicletta, ad allacciarsi le scarpe, a vivere una vita piena e onesta.
Li ho immaginati rimproverare, in tono amorevole e insieme spazientito, quello stesso figlio che ora, con il medesimo tono, rimproverava severo lui, per un assurdo gioco del destino.
Un cerchio orribile, a pensarci bene.
Che ti soffoca, chiuso su se stesso.
Che ti riconduce a capo.
Nello stesso identico punto.
In un letto di ospedale, con un braccialetto di carta con il tuo nome, sdentato e con solo un pannolino addosso.
Stesso scenario, sì..
..solo che la vita, in questo caso, sta indietro.  

 

In ferie

10 Agosto, 2009 di gingerina

Sono nel piccolo bagno della camera.
Spalanco l’acqua del vano doccia e, mentre aspetto che si faccia calda, saggio visivamente, nel piccolo specchio rotondo, i segni della recente abbronzatura.
Nel lento scanner del mio sguardo, cado -d’un tratto- su un’enorme zanzara spiaccicata sullo stipite della porta.
Morta stecchita, con le alette stropicciate da uno schiaffone pesante e con il sangue del suo ultimo pasto a farle da macabra cornice.

- ..ma che schifo!
- Cosa amore?
- Come cosa? Hai ammazzato tu questa zanzara?
- Si.. e allora?
- Come allora! Ma, dico io, potevi almeno tirarla poi via dal muro…
- Scherzi? L’ho lasciata lì apposta che sia di esempio alle altre.. “punirne una, per educarne cento” ..no?
- …

Viva gli sposi!

29 Luglio, 2009 di gingerina

No, non è un’allucinazione.
Sono tornata.
E se avete finito di stropicciarvi gli occhi increduli, io magari comincerei.
Infondo tre mesi di assenza non si raccontano in due minuti.
Soprattutto se sono stati tre mesi belli carichi come questi che ho appena passato.
Di gioie immense e di gravi tormenti, di lacrime silenziose (ora di allegria, ora di sconforto) e di denudanti prese di coscienza.
Non so davvero da dove cominciare, ma per anticonformismo comincio dalla fine, dall’evento temporale più recente, che mi ha riempito di emozioni inspiegabili, di energie insperate, di ricordi che conserverò fino a che la fortuna mi regalerà memoria.

1

Ovviamente questa non sono io.
(vi pare che io sia così magra, dannazione?)

Se continuate a far fatica a ricordare, date una spolveratina ai vostri ricordi rugginosi qui.

Ebbene, un altro ‘Sì’ giurato al cielo, un’altra french manicure che scorre dentro un cerchietto di oro inciso, un altro impacciato sorriso che esplode dopo il primo bacio legittimato, un altro scroscio di applausi, fra nasi che soffiano e rimmel che colano.
A vederli così, calati nei loro abiti perfetti, con i loro sorrisoni smarriti e quel due paio d’occhi lucidi ed emozionati, non si può dire altro che erano bellissimi.

Bellissima lei, sparsa nel morbido tulle del romantico velo, bellissimo lui, impettito da un abito importante con un sorriso plastico che era di una dolcezza indicibile, bellissimo il concertino di nasi allo scambio delle promesse, bellissima la faccia del padre di lei rigata dai lacrimoni, bellissimo l’impercettibile tremolio delle voci che si giuravano eterna fedeltà.

Ma passiamo alle cose serie.
E fatemi le congratulazioni che pure io sono stata bravissima.

Come perchè.

Anzitutto ho evitato che il prete si liquefacesse alla sola stretta di mano, in quello angusto  stanzino dove ci siamo intrattenuti per il colloquio di rito qualche giorno prima della cerimonia (ad averlo saputo prima, che mi sarei dovuta confessare, mi sarei data per morta salvo poi ricomparire al lancio del riso tra lo stupore degli astanti).
Edulcorando fatti e misfatti dei miei trascorsi, mentendo come possibile quando necessario e cavandomela con un calzantissimo e veritiero “dico qualche bugia ogni tanto” alla fine, posso dire di essermi comportata magistralmente.
Passato questo, il resto non poteva che essere in discesa.

Bastava sorridere e fare, cauta, sì con la testa un po’ di lato per accondiscendere il prete.

Devo ammettere che ho anche temuto per un attimo che la chiesa incenerisse per autocombustione al mio avvicinamento all’altare ma, seppure si sia registrato un vorticoso incremento della temperatura nei pressi degli scalini vellutati, si è potuto agevolmente imputare l’evento al caldo luglio in corso, che avido abbracciava la chiesetta sul mare.
Salva anche qui.

Io nel frattempo, per ingannare la santa inquisizione, ho finto esagerato trasporto e viscerale partecipazione durante tutta l’omelia, le letture del Vangelo e la predica.
La difficoltà  è intervenuta alla recita cantata del Padre Nostro.
No, non posso chiedervi di immaginarmi sull’altare, a manina con sposi e testimoni, mentre fingo un labiale pietoso all’inizio, per poi abbandonarmi a una paresi mandibolare imbarazzante, mentre preghiere in sordina scorrono rapide nella mia mente affinchè lo strazio finisca quanto prima.

Ma sì dai, immaginatelo.

Sacrilegio massimo, temperatura in dirittura di fissione nucleare, acquasantiere in vistoso stato di ebollizione.
Ma ce l’ho fatta.
Come ce l’ho fatta anche a non cadere dai tacchi.
Riuscendo, nel contempo, a non rendere grazie a Dio con percettibile scazzo ogniqualvolta il prete chinava la testa per farci accomodare, permettendo così ai miei poveri piedi di penzolare senza né gravità né carichi.


Beh.. perchè vogliamo forse dimenticare il fatto che sia riuscita a
deglutire la particola senza rischiare soffocamenti?
Un plauso va, altresì, alla mia fermezza nel decidere di non raschiare il pane molle dal palato con l’unghia affrescata di fucsia, cosa che si sarebbe altrimenti notata fino alla bancata spinta sulla porta, dove notoriamente si piazzano i miscredenti/impiccioni che, per ammazzare il tempo, osservano quello davanti con il riporto, quello a lato con il calzino bianco, quello laggiù che si scaccola annoiato.

(come dite..? come faccio a saperlo io? …)

Tutto liscio, in sintesi, se non calcoliamo il nubifragio della notte precedente, il freddo-di-merda-che-il-vento-lo-disperda della nottata a seguire, l’orrore, al ritiro delle fedi, nell’accorgermi che la data incisa non era quella giusta.

-oddio, la data è sbagliata.
-ehehhe, si si.
-no no giuro
-dai.. ehhee
-ma davvero, cazzo
-hehe, che simpaticona
-…
e così fino a notte inoltrata, quando sono riuscita a convincere il gioielliere che la mia non era una burla ma che ci stava per davvero un cazzo di 8 inciso al posto del 7.
Ad ogni modo.
Cerimonia perfetta e ricevimento in grande stile.

Il resort sontuoso e principesco ci ha accompagnati in un mondo dove favola e realtà danzavano cheek to cheek.
Sotto un cielo spazzolato di blu che lasciava presagire profondi orizzonti dai contrasti mozzafiato.

Peccato solo che fra i 180 invitati alla festa, io abbia (malauguratamente) scelto di salire in macchina della sorella della sposa (ciao Rossana), ignara del fatto che sarebbe dovuta passare prima da casa per “scendere il cane” (ciao Asia).
Persa la carovana, mi sono lasciata (erroneamente) consolare dal fatto che lei sapesse la strada e che nessuno si sarebbe accorto del ritardo sugli altri.
Ovvio che mai avrei voluto sentirmi dire: “Ero davvero sicura che la strada fosse questa” per poi sorbirmi il susseguirsi di curve inghiottite dal buio, avanti e indietro.
Poi torna indietro, poi di nuovo avanti.

Fame pantagruelica, stizzo, sconforto ed emicrania monumentale.
A momenti arriviamo al taglio della torta, persi fra gli ulivi di Corato.
Ma -anche qui- ce l’abbiamo fatta.

E infine il cibo ha sedato la fame, il vino l’emicrania, il sorrisi, che aleggiavano abbondanti, lo sconforto.

Ma a riempirmi, più di qualsiasi cosa e oltre ad ogni sincera previsione, quegli sguardi fugaci con Lei, sbrilluccicante di emozioni.
Bastava un sorriso complice, scoccato da una parte all’altra della sala, a catapultarmi nel bel mezzo dei miei quindicianni e a dare un senso perfetto a tutto.

Senza bisogno di parole, nè altro.

21 Luglio, 2009 di gingerina

Mettiamo, ora, che abbia impellenza di raccontarvi..

C’è ancora qualche anima in questi luoghi perduti?