Io il braccio, lui la mente

27 Giugno, 2008 by gingerina


Apro la casella di posta, qualche giorno fa, e trovo lui.
Mi domanda se può chiedermi un favore.
Dice che gli piacerebbe scrivere un racconto su “Il mattino dopo”, ma dice anche di non saperci fare abbastanza, che ci ha provato, ma nada.
Allora propone:
“Che ne diresti di una storia inventata da me, ma scritta da te?”
E così mi lancia alcune direttive su quello che vorrebbe fosse il risultato: un racconto alla Bukowski, pulp e senza morale.
Che si mescoli a qualche tocco di Kusturica, a qualche immagine da Sin City, a discorsi faticosamente codificabili, quasi buttati lì a caso.
Mi traccia un tal “Chris Lametta”, una famigerata “Mantide”, una Beretta scarica al momento sbagliato.
Mi dà, insomma, tutti i pezzi di un puzzle che io ricostruisco ben volentieri.

Questo, il quadro completo.

 

Cavalli in città

24 Giugno, 2008 by gingerina

 

Questa, l’ultima manifestazione della nostra stagione estiva.

Country wave e cavalli.

Quale binomio migliore, direte.

Certo.

Se non fosse che noi abbracciamo focosamente la cultura western, mentre il concorso ippico di cui sopra celebrava in pompa magna la cultura inglese.

Come dire.

Patrizi e plebei.

Nello stesso cerchietto.

 

Vantando una posizione impattante (con il chiosco proprio davanti all’ingresso), ho potuto vedere cose che voi umani.. vabbè.

Sfilate di donne mimetizzate da monili accecanti, truccoparruccate come manga giapponesi, in bilico su tacchi 18, agganciate da un lato al guinzaglio di un barboncino, dall’altro al braccio di uomini figoneggianti, con orologi da chilo e mezzo, costati supergiù quanto casa mia, con auricolari all’orecchio e mano in tasca e, surplus, maglioncino pastello annodato al collo.

 

Lo scorso weekend abbiamo avuto, peraltro, l’onore di ospitare l’estate, qui dalle nostre parti, (e tutti a dire “madonna che caldo!”, “ma hai visto che caldo?”, “pazzesco ‘sto caldo”, ma allora andate affanculo tutti) cosa che, però, stavolta ha giocato un filino a nostro sfavore.

Nel senso che un qualsiasi ominide sano di mente, equipaggiato di un minimo di raziocinio e di istinto di conservazione, avrebbe raggiunto il primo litorale a disposizione e, steso con discrezione il suo asciugamanino e operata la buca nella sabbia per gli attributi del caso, avrebbe turpemente russato sull’ultimo best seller fino al tramonto.

Nel senso che così è andata, insomma.

Le giornate deserte son scivolate via con stillicidica e mefistofelica lentezza.

 

Contenendo il desiderio di morire d’accidia, qualcuno di noi si lasciava dondolare fiacco sull’amaca, qualcuno sdrucciolava da una dipendenza all’altra, adesso fumando una sigaretta, adesso bevendo una birra, adesso fumando, adesso bevendo, adesso fumando.

Io, per tutelarmi da quello stato di noia spietata, guardavo la rappresentazione dei due mondi. (fumando e bevendo e fumando, peraltro)

Guardavo Neanderthal, uno dei nostri.

Slippino aderente, torso nudo, steso sulla brandina da spiaggia, di fronte alla tv collegata al suo camperino.

Noi, sbeffeggiandolo da lontano, gli tiravamo addosso bagigi interi, che poi lui faticosamente districava dal suo petto villoso. 

Ogni tanto si alzava, ciondolava fiacco fino alla fontanella laggiù e infilava la sua testa capelluta sotto al getto, sciacquandosi poi anche ascelle e pettorali.

Uno spettacolo non da poco.

Poi, spaziavo e guardavo poco più in là la miss del momento traballare sculettante nel suo abitino viola svolazzante, con gli occhialoni da diva anni ’60, la borsettina striminzita al polso e gli orecchini pendenti enormi ai lobi, nel feroce duello con le leggi della geometria attuale.

Qui risate grasse e scomposte, mentre immagini porno soft scorrevano su un canale tedesco non criptato.

Laggiù, probabili disquisizioni sui perchè della vita, mentre l’altoparlante annunciava Carolina con Blacksugar alla partenza. 

 

Loro hanno Blacksugar, noi abbiamo Neanderthal.
(il pelo è nero uguale, a soffermarcisi)

 

Ma il pezzo forte era indubbiamente da ricercare nei concerti serali.

Jazz, la prima sera, tanto per rallegrare gli animi degli aspiranti suicidi.

Latino, il sabato, a perplimerci oltre.

Senza offesa, eh, che si capisce che è una questione di gusti.

Se non ti piace il jazz non c’è nulla da fare, può pure arrivare la buon’anima di Cole Porter che alla terza nota è indubbio tu ti imbatta in Morfeo che tenta a tutti i costi di baciarti alla francese.

 

Menomale che la domenica era la nostra serata con i Big Wheels.

In programma da mesi.

Avremmo dovuto solo portare pazienza, per poi rifarci prepotentemente alla fine.

Sfiga ha voluto che lo spettacolo coicidesse con i quarti di finale degli Europei con Italia – Spagna.

Con i televisori disseminati per il parco, abbiamo a malincuore deciso di far slittare il concerto alla fine.

Non contenta, la sfiga ha voluto anche che siano andati ai supplementari e poi ai rigori.

Arrestandosi, il nostro raggio di azione, a mezzanotte, solo il tempo per poche canzoni striminzite, strimpellate forse anche a più giri, mentre la gente scorreva via fluida a testa bassa, da una festa scialba ormai agli sgoccioli.

Un disastro, insomma.

Vabbè, dai, menomale che almeno l’Italia ha vinto.

 

Ah no, non è vero.

Tutti a parlare del tempo (del cazzo)

18 Giugno, 2008 by gingerina

 

Perché sono settimane che piove, forse mesi; diventa facile perdere il conto in un luogo sempre uguale, immutabile nella forma e nel colore; in questo piccolo carcere dalle impenetrabili pareti grigie, dove le percezioni vanno lentamente distorcendosi.

 

E tutti a dire “guarda che tempo del cazzo”, “ma hai visto che tempo del cazzo”, “non se ne può più di questo tempo del cazzo”.

Solite facce bigie, soliti discorsi del cazzo.


Che l’abbiamo capito tutti che sta facendo un tempo del cazzo, ma adesso non è che possiamo stare a parlarne tutti i cazzo di giorni.

 

Detto questo, fuori è davvero un tempo del cazzo.

Non ci resta che piangere, Vol. 2

13 Giugno, 2008 by gingerina

 


Domani si monta il chiosco.

 

Naturalmente, piove a secchiate.

Griff, tacchi 12 e Cosmopolitan ghiacciati

6 Giugno, 2008 by gingerina

 

Ci siamo trovate al solito posto, per il solito aperitivo.

Stavolta, però, non abbiamo pigolato per ore, allenando alternativamente le braccia a suon di calici pieni e di sigarette.

Alle 21.15, scortate da canestri di pop-corn e vasi di cocacola, ci siamo schierate su di una mezza fila centrale di poltroncine rosse, nell’attesa di riconoscerci in queste quattro amiche di oltreoceano.

Abbiamo osservato la sala gremirsi di Carrie, di Samanthe e anche di qualche Stanford.

Schiere di donne a braccetto a stipare un mercato vociferante.

Pare non si registrasse una tale concentrazione femminile dal granpremio mondiale di uncinetto del 1972.

 

Buio in sala.

Via.

 

A sorpresa, pellicola più romantica che graffiante, più toccante che libertina, più agrodolce che spregiudicata.

Temi quali il tradimento, il perdono, i legami e la paura degli stessi, l’indipendenza sentimentale e la tendenza recidiva nel credere alla favola.

Il tutto combinato in buone dosi e mischiato a quel pizzico di serietà inaspettata, tale da ammutolire.

Nel silenzio raccolto si potevano percepire lì qualche lacrima, là qualche tiratina sù col naso.

Certo, anche ridolini tiepidi e composti, su qualche doppiosenso.

Alcune risate fragorose, per qualche immagine spassosa.

Addirittura, uno scroscio di applausi, su una scena clou di consenso femmineo.

Annuendo empatiche e solidali, alla fine alcune hanno anche posato a tutta denti sotto la locandina, che in fondo ci piace credere che somigli un po’ a tutte noi.

 

Le donne, che animali strani.

Viviamo tutte di pancia.

 

Ai titoli di coda, la prima a rompere il nostro silenzio è stata Laeli che, raccattando la borsa a testa bassa per sviare gli occhi indiscreti dal suo rimmel un po’ sbavato, ha sentenziato seria:

“ho bisogno di uno spritz”

 

Abbiamo riso forte e ci siamo abbracciate con gli occhi, con la consapevolezza unanime che siamo le une il sostegno delle altre, e, che per quanto questi uomini ci facciano a volte dannare, siamo una certezza che ci dà riparo e sollievo.

E tanto, devo dire, è parso bastarci.

 

Poi comunque ci siamo allegramente schiantate di spritz.

 

Non gira

3 Giugno, 2008 by gingerina

 

Avrei potuto raccontarvi del mio weekend in terra croata, di un concerto vissuto a gomito sul palco e sorriso negli occhi, della pennichella pomeridiana con quattro birre nel culo, sotto a un sole ancora gentile, con il rumore del mare nelle orecchie e la pelle piccicosa di salsedine.

Ma non riesco a mettere in linea i pensieri.

A catalogare le foto più belle, tralasciando quelle a muso storpio.

Che io ci ho pure provato, ma mi sono trovata a cancellare e riscrivere.

Cancellare e riscrivere.

Cancellare.

Che io volevo pure buttarla lì in chiave ironica, ma non riesco a darmela a bere, nemmeno mi rileggessi tra un decennio.

 

Non gira, adesso.

E allora piuttosto niente.

29 Maggio, 2008 by gingerina


Ehi… qualcuno fuori ha acceso di colpo l’estate.

Ed è subito festa

28 Maggio, 2008 by gingerina

 

È buio.

Già da un po’.

Anche le facce degli altri sono un po’ buie, a dire il vero.

Ombrose, un po’ sbattute, con gli occhi a pesca nel cervello, bello guazzante di pensieri intrisi di pioggia.

Fine, compatta, tenace.

Un fitto traffico di nuvole che si scontra violento con l’umore di tutti e che ci mette a tacere, uno per uno.

Solo qualche imprecazione fra i denti, a tagliare l’aria di tanto in tanto, mentre un incastro del chiosco scivola, o stenta a calzare.

Qualcuno fuma la sua Marlboro light, un altro guarda il cielo di storto, un terzo invece forse lo prega, col cuore, affinchè si gonfi di vento e spazzi via quel coperchio caliginoso.

Le ragazze parlano sottovoce, poco più in là.

Le magliette sono pronte?

Con la spesa sono a posto?

Le autorizzazioni sono in ordine?

Manca qualcosa?

Concordano tutte.

Mancherà il sole.

Sembrano sconsolate.

Snervate.

Un po’ arrabbiate con questa primavera, che se la tira davvero da morire.

Ma lo spettacolo deve continuare.

Anche se il trucco rischia di sciogliersi, il sorriso deve rimanere addosso.

(come insegna QUalcuno)

 

Ma qualcosa, ad un certo punto, succede.

Uno spacco di azzurro nel cielo, qualche sprazzo di sole, qualche sguardo che si rischiara.

Dai, che, forse.

I silenzi affaticati cedono il posto a risate nuove.

L’ultimo refolo di speranza buca quel grigio minaccioso, inchiodato all’azzurra tela.

E si fa spazio e sgomita e vince.

Ed è festa.

Colorata, profumata, tiepida.

Mi arrampico sull’ossatura metallica del palco, osservo le carene vivaci dipingere ad arte la giornata, completando le finiture di una giornata non limpidissima ma innocua.

Gente festante, schiene a colori, bambini al trotto, bicchieri levati in brindisi.

Odore di motori, di gomme, di rock.

 

Click.

Non ci resta che piangere

23 Maggio, 2008 by gingerina


Pronti tutti.

Questo l’evento.

 

Furiosi, infuriati, furibondi, furenti.

Avvampati, infuocati, infiammati, fumanti.

Indignati, adirati, adombrati, alterati.

Agitati, esasperati, risentiti, mortificati.

Imbestialiti, imbelvati, inviperiti, inferociti, imbufaliti.

Incattiviti, scalpitanti, rabbiosi, velenosi, avvelenati.

Incolleriti, adirati, stizziti, seccati, urtati.

Inalberati, spazientiti, indispettiti, inquietati, irrequieti.

Irati, irosi, iracondi, iradiddio.

Incavolati, arrabbiati, incazzatineri.

Perso controllo, lume della ragione, staffe e pazienza.
Questo il motivo.

 

Il mattino dopo

15 Maggio, 2008 by gingerina

 

C’era un sole abbagliante, il mattino dopo.

Alice era a letto e ci sarebbe rimasta a lungo.

Fingendo di dormire.

Più che altro, sperando di dormire.

Forse per potersi illudere di risvegliarsi e di potersi rincuorare del fatto che fosse solo stato un brutto, bruttissimo, orribile sogno.

Il silenzio di quella stanza.

Fortissimo, surreale.

Spezzato di continuo dal trillo di un telefono invadente.

Poi, silenzio di nuovo.

Alice abitava in un sottotetto appena fuori città, e spiava zitta il mondo dalle grate alle finestrelle quadrate e piccole, appoggiate a terra.

Filtravano spiragli di luce.

Lame scintillanti di granelli leggeri.

Un moto continuo di minuscoli diamanti danzanti.

Impalpabili.

Inafferrabili.

Inarrestabili.

Ne sceglieva uno, lo seguiva fino a che non lo confondeva in mezzo agli altri.

Poi, ne prendeva di mira un altro e continuava il gioco.

Ci passò delle ore.

Occhi a spasso e mente ferma.

Da sotto il piumino leggero, nel letto bianco laccato di terza mano.

L’urgenza di andare a pisciare, d’un tratto, la obbligò ad abbandonare il gioco e ad alzarsi.

Scoperchiò le lenzuola.

I diamanti imbizzarriti parvero accelerare la loro corsa.

Strascicando i calzettoni sulle tavole di legno vecchio, sfilò davanti alla porta a vetri del cucinino, dove qualcuno parlava piano.

Ripeteva la stessa cosa da ore.

All’attonito spettatore di turno.

Alice, a testa bassa, arrivò fino alla tavoletta e si sedette sul cerchio.

La sua immagine si gettava confusa sulle piastrelle di cappuccino lucido.

Immobile, con le braghe calate, pensava.

Sarebbero andati a casa sua, lo sapeva bene.

Ciò che non sapeva affatto era quello che si sarebbe dovuta aspettare.

Non sapeva che avrebbe visto il piatto ancora sul tavolo.

Rimasugli di un pranzo frettoloso.

Ragù ai bordi della ceramica, alcuni spaghetti incollati in posa, briciole.

La forchetta, di sbieco sul tovagliolo macchiato di labbra giovani.

Il bicchiere ancora mezzo pieno.

Non sapeva che avrebbe intuito la sua sagoma fra le coperte.

L’incavo della sua testa sul cuscino, le federe stropicciate, la trapunta aperta a ventaglio.

Le sue pantofole, di panno grigio, ordinate sotto al termosifone del bagno.

Tracce bianche di dentifricio nel lavabo blu.

Capelli sulla spazzola.

L’accappatoio a righe azzurre, con la cintura più lunga da un lato.

Il cesto della roba da lavare, i panni fuori stesi al sole.

Non sapeva ancora che ci avrebbe sentito forte la sua presenza, la sua vita, il suo profumo.

Quell’odore di buono, di conforto, di amore.

Non sapeva che avrebbe dovuto respirare a fondo, di più, fino a riempirsene la testa completamente per non dimenticare mai.

A costo di sacrificare lo spazio per gli odori che avrebbe scoperto poi nella vita.

Perché non lo sapeva che presto, invece, sarebbe sbiadito.

Quel ricordo, quell’odore, quella voce.

Quegli occhi verdi così brillanti, che gli aveva sempre invidiato un poco.

Non sapeva ancora che si sarebbe sentita così confusa nel vedere il led lampeggiante della segreteria telefonica.

Non sapeva che avrebbe schiacciato play, che avrebbe sentito la sua stessa voce allegra e ancora ignara.

Non sapeva che sarebbe stato come perdere le forze del tutto, ad un tratto, e che sarebbe sprofondata sul divano di finta pelle nera.

Lo stesso che li aveva visti abbracciati di fronte alla tv, adesso spenta.

In un luogo sospeso a metà, quel mattino dopo, l’unica certezza che Alice avrebbe avuto era che tutto, da quel momento in poi, sarebbe parso spento.

 

Neve.

Fine delle trasmissioni.

 

 

(da un’idea di SL, qui)